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Ecco come Berlusconi ha spiazzato Bertolaso, Marchini e il Foglio

Non credo che Alfio Marchini, al di là del buon viso che potrebbe anche fare in pubblico, abbia gradito la disponibilità annunciata da Silvio Berlusconi ad appoggiare Giorgia Meloni se arrivasse lei al ballottaggio per il Campidoglio con la grillina Virginia Raggi. Che è in vantaggio su tutti nei sondaggi diffusi sino a quando era consentito, ma sembra anche in quelli successivi.

Nessuno e niente, francamente, obbligava l’ex presidente del Consiglio nel salotto televisivo di Porta a Porta ad esporsi così tanto, senza sottrarsi a scomode ipotesi, come fanno gli stessi Marchini e da qualche tempo anche la Meloni quando qualcuno ne mette in dubbio l’arrivo al secondo tempo della partita capitolina e li invita inutilmente ad esprimere una preferenza fra la Raggi e il candidato renziano del Pd Roberto Giachetti. Di recente solo il segretario della Lega Matteo Salvini, pur essendo paladino della candidatura della sorella dei Fratelli d’Italia, ha detto che farebbe votare per l’esponente grillina se a contenderle la carica di sindaco fosse, indifferentemente, Marchini o Giachetti.

Se Berlusconi si è spinto a prospettare un appoggio alla Meloni proprio per polemizzare indirettamente con Salvini, e dimostrare di lavorare più seriamente e concretamente di lui per una ricostituzione del centrodestra, continuando a ritenere superabili le distanze che il segretario leghista prende di continuo da lui, a Marchini forse non sarà bastato un argomento del genere per ingoiare il rospo procuratogli, volente o nolente, dall’ex Cavaliere. Che, con quell’uscita a favore della candidata della destra, si è dimostrato teso più a recuperarne il rapporto, come lei d’altronde lo aveva sfidato a fare nei giorni precedenti, senza attendere i risultati del primo turno elettorale del 5 giugno, che a tenere ben salda l’alleanza civica o centrista con Marchini. Il quale peraltro nei sondaggi risulta quello più in grado nel ballottaggio di battere la candidata di Beppe Grillo, per ammissione della stessa Meloni, consapevole della maggiore “trasversalità” del suo concorrente, capace di attrarre per le sue origini familiari voti anche di sinistra, e non solo quelli dei benestanti che ne apprezzano i soldi e la tenuta di giocatore di polo: tutta roba incompatibile, secondo la sorella dei Fratelli d’Italia, con le abitudini e i gusti di chi abita e vota nelle borgate a lei care.

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Ad occhio e croce, non mi sembra che l’uscita di Berlusconi per la Meloni possa essere piaciuta neppure a Guido Bertolaso, l’ex capo della Protezione Civile messo in campo nella corsa al Campidoglio dallo stesso Berlusconi e ritiratosi disciplinatamente quando l’ex presidente del Consiglio glielo ha chiesto per mettersi a disposizione di Marchini. Che è stato peraltro, e giustamente, ben felice di poterlo includere nella squadra dei collaboratori se gli dovesse capitare di vincere le elezioni e di guidare davvero la dissestata capitale d’Italia.

Bertolaso si è appena distinto con una intervista al Foglio per l’idea che, chiunque vinca le elezioni fra Marchini e Giachetti, si dovrà convincere della necessità di amministrare una città difficile come Roma d’intesa l’uno con l’altro, cioè con una grande coalizione, frutto di una specie di patto locale del Nazareno. Cosa, questa, che presuppone da parte di Bertolaso una concezione del centrodestra un po’ diversa da quella reclamata dal “fascista” Salvini, come lui ha definito il segretario della Lega, e dalla Meloni.

Naturalmente, quella di Bertolaso è stata musica per le orecchie del giornale fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa, che sogna anche di giorno, e non solo di notte, il ritorno in qualche modo al Patto del Nazareno vero. Che è quello stretto due anni fa fra Renzi, fresco di elezione a segretario del Pd ma già deciso a sostituire Enrico Letta a Palazzo Chigi, e Berlusconi, generosamente o opportunisticamente dimentico del contributo dato dallo stesso Renzi, pur fuori dalle aule parlamentari, alla sua decadenza da senatore dopo la condanna definitiva per frode fiscale comminatagli dalla sezione feriale della Cassazione sul filo di lana della prescrizione. Un patto, quello del Nazareno, infrantosi contro lo scoglio dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale e ancor più incagliatosi nel no referendario di Berlusconi alla riforma costituzionale, nel frattempo approvata in Parlamento senza i voti dei suoi, dei leghisti, della destra, dei grillini e della sinistra più estrema: tutti accomunati ora dal desiderio di mandare a casa Renzi proprio col referendum, vista anche la promessa fatta dallo stesso presidente del Consiglio di fare in questo caso le valigie.

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Questa storia del referendum sulla riforma costituzionale, per quanto sia previsto in autunno e l’estate non sia neppure cominciata, sta procurando colpi di sole persino a chi è abituato a proteggersene per la calvizie. E’ il caso del simpatico Pier Luigi Bersani, o di chi – spero – ne ha raccolto male certe dichiarazioni attribuendogli la proposta a Renzi di precedere il referendum con l’approvazione della legge ordinaria, prevista dalla riforma, per disciplinare concretamente la scelta dei consiglieri regionali destinati al nuovo Senato. Bisognerà stabilire, in particolare, come prescrive la riforma, “le modalità di attribuzione dei seggi di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. I seggi – continua il testo della riforma – sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”. Il corsivo è nostro per indicare il compromesso volutamente generico, o oscuro, adottato con fatica in Parlamento.

Approvare una legge ordinaria di attuazione di una riforma prima ancora che la stessa riforma ottenga la ratifica referendaria e possa quindi ritenersi valida, è tecnicamente impossibile. E’ cosa, appunto, da insolazione, per giunta fuori stagione.

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