Marco Pannella era un liberale e non un turbo liberista

Marco Pannella era un liberale e non un turbo liberista
L'analisi dell'editorialista Guido Salerno Aletta

Per qualsiasi italiano, soprattutto se ha una certa età, il nome di Pannella è sinonimo di radicali, di referendum, e di diritti civili: tutto declinato al plurale, perché sono stati ben 110 i quesiti portati al vaglio popolare nel corso di 47 tornate, in cui ben 35 volte ha prevalso il sì. Questa è la contabilità di una vita interamente spesa ad interpellare il popolo sui tempi cruciali della vita associata, dall’aborto al divorzio, superando la rappresentanza parlamentare e la partitocrazia che aveva una presa assoluta sulla sovranità, attraverso un sistema di potere che “rubava libertà” all’Italia.

Prima di tanti altri, Pannella aveva compreso sia il potere dei mezzi di comunicazione di massa sia i vincoli derivanti dalla identificazione nei partiti ideologici: entrambi andavano rimossi. La possibilità di avere una doppia tessera di partito, così come l’idea di un assetto transnazionale, coglievano insieme le novità della democrazia cognitiva anticipando la creazione delle famiglie politiche a livello europeo.

Le pur numerose battaglie di Pannella in campo economico sono state strumentali all’esercizio pieno da parte dei cittadini delle libertà civili, in primo luogo nel campo dell’informazione. Innanzitutto, vanno rammentate quelle contro la morsa dello Stato, del governo e dei partiti, sui mezzi di comunicazione di massa, combattute con i referendum per la privatizzazione della Rai (1995) e per l’brogazione dell’Albo dei giornalisti (1997), residuo illiberale di un sistema professional-corporativo, di origine fascista. Anche la richiesta di un sistema di dirette radiofoniche delle sedute parlamentari senza filtri editoriali fu una pietra miliare per Radio radicale, che riuscì ad aggiudicarsi il bando di gara per svolgere in convenzione questo servizio pubblico, dando finalmente a tutti i cittadini la possibilità di ascoltare ciò che avviene in Parlamento. L’eliminazione del monopolio pubblico radiotelevisivo e degli enti sottoposti al controllo politico era il presupposto per la libertà di informazione. Solo abolendo il monopolio televisivo pubblico, e spezzando il nesso tra partiti e sistema dell’informazione, si poteva ottenere lo scopo ultimo: il diritto dei cittadini di essere informati correttamente, poiché la libertà economica è strumentale all’esercizio delle libertà civili.

I referendum per l’abrogazione delle norme sulle nomine dei vertici delle banche pubbliche e successivamente dei poteri speciali del ministro del Tesoro nei confronti delle aziende pubbliche, per l’abolizione del ministero delle Partecipazioni statali, del ministero dell’Agricoltura e quindi del ricostituito ministero delle Politiche agricole, così come del ministero del Turismo e spettacolo, si collocano nel 1993, in coincidenza con la crisi della Prima Repubblica: era il contributo radicale all’assalto alle cittadelle in cui potere politico e controllo dell’economia erano divenuti inestricabili. Anche in questi casi, la riconquistata libertà dallo Stato, la liberazione del cittadino da un insopportabile apparato partitocratico che tutto dirigeva, rappresenta il presupposto per l’esercizio delle libertà civili ed economiche.

Le due battaglie referendarie contro il finanziamento pubblico dei partiti, (1978 e 1993), così come quelle per abrogare il rimborso delle spese elettorali (2000), e la contribuzione sindacale automatica in busta paga (1995) prefigurano il ritorno a un nesso diretto tra cittadino e partito da una parte, e tra lavoratore e sindacato dall’altra, in cui il contributo al sostegno dell’uno e dell’altro sono sempre frutto della libera scelta e non di una forma di tassazione indiretta che perpetua il potere in campo politico e sociale.

Solo il referendum per l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che risale al 2000, ebbe un’impronta dichiaratamente liberista. Si inquadrava nel tentativo del Partito radicale di dar vita a quella rivoluzione liberale e liberista di cui il centrodestra si era dimostrato incapace, nella pur breve esperienza del 1994. Era una spinta alla liberalizzazione del mercato del lavoro, per la riforma in senso liberista del fisco, della previdenza e dello Stato sociale. Si raccolse il voto favorevole di appena 5 milioni di cittadini, rispetto agli oltre 9 milioni di voti contrari, mentre il quorum non fu raggiunto.

Fu innanzitutto un liberale Marco Pannella, prima che un liberista: la libertà economica era ancella di quella civile e politica. E’ una distinzione cara a Croce, ma non a Einaudi che le assimilava. La libertà dell’uomo è irriducibile, è la forza di chi lotta fino all’ultimo.

ultima modifica: 2016-05-21T07:00:00+00:00 da Guido Salerno Aletta

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: