I Graffi di Damato

Più dell’avviso di garanzia per abuso d’ufficio con due nomine al Teatro Regio, in una indagine peraltro avviata su denuncia di un senatore del Pd, per cui potrebbe bastare ormai una mossa giudiziaria dell’opposizione per destabilizzare un’amministrazione locale, temo che al sindaco di Parma Federico Pizzarotti sia costata la sospensione dal movimento 5 Stelle una recentissima intervista contro il peso dei Casaleggio nel movimento: prima il padre Gianroberto e poi il figlio Davide.

“Io – aveva detto pressappoco Pizzarotti al Corriere della Sera commentando la situazione interna del suo movimento e solidarizzando col collega di Livorno Filippo Nogarin, appena indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nella gestione del rifiuti – non chiedo prima a Casaleggio il permesso di esprimere la mia opinione”. E la sua, nel caso Nogarin, era contraria ai tanti, soliti giustizialisti del movimento che reclamavano le dimissioni del sindaco livornese. Giustizialisti che Pizzarotti aveva invitato a scendere dall’albero dell’opposizione pregiudiziale a tutto e a tutti per rendersi conto che nell’amministrazione della cosa pubblica bisogna “sporcarsi le mani”, rischiare l’avviso giudiziario di turno e lasciare fare il loro lavoro ai magistrati e agli avvocati.

Il povero Pizzarotti aveva forse pensato, parlando in quel modo, di trovarsi una volta tanto in sintonia incoraggiante con Beppe Grillo, espostosi anche lui a favore di Nogarin, anche a costo di provocare la sorpresa e i mugugni dei soliti movimentisti schiacciati sulle posizioni della Procura della Repubblica di turno. Ma, probabilmente sfiancato proprio dalla sorpresa e dai mugugni di costoro, e volendo non dico vendicare, ma proteggere la memoria dell’amico Gianroberto Casaleggio e il peso ereditato dal figlio Davide, il comico genovese ha rovesciato il pollice contro il sindaco di Parma. Che a sua volta, accusato di avere nascosto l’indagine in corso su di lui, non si è lasciato intimidire e ha protestato con tutte le sue forze, denunciando con tanto di posta elettronica ben conservata il marasma e l’opacità, a dir poco, del movimento. Dove le decisioni vengono prese con intimazioni anonime e i responsabili dei vari settori, definiti da Pizzarotti “irresponsabili”, sempre presenti da un po’ di tempo in tutti i salotti televisivi, non rispondono alle segnalazioni e richieste di chi, sgradito, solleva problemi. E lui ne aveva sollevati, dopo essere stato accusato dai maggiorenti nazionali del movimento di non avere chiuso un inceneritore per rispettare la legge.

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Il buon Vittorio Zucconi ha un po’ troppo generosamente definito “una crescita” l’ennesima esplosione di polemiche avvenuta fra i grillini con i casi, pur opposti, di Nogarin e di Pizzarotti.

A meno che la “crescita” non nascondesse, magari inconsapevolmente, l’auspicio di Zucconi che l’evoluzione del disordine sfoci nella dissoluzione di un movimento troppo di protesta per rivelarsi utile all’evoluzione del sistema politico, mi sembra più pertinente la “deriva” denunciata dal sindaco di Parma. Una deriva che potrebbe, peraltro, nuocere ai candidati delle 5 Stelle meglio piazzati nella campagna elettorale in corso per le amministrative del 5 giugno. Che sono due donne: Virginia Raggi a Roma, peraltro anch’essa contraria all’uso degli avvisi di garanzia come “manganelli”, e Chiara Appendino a Torino.

In caso di ballottaggio in una o entrambe queste città, la vicenda Pizzarotti ben difficilmente potrà giocare a favore delle 5 Stelle, almeno presso l’elettorato più avveduto, del quale pure le candidate avrebbero bisogno per prevalere. Se al Comune di Roma o di Torino, o in entrambi, potrà bastare un avviso di garanzia per delegittimare il sindaco e l’intera amministrazione all’interno dello stesso movimento politico di appartenenza, paralizzandone l’azione e determinando magari il ricorso alla gestione commissariale e ad elezioni anticipate, potranno essere ben pochi quelli disposti a favorire una simile prospettiva. Sarà più facile la tentazione di tenersene lontani che quella di giocare allo sfascio fidandosi ciecamente dei dirigenti più esagitati del movimento, o della pancia più turbolenta della base.

Sotto questo aspetto la mossa di Grillo contro Pizzarotti, spontanea o imposta che sia stata, assomiglia più a un’autorete che ad altro. Di “autogol” ha scritto persino Marco Travaglio. Potrà, al massimo, rivelarsi più utile al sindaco di Parma per crescere nella stima dei suoi elettori e del pubblico in genere, ma a questo punto più fuori che dentro il movimento del quale il comico genovese si sente “garante”. Ma garante di che?, visto che analoga domanda gli è stata rivolta – “Grillo chi ?”- da Pizzarotti in un collegamento con Enrico Mentana nella trasmissione Bersaglio mobile de la 7.

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Anche Ezio Mauro, sulla Repubblica, prima ancora che esplodesse il caso della sospensione del sindaco di Parma dal movimento 5 Stelle, aveva ammonito i grillini a sfuggire alla logica o allo spirito “dell’Apocalisse”, che li indurrebbe a sentirsi fra “i superstiti”. Ai quali poco gioverebbe, una volta distrutto tutto intorno a loro, scoprire di avere anch’essi dei problemi.

Mauro ha tuttavia assecondato i grillini a considerare già perdente il Pd per ragioni “di numeri” nel “derby” per la della difesa della legalità o dell’onestà: quella tanto gridata durante i funerali di Gianroberto Casaleggio. I numeri dell’ex direttore della Repubblica sono probabilmente quelli diffusi recentemente dal Fatto Quotidiano su tutta la prima pagina: 140 esponenti del Pd, se non ricordo male, fra indagati o simili, compresi però alcuni parlamentari.

In verità, se vogliamo davvero attenerci ai numeri, 140 su 50 mila amministratori locali, quanti ne ha indicati recentemente in televisione il segretario del partito Matteo Renzi, sono una percentuale di gran lunga migliore delle 13 amministrazioni locali grilline su 17 alle prese con la giustizia. Tante ne ha contate più recentemente il Corriere della Sera, prima che quella di Parma diventasse la quattordicesima.

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