L'intervento di Daniele Capezzone

Garry Kasparov è due volte una figura leggendaria. Una prima volta, come fenomenale campione di scacchi, arrivato sulla vetta del mondo sconfiggendo a soli 22 anni, nel 1985, una figura come Anatoly Karpov, un avversario che era anche un “leale soldato sovietico”. Da quel momento, e per vent’anni fino al suo ritiro nel 2005, Kasparov è stato non solo il miglior giocatore del suo tempo, ma forse il miglior giocatore di tutti i tempi. Kasparov è anche una seconda volta leggendario, perché, appena divenuto campione mondiale, ha scelto di usare la sua fama e la sua intelligenza per divenire un “freedom-fighter”, un amico dell’Occidente e della libertà, un tenace avversario di ogni  dittatura, non solo in Russia.

Oggi presiede la Human Rights Foundation, organizzazione che sostiene in tutto il mondo dissidenti e oppositori rispetto a ogni tirannia, animata con lui dallo straordinario Thor Halvorseen, che ne è il fondatore. Proprio questa settimana, tra l’altro, si è tenuto in Norvegia l’annuale Oslo Freedom Forum, appuntamento di ascolto di quanti in tutto il mondo si battono contro regimi e dittature.

Kasparov ha recentemente pubblicato “L’inverno sta arrivando – Perché Vladimir Putin e i nemici del mondo libero devono essere fermati”. Il punto di partenza è una domanda tanto dolorosa quanto elementare: com’è potuto succedere che nell’agosto 1991 la folla esultante rimuovesse a Mosca la statua del fondatore della polizia segreta, proprio davanti alla sede del Kgb, e che pochissimi anni dopo, nel 1999, un ex membro del Kgb, Vladimir Putin, sia divenuto presidente russo, costruendo in 17 anni l’autocrazia che oggi vediamo?

La descrizione di Kasparov è impressionante, e i numerosi “putinisti” occidentali (e italiani) farebbero bene a leggerla e rileggerla. Concentrazione di tutti i poteri nelle mani di un uomo solo; controllo assoluto dei media; violenza elevata a sistema; annessione illegale della Crimea; invasione dell’Ucraina. Ma soprattutto: oppositori, giornalisti e dissidenti costretti a “scegliere” tra la galera, l’esilio e la morte; l’omicidio politico come una pratica ordinaria; l’uso regolare dell’intimidazione, della minaccia, della restrizione del diritto stesso di parola e di manifestazione. Kasparov in persona è stato oggetto di arresti e percosse: e non ha difficoltà ad ammettere di “dovere” la sua sopravvivenza solo alla protezione offertagli dalla sua fama internazionale.

Quella di Kasparov non è una provocazione, ma una fotografia, nitida e choccante, di quello che definisce uno “Stato-mafia”, evocando per Putin “Il Padrino” di Mario Puzo. Un “capo di tutti i capi” che esercita il suo potere con le armi del sangue, del denaro, della paura.

Fin qui potrebbe trattarsi di una denuncia forte e, a mio avviso, assai condivisibile, ma in fondo prevedibile, da parte di un uomo libero e coraggioso che vede la propria patria nelle mani di un autocrate. E invece arriva la parte più riuscita e potente del libro: un dolente atto d’accusa verso l’amato Occidente, che continua a non comprendere ciò che accade, sottovaluta i rischi per il mondo libero (oltre che per la Russia) e lascia che Putin prosegua la sua escalation.

Gli esempi messi in fila da Kasparov sono numerosi e fondati: non solo i cedimenti di Obama negli ultimi otto anni; non solo il sostegno e la legittimazione internazionale forniti a Putin da numerose e diverse figure (da Schroeder a Blair, e purtroppo anche  da Berlusconi a Prodi); ma soprattutto la lunare strategia energetica europea. Se è vero, infatti, che l’Europa riceve dalla Russia un terzo dell’energia che consuma, questa “dipendenza” potrebbe agevolmente trasformarsi in una “opportunità”, rispetto alla fragile economia putinista: un’eventuale azione di forza europea, sul terreno economico, potrebbe mettere in ginocchio Putin. E invece, paradossalmente, quanto più le compagnie petrolifere occidentali sono state ingannate, imbrogliate, escluse da partnership, tanto più l’Occidente ha ceduto, aprendo le braccia e chiudendo gli occhi.

Così, senza pressioni esterne, anzi fruendo di una generale apertura di credito dall’estero (culminata nel plauso pressoché unanime per l’operazione Medvedev: inventarsi un successore fantoccio, che avrebbe cambiato la Costituzione, consentendo a Putin una doppia futura ricandidatura), Putin ha avuto mano libera all’interno.

La sua scommessa è stata chiara. Dapprima, dire ai russi: “Magari non sarò un perfetto democratico, ma posso garantirvi la ripresa economica”. Mancata la ripresa economica, il mantra è cambiato: “Non sarò un perfetto democratico, non avrò portato la ripresa, ma sto restaurando il ruolo della Russia nel mondo”. E i recenti cedimenti occidentali su tutto (si pensi allo scacchiere siriano) stanno consentendo al pokerista Putin di tenersi vivo, nonostante un’economia al collasso.

Kasparov ha mano felice quando paragona Putin non a un giocatore di scacchi, ma a un giocatore di poker: capace di “vedere” i bluff degli altri giocatori, gli attuali leader occidentali.

E in questo senso, sono invece lucide e commoventi le parole che Kasparov riserva alla grandezza dei leader occidentali del passato, Reagan in testa. Il Presidente americano non aveva esitazioni a dare una dimensione morale alla sua politica estera. Anche Reagan parlava con le controparti sovietiche, ma per prima cosa poneva al centro la questione della libertà, dei prigionieri politici, dei dissidenti. E, anche su un terreno più razionale e meno emozionale, Kasparov ha totalmente ragione, a mio avviso, nel ridimensionare la figura di Gorbaciov, inizialmente determinato a salvare il sistema comunista, e letteralmente piegato e sconfitto da Reagan, e costretto alle aperture che sappiamo. Kasparov ha il coraggio di scrivere pagine che è raro leggere in Occidente, ricordando come proprio la durezza di Reagan a Reykjavik nel 1986, e il suo rifiuto di rinunciare alla Strategic Defensive Initiative americana (quella che era nota come il progetto Star Wars), fu l’arma decisiva per intimorire e piegare l’orso sovietico.

Kasparov attinge ancora alla sua esperienza scacchistica per spiegare sia la vittoria occidentale di allora, sia la strisciante sconfitta in corso. Spiega che un giocatore di scacchi deve riflettere anche sulle vittorie, e capirne i motivi. Invece l’Occidente sembra non aver capito ragioni e motivi della vittoria che ottenne nella Guerra Fredda. Quella vittoria aveva consegnato al mondo libero il più forte degli argomenti: la superiorità dei sistemi liberaldemocratici rispetto alle dittature. E invece ce ne siamo piano piano dimenticati. E lasciamo che sia Putin, oggi, a capovolgere a suo favore due fattori decisivi.

Primo, la deterrenza. In passato era l’Occidente a tenere sul tavolo (per non usarla) l’opzione militare. Oggi lasciamo che sia Putin a fare scorribande militari e a ricordarci, di tanto in tanto, che possiede un arsenale nucleare, senza che nessun leader occidentale osi rispondere, o prenda l’argomento sul serio.

Secondo, la comunicazione. In passato era l’Occidente a promuovere un’azione di controinformazione. Oggi è la Russia che, oltre ad assicurare a Putin un controllo totale dei media nazionali, ha costruito una rete di media internazionali con il compito di confondere le acque, disinformare, alterare la realtà. E non sottovalutiamo (vale anche per l’Italia, inutile illudersi che non sia così) la valanga di sostegno (temo non solo spirituale) che arriva pure in Occidente (partiti? giornali? think-tank? chi può dirlo) per alimentare una propaganda putinista, che ovviamente trova terreno facile, vista l’inconsistenza di molti degli attuali leader occidentali.

Kasparov chiude ricordando l’ascesa di Hitler. Non fa l’equazione “Putin uguale Hitler”. Ma fa l’equazione, assai appropriata, tra le due ascese, e tra la doppia sottovalutazione (allora come ora) avvenuta in Occidente (si pensi alle Olimpiadi del 1936 o agli accordi di Monaco 1938, solo per fare due esempi). Fermare un tiranno oggi sarebbe importante – conclude Kasparov – perché farlo domani potrebbe essere molto più difficile.

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