Manifesto-appello per la salvaguardia del nostro sistema produttivo e culturale

Chi scrive vuole mettere in campo un’attività costante in difesa della civiltà industriale ecosostenibile del Paese che, invece, in molti vorrebbero scardinare.

Dalla Germania arrivano dati interessanti su come si stanno modificando le opinioni dei cittadini: i due grandi partiti tradizionali, Cdu e Spd, stanno perdendo consensi – insieme oggi non raggiungono il 50 per cento – mentre si sta ampliando uno spazio occupato soprattutto dalle formazioni di matrice “populista”. Questo fenomeno segnala che c’è una tendenza diffusa a ricercare soluzioni demagogiche per alcuni disagi che attraversano la società. Ma soprattutto che è il momento di rilanciare la funzione della politica superando la distinzione fra progressisti e conservatori in favore di quella tra edificatori e guastatori.

Per fortuna gli edificatori sono molti e anche pronti a impegnarsi per recuperare quel protagonismo che in molti ritengono esaurito ma che è vivo e ha solamente bisogno di essere attivato con le motivazioni giuste. Come essere “edificatori”? La premessa di questo impegno per “edificare”, è che mai come adesso le scelte che dovremo fare come sistema Paese influenzeranno il futuro nostro e delle generazioni che verranno.

È il momento di scegliere, quindi, ed è proprio la crisi che ci spinge a farlo. In greco antico, del resto, la parola “krisis” ha fra i diversi significati anche quello di decisione. Una di queste situazioni, la più importante in questo momento, riguarda il futuro del settore industriale italiano, che sta vivendo un momento di oggettiva difficoltà.

Se grattiamo le differenti retoriche con cui il problema viene affrontato resta una cosa soltanto: migliaia di lavoratori e le rispettive famiglie che sono col fiato sospeso perché rischiano ogni giorno di non avere più reddito. Cosa rispondiamo a queste persone? Mettendo a punto una strategia di Paese: non disperdendo energie e risorse in azioni singole o, peggio, in interventi indifferenziati, “a pioggia”, ma costruendo un’idea culturale industriale italiana, che abbia come cardini alcuni elementi. Il primo è un passaggio generazionale, che metta i lavoratori del settore industriale nelle condizioni di continuare a fare ciò che conoscono bene, cioè essere tra i leader della manifattura mondiale, ma preparando nello stesso momento un percorso di transizione verso un sistema industriale innovativo. Il secondo è investire con convinzione – e non in modo clientelare o dispersivo, appunto – su ricerca e innovazione, una strada che il presidente Renzi pare intenzionato a percorrere. Un sistema di istruzione e formazione moderno è l’unico presupposto per fare crescere una generazione di forza lavoro capace di sostenere l’innovazione del sistema industriale nazionale. Per raggiungere questi obiettivi va costruita un “idea culturale”, cioè un percorso fatto di stadi ragionevoli, sostenibili come si usa dire adesso, che ci porti – partendo dalle scuole – dove vogliamo arrivare: produrre ricchezza e occupazione, benessere e welfare.

Un percorso, quindi. Del resto ogni conquista vera e solida è un processo, non un trauma.

È un approccio culturale, ma la cultura è la risorsa più preziosa, perché ogni perdita di un attività produttiva produce un costo sociale, un impoverimento del know how umano e tecnico su cui si fonda una nazione moderna. La cui perdita ricade sullo Stato e sulle comunità locali. Ovvero su tutti noi. Occorre darsi da fare. Noi vogliamo darci da fare. Per questo vogliamo impegnarci con una costante attività coinvolgendo il mondo economico, produttivo, professionale, sindacale attraverso dibattiti, convegni e confronti in ogni dove con le armi della ragione e del buon senso, perché siamo convinti che il progresso avanza solo con lo sviluppo. Questo tipo di attività non deve essere “ex cattedra” o su modelli ideali o ideologici ma partire da ciò che accade attorno a noi cittadini. Partendo dal lavoro. L’urgenza di agire è sotto gli occhi di tutti.

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