La domanda, e la risposta, dell'economista ed ex ministro Giorgio La Malfa

Forte della sua tradizione di indipendenza, l’Inghilterra aveva sempre nutrito dubbi, fin dal celebre discorso di Churchill del ’46 all’Università di Zurigo, se essa dovesse far parte di un’Europa unita. Aveva accettato il mercato comune e l’area di libero scambio per i loro evidenti vantaggi economici, ma non il traguardo ultimo dell’unità europea.

Il fattore scatenante della crisi dell’Europa si chiama Euro. Introdurre una moneta unica prima che fosse matura l’idea di superare gli stati nazionali e di fare della Comunità Europea uno stato federale come gli Stati Uniti d’America è stato, e si sta dimostrando, un errore. I padri fondatori dell’Europa sapevano che l’integrazione del continente era un cammino lento che poteva avere successo – come aveva ammonito Jean Monnet – solo se fossero risultati evidenti ai cittadini europei i vantaggi, soprattutto sul terreno economico, di rinunziare alle sovranità nazionali.

Fino a un certo momento è stato così. Invece, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, temendo una Germania troppo forte e troppo autonoma, i circoli europei accelerarono l’introduzione della moneta unica per forzare il cammino verso la creazione di uno Stato sovranazionale.

L’Euro ha consolidato i dubbi dell’Inghilterra. Ma anche nell’Europa continentale, la moneta comune ha seminato dubbi e generato malcontento. L’iniziale aumento dei prezzi al momento del passaggio all’Euro; la disoccupazione; la crisi di interi settori industriali; la necessità di imporre regole uniformi per la politica economica a paesi ancora profondamente diversi nel modo di affrontare i problemi e infine il senso di una riduzione progressiva degli spazi di libertà per ciascun paese: tutto questo ha creato nelle opinioni pubbliche il senso crescente di un deficit democratico delle istituzioni europee.

Nasce in questo quadro l’esito del referendum inglese: all’occasione incautamente offerta da Cameron due anni fa che, per vincere le elezioni, ha convocato un referendum, l’Inghilterra ha risposto separando le proprie sorti da quelle, traballanti, dell’Europa continentale.

Oggi si pone l’interrogativo: più Europa o meno Europa? Questo è il problema politico aperto all’indomani del referendum inglese. Di fronte a quanti prospettano improbabili salti in avanti, la Germania appare molto cauta. Ed ha ragione. In questo momento la prudenza della signora Merkel conferma le sue doti politiche. Alla frettolosa risposta di chi dice, anche in questi giorni, che serve più Europa, la Germania, con le parole della Cancelliera e con le prese di posizione di queste settimane del ministro delle Finanze, Schauble, invita alla prudenza. Semmai si tratta di attenuare un vincolo troppo stretto che si è andato creando in questi anni. Restituire spazi di manovra alle sovranità nazionali. Questa è la sola strada che appare politicamente lungimirante.

(Questo articolo è stato pubblicato oggi su QN)

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