L’Associazione Internazionale di Atletica Leggera Federazione (IAAF) ha deciso venerdì di non revocare la sospensione alla Russia, imposta lo scorso novembre dopo le accuse di doping sponsorizzata dallo stato e dunque la squadra di Mosca sarà esclusa dalle Olimpiadi di Rio che inizieranno ad agosto. Si tratta di una decisione unica, definita “ingiusta” dal presidente Vladimir Putin che ha inviato il Cio (Comitato olimpico internazionale) ad intervenire: “Ci sono principi universalmente riconosciuti del diritto e uno di loro è che la responsabilità dovrebbe essere sempre personificata” ha commentato il presidente russo. Il Cremlino avrò oggi un summit telefonico con i funzionari del Cio prima del vertice che il comitato terrà a Losanna martedì, la linea russa è difendere l’innocenza di molti atleti e chiedere che non si squalifichi l’intera federazione; al momento, coloro che dimostrano di “essere puliti” potranno partecipare alle Olimpiadi, ma come indipendenti. La squalifica interessa per il momento l’intera Araf (la Federatletica russa) perché secondo un’indagine condotta dalla Wada (World Anti-Doping Association) in Russia sarebbe stato creato un sistema di doping guidato e gestito a livello statale, anche attraverso l’uso di funzionari dei servizi segreti interni, per diffondere una vera e propria “cultura sportiva alterata”. A fronte del report di novembre, il ministero dello Sport di Mosca ha predisposto alcune riforme, introdotto test indipendenti sugli atleti e promosso iniziative (molto estetiche) come le lezioni anti-doping nelle scuole, ma una nuova relazione della Wada, uscita il 16 giugno, conferma che “la cultura profonda di tolleranza per il doping sembra non essere cambiata”, “non è ancora stata creata un’infrastruttura anti-doping forte ed efficace in grado di individuare e prevenire”, “ci sono accuse dettagliate secondo cui è stato proprio il ministero dello Sport a orchestrare il doping sistematico e gli insabbiamenti”.

La linea ufficiale del governo di Mosca è quella di Putin, o del ministro dello Sport Vitaly Mutko, secondo cui con la sospensione generale si violano i diritti degli atleti puliti (Yelena Isinbayeva, record del mondo del salto con l’asta femminile, ha detto che la decisione rappresenta una violazione dei diritti umani), a cui ha replicato Rune Andersen, l’esperto di doping della IAAF che ha guidato la task force che s’è occupata di verificare i progressi russi, il quale ha detto che il sistema “è contaminato dal livello superiore all’inferiore” e per questo è difficile “distinguere gli atleti puliti”. Contemporaneamente alle posizioni ufficiali si fanno largo le letture laterali promosse dalla disinformatia del Cremlino, che accedono al noto argomento retorico del “tutti contro di noi” e del cospirazionismo (in questo momento lo sport è un buon espediente stilistico, e qualcosa del genere era successo anche dopo le accuse della Uefa sulle azioni degli hoolingas russi a Euro2016 dirette da Mosca). A rafforzare certe argomentazioni la comunicazione dell’Unione Europea, arrivate sempre venerdì, che ha deciso di mantenere attive fino al 23 giugno 2017 le sanzioni contro la Russia alzate come conseguenza della crisi in Ucraina e l’annessione della Crimea, ritenendo non soddisfacente l’implementazione del processo di pace introdotto dagli accordi di Minsk. La decisione annunciata dal Consiglio europeo era prevista e già ampiamente commentata dal Cremlino come l’unico tentativo rimasto per l’Europa di seguire una linea politica unitaria. Il riferimento guarda alla Brexit, argomento di divisione su cui Mosca sta facendo gioco politico contro l’UE, ma anche alle posizioni prese da alcune (importanti) cancellerie europee. La realtà è che in effetti sulle sanzioni non c’è una linea condivisa tra gli stati membri, e i paesi dell’Europa occidentale sentono molto meno stringente la necessità di mantenere intatte le limitazioni (anzi, pensano che toglierle porterebbe un aumento dei commerci) rispetto a quelli del fronte orientale, che invece vedono il soft power russo prendere più consistenza solida ed estendere le proprie mire verso i propri territori e per questo chiedono sanzioni e armamenti. Il premier italiano Matteo Renzi, intervenendo dal business forum di San Pietroburgo (durante il quale sono stati chiusi diversi accordi commerciali tra ditte italiane e russe), ha per esempio espresso una linea morbida: “La posizione italiana è molto semplice – ha detto – le sanzioni non si rinnovano in maniera automatica ma, o c’è un giudizio su quello che sta accadendo, o diventano ordinaria amministrazione”. Renzi ha annunciato a margine del bilaterale con Putin che chiederà all’UE di ridiscutere le sanzioni.

Condividi tramite