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Perché non vedo alcuna evoluzione dei Cinque Stelle di Beppe Grillo

Anche se la forza dei grillini, come un po’ tutti continuiamo a chiamare gli esponenti del Movimento 5 Stelle, è uscita dal primo turno delle elezioni amministrative di questo 2016 meno consistente, come vedremo, di quanto sia apparsa con gli indubbi successi delle candidate pentastellate a sindaco di Roma e Torino, che se la vedranno il 19 giugno con i candidati del Pd, Michele Arnese ha contestato giustamente la sorpresa di tanti politici e osservatori. Che, a suo avviso, dovevano prevedere la maggiore visibilità, e a tratti anche credibilità, acquisita dai grillini coniugando meglio negli ultimi tempi la protesta con la proposta. E riuscendo anche ad incidere sull’esito parlamentare di alcune importanti battaglie: per esempio, la disciplina delle unioni civili, anche dello stesso sesso. Che senza il colpo di scena dei grillini al Senato, rifiutatisi di assecondare una forzatura del regolamento per evitare gli scogli delle votazioni a scrutinio segreto più rischiose per gli originari progetti del Pd, avrebbe contenuto anche il capitolo spinosissimo delle adozioni.

E’ indubbio che qualcosa sia cambiato nel movimento pentastellato. E che i cambiamenti non siano stati solo le espulsioni o dimissioni più o meno volontarie di parecchi parlamentari non allineati agli ordini o ai controlli dei superiori, con una gestione obiettivamente opaca, o non trasparente, della formazione politica che ne rifiuta il nome ma in realtà è anch’essa un partito, per quanto anomalo.

E’ cresciuto l’interesse per i grillini anche all’estero, oltre Tevere e nelle rappresentanze diplomatiche in Italia, dove dirigenti e parlamentari del movimento vengono ricevuti e studiati come protagonisti, e non più come attori marginali e dilettanti della politica nazionale. I loro viaggi o i loro inviti nelle ambasciate ricordano un po’, per l’eco o curiosità che riescono a produrre, quelli dei dirigenti del partito comunista italiano all’epoca della guerra fredda, quando bastava che essi non si limitassero a varcare la cosiddetta cortina di ferro, in direzione di Mosca o delle altre capitali dell’impero sovietico, per fare notizia. Basterà ricordare ai più giovani che un dirigente comunista come Giorgio Napolitano dovette faticare le proverbiali sette camicie negli anni Settanta per potere andare negli Stati Uniti e sdoganare in qualche modo oltre Atlantico il partito comunista, il maggiore dell’Occidente.

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Eppure, anche fra e nei partiti più filoamericani, come quello repubblicano, per esempio, guidato da Ugo La Malfa e poi da Giovanni Spadolini, molti già scommettevano sulla volontà e capacità di “evoluzione” – si diceva così – dei comunisti. C’era chi vi scommetteva a tal punto nella Dc da considerare troppo ingombrante un alleato di governo come Bettino Craxi per il suo troppo dichiarato e praticato anticomunismo.

Ora si scommette anche sull’evoluzione dei grillini, arrivati sulla scena politica come contestatori di tutti e di tutto ma forse capaci di rinunciare prima o dopo alla loro orgogliosa “diversità” – anche questa comune a quella rivendicata dai comunisti – per aprirsi alla collaborazione con altri. Il primo a scommettervi, rimanendovi rovinosamente scottato, fu tre anni fa, all’indomani di un turno elettorale conclusosi in modo infruttuoso, senza un vero vincitore, il povero segretario pro-tempore del Pd-ex Pci Pier Luigi Bersani. Che, pur di non riconoscere gli effetti della sua mancata vittoria e di non cercare un accordo di emergenza o solidarietà nazionale con Silvio Berlusconi, inseguì un’intesa, o qualcosa che le assomigliasse, con i grillini per il decollo di un suo governo “combattivo” di minoranza.

Bersani si mosse con una tale ostinazione, fra le irrisioni degli stessi grillini, da entrare in rotta di collisione politica con un suo vecchio compagno di partito che era il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, peraltro in scadenza di mandato. E solo quando, nelle more della crisi di governo, non riuscì a fare eleggere al Quirinale un successore disposto a fargli tentare quell’avventura ministeriale, l’allora segretario del Pd si decise a rinunciare sia al suo progetto di governo sia alla guida del partito.

Da allora, certo, per quanto siano trascorsi solo tre anni, molta acqua è passata sotto i ponti. E i grillini un po’ per merito loro, come ha giustamente rilevato Michele Arnese, e un po’ per i demeriti altrui, cioè per gli errori dei loro avversari, sono riusciti a contendere la guida di città importanti come Roma e Torino, mentre il loro vice presidente della Camera, il giovane Luigi Di Maio, non nasconde l’ambizione di scalare Palazzo Chigi.

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Eppure, a dispetto della forza percepita, da un’analisi dello specializzatissimo Istituto Cattaneo, diffuso da Formiche.net con un commento di Stefano Cingolani, il movimento grillino risulta uscito dalle urne del 5 giugno più forte solo rispetto alle precedenti elezioni amministrative del 2011, cui partecipò in modo assai più limitato di questa volta. Rispetto invece alle elezioni politiche di tre anni fa, e nonostante i ballottaggi prenotati per il 19 giugno a Roma, Torino e in altri 18 Comuni elencati dal blog di Grillo come trofei, esso risulta in perdita di quattro punti. Centrosinistra e centrodestra, o quel che ne rimane, risultano invece in perdita rispetto alle amministrative di cinque anni fa e in recupero rispetto alle elezioni politiche del 2013.

Bisognerà ora vedere se, smaltita l’euforia della vittoria percepita nel primo turno delle elezioni amministrative di questo 2016, e mettendo pure nel conto un ulteriore e più clamoroso successo nei ballottaggi, compresa la conquista di Roma che Virginia Raggi considera ormai a portata di mano grazie anche alla ritrosia o contrarietà di tanta parte di quello che fu il centrodestra a dare una mano al candidato renziano Roberto Giachetti, i grillini sapranno e vorranno davvero cambiare.

Se i pentastellati non cambieranno davvero, cominciando col riservare agli altri partiti il “rispetto” che reclamano per loro, non scambiando più per ladri e corrotti tutti gli altri, saranno guai per la democrazia italiana. Forse anche maggiori di quelli a lungo procurati nel dopoguerra dai comunisti, abituati ad arrivare con un ritardo medio di vent’anni agli appuntamenti con la modernità e il realismo.

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