I nodi vengono al pettine per Atlante, il fondo di sistema nato, come indica lo stesso nome mitologico, per sostenere il peso non del Mondo ma delle banche italiane. Il problema è quello che aveva fatto impensierire fin dalla sua nascita: le munizioni da 4,2 miliardi non sono affatto sufficienti per risolvere i tanti, troppi problemi con cui devono fare i conti gli istituti di credito.

IL NODO VENETO BANCA
Qualche numero: Atlante ha già dovuto impiegare 1,5 miliardi per sottoscrivere l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza, diventandone in questo modo primo azionista assoluto con oltre il 99% del capitale; e adesso il fondo sembra proprio essere destinato a fare lo stesso con la ricapitalizzazione da 1 miliardo (in corso, si chiuderà il 22 giugno) di Veneto Banca. Questo significa che più della metà della dotazione di 4,2 miliardi di Atlante, gestito dalla Quaestio sgr guidata da Alessandro Penati, rischia di finire soltanto alle due banche del Nord est.
Ecco perché, secondo indiscrezioni riportate dal Messaggero, la Quaestio di Penati, per una maggiore tranquillità in vista dell’ormai probabile ingresso in forze in Veneto Banca, avrebbe domandato altri 855 milioni di euro ai suoi sottoscrittori, cioè essenzialmente alle banche (prime tra tutte Intesa e Unicredit) e alle assicurazioni italiane, che hanno già aperto il portafogli per un totale di 4,2 miliardi.

AUMENTO DI CAPITALE A RISCHIO
Le indiscrezioni sull’aumento di capitale da 1 miliardo di Veneto Banca sembrano avvalorare la tesi secondo cui un ingresso di Atlante è sempre più vicino. Questo perché, a dispetto delle parole di Bruno Zago, presidente dell’associazione azionisti “Per Veneto Banca”, che nei giorni scorsi aveva ventilato sottoscrizioni e impegni per addirittura 600 milioni nell’ambito dell’aumento da 1 miliardo, l’operazione sembra stentare a decollare.
Tra i vecchi e i nuovi soci dell’istituto pare, infatti, che si respiri un clima di profonda sfiducia: da un lato, ci si sente di fatto commissariati dalla Bce, che ormai ha le antenne drizzate a Nord est; e, dall’altro, si teme che l’imminente arrivo di Atlante, con le rigidità di Penati e Intesa e Unicredit a comandare, possa spazzare via del tutto la storia della banca azzerando l’importanza del territorio. Un sentimento che di sicuro non invoglia ad aderire alla ricapitalizzazione. Sta di fatto che venerdì sera l’offerta di azioni dell’istituto di Montebelluna risultava coperta soltanto allo 0,3%; in altri termini, per appena 3 milioni di euro sul miliardo totale.

IL CASO GIUDIZIARIO
Tra l’altro, le dichiarazioni di Zago sono finite al centro di un caso giudiziario, poiché, secondo indiscrezioni del Corriere della Sera e del Messaggero, tra lunedì e mercoledì il nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza, su richiesta di Consob, avrebbe effettuato dei controlli nell’ambito della ricapitalizzazione nel quartier generale di Montebelluna e in altre sette agenzie della provincia di Treviso. E secondo alcune ricostruzioni queste attività sarebbero legate proprio alle dichiarazioni di Zago, che sempre secondo indiscrezioni sarebbe legato all’ex patron di Veneto Banca, Vincenzo Consoli. Non solo: non si esclude che l’aumento di capitale dell’istituto possa presto approdare anche sul tavolo della magistratura romana, che da oltre un anno sta indagando l’ex direttore generale Consoli e l’ex presidente, Flavio Trinca, per ostacolo alla vigilanza.

IL MISTERO DELLE CASSE PREVIDENZIALI
Ma i problemi di Atlante non riguardano soltanto Veneto Banca. Come più volte dichiarato da Giuseppe Guzzetti, numero uno di Fondazione Cariplo, ente primo socio di Quaestio, la missione principale di Atlante dovrà essere quella di alleggerire i bilanci delle banche italiane, comprando i loro ormai pesantissimi crediti inesigibili, con particolare riguardo alle sofferenze (secondo gli ultimi dati di Bankitalia il valore netto di queste ultime ad aprile si attestava a 84 miliardi contro i 198 miliardi del lordo). Ma se gran parte dei 4,2 miliardi di dotazione iniziale vengono impiegati solo per aumenti di capitale, come fa Atlante a comprare le sofferenze? Da qui la necessità, prospettata dallo stesso Guzzetti, di dare vita a un Atlante 2, con l’unica missione di comprare i prestiti che gli istituti faticano a farsi restituire.
Il problema è, però, dei più annosi: questa volta chi mette i soldi? E siccome banche e assicurazioni lo hanno già fatto e potrebbero farlo ancora come si è appena visto, secondo indiscrezioni del Fatto Quotidiano, il governo avrebbe deciso di chiedere aiuto alle Casse previdenziali private (notai, giornalisti ecc). Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, ha smentito di avere avuto un incontro con i vertici delle 15 casse previdenziali, ma sembra comunque di capire che siano state intavolate delle trattative. Il Corriere della Sera del 16 giugno, tuttavia, sottolineava le numerose difficoltà di un possibile ingresso delle Casse in Atlante. A cominciare dal rischio che, trattandosi di fatto di soggetti pubblici, la Commissione europea possa inquadrare il loro intervento come un aiuto di Stato.

MANCANO I SOLDI
Quel che diventa sempre più evidente è che servono sempre più risorse per mettere in sicurezza le banche italiane. E questo anche perché non se ne parla molto ma sullo sfondo resta sempre un’incognita enorme: Monte dei Paschi di Siena, la terza banca italiana, che si era detto che sarebbe dovuta finire nell’orbita di un gruppo dalle spalle più larghe ma che non si sa ancora che strada imboccherà.
In uno studio della società di consulenza Policy Sonar si tratteggia lo scenario più apocalittico: che per gli istituti di credito italiani con maggiori problemi di ritiro dei depositi e di crollo del prezzo di Borsa si sia costretti a fare scattare le nuove regole delle risoluzioni bancarie in vigore da gennaio, il tanto temuto bail-in (che nel caso più estremo può azzerare, oltre ad azioni e obbligazioni subordinate, anche le obbligazioni “semplici”). Uno scenario che rischia di diventare realtà, sottolinea Policy Sonar, soprattutto “nel caso in cui il premier Matteo Renzi dovesse fare un passo indietro nel quarto trimestre del 2016, dopo il risultato del referendum sulla riforma costituzionale e prima della legge di Stabilità”.

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