Si sprecheranno i commenti dei gufi, di chi sentirà l’odore di minestra riscaldata o l’eco sfiatata delle reunion con le band di incanutiti rocker ex maledetti. Si sprecheranno gli encomi incoraggianti dei fan ottimisti ed entusiasti, di chi l’Italia settimanale l’ha letta, seguita, collezionata e dalla sua chiusura ne rimpiange la presenza in edicola, in grado ancora oggi di citarne articoli e firme. Vedremo chi avrà ragione. Sta di fatto che, dalle colonne web del Barbadillo, lancia l’idea di rimettere in piedi un “periodico di idee” come la sua Italia settimanale dei primi anni novanta.

Un minimo di storia, visto che parliamo di un quarto di secolo fa: l’Italia uscì per volontà di Veneziani con una ristretta compagine giornalistica ed editoriale, navigò sempre in acque finanziarie perigliose e non superò mai le trentamila copie. Eppure riuscì nell’impresa non facile di far uscire la destra culturale dal ghetto neofascista in cui si era ed era stata rinchiusa oltre quarant’anni: per merito dei redattori e dei collaboratori, per la ventura di aver imbroccato un periodo storico-politico straordinario, cioè il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, e soprattutto per la caparbia genialità del suo direttore, un autentico vulcano di provocazioni culturali, di sdoganamenti e contaminazioni.

Non per nulla, con le due successive direzioni – quella professionale ma meno originale di Alessandro Caprettini e poi quella irruenta e un po’ kamikaze di Pietrangelo Buttafuoco – il giornale perse ciascuna volta la metà del venduto precedente, chiudendo definitivamente al lumicino delle poche migliaia di copie. Nel frattempo non arrivarono editori salvifici, non arrivarono i finanziamenti berlusconiani, non arrivarono le grandi campagne politiche che hanno sempre accompagnato qualunque minacciata chiusura del Manifesto. In compenso, soprattutto con Veneziani, arrivarono centinaia di articoli e decine di personaggi che fecero un pezzetto di storia italiana: da Domenico Fisichella a Vittorio Messori, da Vittorio Sgarbi a Vittorio Feltrida Irene Pivetti a Giorgio Albertazzi, da Gianni Scipione Rossi ad Adolfo Urso, da Carlo Nordio a Cesare Previti, del quale Veneziani, in un memorabile articolo, ricordò la casa monumentale con acquario.

Cosa resta di quel mondo? Berlusconi allora in ascesa politica, Berlusconi che con l’endorsement a favore di Gianfranco Fini sindaco di Roma lancia il Polo delle libertà e inventa di fatto il centrodestra italiano, oggi è solo un ottuagenario convalescente. E dietro di lui, come davanti e accanto a lui, è il pressoché nulla. Spiace dirlo ma, detratto il Cavaliere, alla destra italiana rimane solo la nostalgia: quella che in campagna elettorale ha eretto a temi di dibattito politico la statura urbanistica di Mussolini e l’omaggio toponomastico ad Almirante e che, in occasione della recente scomparsa, ha ridotto la celebrazione di uno dei nostri più grandi attori a quella del “camerata Giorgio Albertazzi”.

Il rischio è pertanto che anche la proposta di far nascere un nuovo settimanale rientri nell’inguaribile retrovisione della destra nostrana. Non per le intenzioni di Veneziani, magari, che scrive di “uno spazio pubblico, una piazza mediatica, un giornale, che rappresenti chi la pensano come noi”. Ma in quelle dei “noi”, sempre pronti all’“a noi!”, per l’appunto. Veneziani parla a nome di “quelli, per esempio, che sono veramente preoccupati perché l’Italia tra denatalità, migranti e gayezze varie, rischia davvero di sparire. Quelli che credono sia importante tutelare la nostra civiltà, la nostra tradizione storica e religiosa e la nostra sovranità nazionale. Quelli che pensano alla famiglia come un fondamento naturale e civile”, inanellando tanti altri esempi in parte tratti dal suo davvero piacevolissimo “Comizi d’amore”, di cui Formiche.net ha già intessuto l’elogio.

Nelle pieghe delle pagine, nella rubrica delle lettere, nei calembour dei titoli del suo ipotetico futuro settimanale, però, rischieremo il gioco al ribasso, perché in gran parte la destra ancora oggi si nutre di bei tempi andati, di “si stava meglio quando si stava peggio”, di ricordi e di rimpianti. Anche, va detto, per colpa di una sinistra altrettanto povera culturalmente e politicamente che, un po’ per non morire, è sempre pronta a tirar fuori dalla fondina l’arma dell’antifascismo, alimentando così quelle oziose polemiche che alla fin fine giovano a tutti. Specialmente a un giornalismo che definire povero d’idee è un eufemismo. Basti vedere quanto si è riusciti a scrivere e dire intorno a una notizia a dir poco inesistente come il “Mein Kampf” allegato a Il Giornale.

“C’è o no, una fetta grande di italiani che la pensa a questo modo pur non nutrendo alcun odio per stranieri, omo, trans, razze varie? E chi la esprime, chi ne dà voce, argomenti e magari contegno? Nessuno”. Questo il sillogismo da cui parte la proposta-speranza di Veneziani: esattamente lo stesso che lo portò, a inizio anni ’90, a fondare l’Italia settimanale. E lo stesso esito commerciale, temiamo, avrà questo suo eventuale epigono di nuovo millennio, questo figlio editoriale minore che però difficilmente avrà quel non so che di serendipità con cui il fratello maggiore riuscì ad assicurarsi un ruolo minimo ma storico nell’editoria italiana. Detto ciò, a Veneziani va il più grande in bocca al lupo dal profondo del cuore.

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