Ian Bremmer, noto analista e commentatore di politica internazionale, presidente di Eurasia Group, ha scritto su Twitter: “La ragione per cui lo scandalo email/server di Hillary Clinton è ancora una vulnerabilità [per gli Stati Uniti]? Putin”. Il riferimento va oltre alla vicenda dell’uso da parte di Clinton di un server privato per gestire comunicazioni di interesse nazionale quando era segretario di Stato, che si è conclusa senza nessuna incriminazione, ma con effetti indiretti di certo non positivi per la candidata democratica. In queste ultime ore sono uscite informazioni che hanno arricchito la storia di un ulteriore problema: il mese scorso il Comitato democratico aveva denunciato che i propri server erano stati attaccati da parte di hacker stranieri, probabilmente russi. Due giorni fa quelle mail sottratte sono state messe online, e sarebbe stata la Russia – secondo alcuni osservatori – a passarle a Wikileaks, in un piano per favorire l’elezione del concorrente repubblicano Donald Trump.

LA BOMBA POLITICA

Si tratta di conversazioni scottanti, che si aggiungono al debole dossieraggio su Trump uscito un mese fa: cose interne ai dem, imbarazzanti di certo ma nemmeno troppo sensibili, in effetti molto meno delicate di quelle che Clinton ha fatto circolare sul suo indirizzo privato senza gli standard di cybersecurity governativi. Però la vicenda già in soli due giorni è costata cara ai democratici: domenica, Debbie Wasserman Schultz, la presidente del Dnc, il Democratic National Committee – ciò che c’è di più simile al concetto di “partito italiano” in America – s’è dimessa, perché in quelle mail circolate ci sarebbero testimonianze di un’attività interna al partito, in realtà niente di così irregolare, pensata per azzoppare il concorrente di Hillary, il più progressista Bernie Sanders (che in questi giorni ha fatto grosse pressioni perché Wesserman lasciasse l’incarico). Nella montagna di mail messa online dall’organizzazione creata da Julian Assange, ci sono conversazioni tra funzionari del Partito democratico che per esempio danno suggerimenti a qualche giornalista su domande scomode da sottoporre a Sanders quando era ancora in corsa.

LA SCONFITTA DI SANDERS E IL GIOCO DI TRUMP

L’argomento della sua sconfitta truccata è già stato tirato in ballo più volte dal senatore del Vermont, e siccome Sanders, come Trump, ha consensi tra gli anti-establishment (e sono questi i voti più combattuti), il magnate repubblicano ha spesso giocato sul tema per cercare di accaparrarsi parte dei voti degli elettori delusi, anche se senza grossi esiti positivi, per il momento. Ma The Donald è piuttosto attivo sull’argomento anche in questi giorni; con il suo solito modo comunicativo, ne spara anche alcune scientificamente indimostrabili, come quella secondo cui Sanders avrebbe potuto vincere la nomination democratica se non fosse stato per i Super delegati. E c’è comunque una buona fetta di elettori di Sanders che crede che i democratici abbiano truccato le elezioni, perciò la pubblicazione delle email del Dnc potrebbe infuocare di nuovo queste posizioni, che sono sostenute più che altro da elementi molto di sinistra e fuori dal partito. Sacche elettorali dove il messaggio trumpista potrebbe pure arrivare, ammesso però che questo gruppo molto scettico decida di andare alle urne: si tratta tendenzialmente di ipercritici del sistema, isolazionisti e anti-global, a cui sparate come l’ultima, la proposta di Trump che l’America esca dal WTO (il mercato mondiale), potrebbero pure allettare nonostante arrivino da un conservatore. (Il programma di Filadelfia ha spostato l’intervento di Sanders, che ribadirà il suo sostegno a Clinton, alla prima sera, per cercare di mettere una pezza e convogliare sui dem più voti possibile). Trump sta spingendo molto la sua presenza mediatica in questo momento, per non rischiare di uscire dai riflettori a causa del raduno democratico: mercoledì terrà un’AMA, ossia una sessione di domande e risposte su Reddit a cui partecipano gli utenti.

LA DENUNCIA DELLA CLINTON

Il tutto succede nei giorni in cui inizia la convention di Filadelfia, in cui il Dnc incoronerà definitivamente Clinton come candidata alla Casa Bianca: una bomba a orologeria, denuncia il manager della campagna di “Hillary 2016”, Robby Mook, che ha apertamente tirato in ballo il link Mosca-Trump: “Ci disturba quello che dicono alcuni esperti, secondo cui attori statali russi sono entrati nei sistemi del Dnc e hanno rubato queste mail. Altri esperti ora sostengono che i russi hanno pubblicato le mail con lo scopo di aiutare Donald Trump”, alla Cnn. Il sito specializzato Defense One ha scritto che il presidente russo Vladimir Putin ha utilizzato Wikileaks come un’arma per influenzare l’elettorato americano: la guerra informativa russa è una delle armi più sofisticate di cui Mosca dispone (Nicolas Weaver, dell’International Computer Science Institute di Berkeley, sul sito Lawfare è stato il primo a parlare della “militarizzazione di Wikileaks”)

IL LINK RUSSO

I collegamenti tra quanto successo e la Russia per il momento sono solo menzionati da Mook, ma per speculazione ci sono dei link che non possono essere sottovalutati, basta ripercorrere velocemente la storia. Un mese i funzionari del Dnc ufficializzano il furto di documenti dai propri archivi: le società di cyber security ingaggiate dai democratici suppongono che gli autori siano due gruppi di hacker direttamente collegati con i servizi segreti russi. Le mail e i documenti sottratti vengono pubblicati da Wikileaks, che non screma nemmeno dati personali e sensibili sui donatori (online i numeri dei passaporti e i seriali delle carte di credito di chi ha finanziato l’Asinello). Da notare che il fondatore di Wikileaks, Assange, aveva un contratto per uno “Show” con Russia Today, che è un media sostenuto dal Cremlino e che rilancia molta della propaganda governativa russa (nella prima punta Assange intervistò Hassan Narallah, leader del partito/milizia libanese Hezbollah, considerato un’organizzazione terroristica, alleato del regime di Damasco e dell’Iran, e della Russia, nel conflitto siriano). Notare, inoltre, che Trump ha più volte mostrato aperture straordinarie nei confronti Putin, che ha avuto un atteggiamento meno esplicito, ma che comunque ha speso parole positive nei confronti del candidato repubblicano. Ma c’è dell’altro, anche.

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