I Graffi di Damato

Dopo l’editore e amico Carlo De Benedetti, liquidato da Renzi con l’ormai solita fretta e l’altrettanto solito fastidio come “un privato cittadino” che ha il diritto di dire la sua, è sceso, anzi è tornato in campo Eugenio Scalfari per cantarne quattro al presidente del Consiglio e segretario del Pd. Che ha troppo a lungo pensato, prima di dare qualche segnale di cedimento, di poter portare a casa con una doppietta da “dittatore” la conferma referendaria della sua riforma costituzionale, minacciando in caso contrario la crisi di governo, e l’applicazione immediata, alla prima occasione possibile, della nuova legge elettorale per la Camera, chiamata Italicum. Che, per come si sono messe le cose dopo le elezioni amministrative di giugno, assegnerebbe al Pd o al movimento di Grillo il 55 per cento dei seggi di Montecitorio col solo 40 per cento dei voti, o ancor meno se la partita dovesse essere giocata con i tempi supplementari del ballottaggio, quando basterebbe prevalere di un solo voto sull’altro per prendersi il bottino. Quando, cioè, per una basse affluenza alle urne, com’è appunto avvenuto nei Comuni il mese scorso, il vincitore potrebbe rappresentare anche meno di un terzo degli elettori aventi diritto al voto.

Scalfari, che aveva preceduto il suo editore nell’annunciare il proprio no referendario alla riforma costituzionale in caso di mancata modifica della legge elettorale, o di un solido impegno a cambiarla, e si è pertanto compiaciuto della “magistrale” intervista di De Benedetti al concorrente e un po’ anche imbarazzato Corriere della Sera – cui Vittorio Feltri ha rimproverato, a torto o a ragione, di avere quasi nascosto lo scoop in una pagina interna, per quanto integrale, e quindi ben visibile – ha sparato le sue munizioni direttamente da quella che è stata ed è tuttora la corazzata della sinistra che si ritiene più colta, più intelligente, più moderna e via elogiandosi: la Repubblica di carta da lui stesso fondata quarant’anni fa, quando De Benedetti non n’era ancora l’editore, pur avendo dato una mano all’avventura.

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Poiché Scalfari è uomo d’indubbia cultura e finezza, almeno quando vuole coniugare l’una e l’altra, senza farsi prendere la mano come l’amico e già suo collaboratore Giampaolo Pansa, appena spintosi a chiedere sarcasticamente su Libero Quotidiano se Renzi “rimarrà nella storia d’Italia come uno statista o solo un politico di passaggio che ci prende in giro”, l’ha buttata in filosofia, o quasi, per dare del “dittatore” al giovane e aitante presidente del Consiglio. Egli ha scomodato dalla tomba Paul Valery, morto nel 1945. Che scrisse del dittatore come del “più audace e fortunato nell’ora del turbamento e dello smarrimento pubblico”, “l’unico titolare della pienezza dell’azione”, inevitabilmente condannato dalle circostanze eccezionali nelle quali si muove a “mettere in contrasto la libertà e il potere”. Che non a caso “si combattono oggi nel mondo” un po’ ovunque, e non solo in Italia, come Scalfari ha voluto scrivere anche nel titolo che si è scelto per il suo abituale appuntamento domenicale con i lettori.

A riprova di questa sua convinzione filosofica, il fondatore di Repubblica ha dato a Renzi il contentino di potersi sentire in fondo in buona compagnia. Si troverebbero infatti nella sua stessa situazione anche personalità come la cancelliera tedesca Angela Merkel, il suo potente e arcigno ministro delle Finanze Wolfang Schäuble, il fantasioso Pablo Iglesias in Spagna, quello di Podemos, e il dimissionario David Cameron in Gran Bretagna, autore della clamorosa autorete del referendum sulla Brexit: un altro referendum, che ha preceduto quello così baldanzosamente cavalcato in Italia da Renzi. Al quale Scalfari, in uno slancio di generosità cui non indulge spesso, ha concesso anche il merito o la fortunata circostanza di essere entrato, dopo l’uscita inglese, per quanto non ancora disciplinata, nel “direttorio” dell’Unione Europea: non terzo dopo la Merkel e il presidente francese François Hollande, ma “secondo”, visti i guai di Parigi, forse persino superiori a quelli di Roma.

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Pur addolcita con la filosofia storiografica, o con la storiografia filosofica, ma non potendosi dimenticare che lo scrittore francese Paul Valery maturò le sue convinzioni in tempi in cui erano ancora vivi uomini come Adolf Hitler, Benito Mussolini, per quanto messi ormai male, e Giuseppe Stalin, l’assonanza di Renzi con la figura di un “dittatore” non dev’essere piaciuta gran che al presidente del Consiglio. Che avrà fatto spallucce, come al solito. O magari avrà telefonato a Scalfari per cercare di riderci sopra, come sa fare ogni tanto sorprendendo gli amici. Gli è, per esempio, accaduto di recente di scherzare sui movimenti e dissensi del suo ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Al quale ha riconosciuto, di fronte alle voci che lo danno per un concorrente alla sua successione a Palazzo Chigi in caso di sconfitta referendaria, questo ragionamento: “Se Renzi se ne va, se anche Maria Elena Boschi se ne va, se persino Pier Carlo Padoan se ne va, qualcuno dovrà pur restare”.

Non meno ironico di Renzi è naturalmente il nuovo direttore designato dell’Unità Sergio Staino, che ha appena fatto commentare così dal suo Bobo nella felice vignetta quotidiana la prima partecipazione di Massimo D’Alema ad una manifestazione, a Bari, per il no referendario alla riforma costituzionale: “Finalmente si è deciso a dare una mano a Renzi”, che potrebbe cioè trarre vantaggio dalla impopolarità, anche fra militanti del partito, dell’ex presidente del Consiglio.

Qualcosa comunque Renzi ha cominciato ad inventarsi per attenuare il clima di scontro attorno al referendum, decidendosi per esempio a riconoscere che la legge elettorale tanto temuta dai suoi critici e avversari, fatta eccezione naturalmente per i grillini, che ne potrebbero trarre i maggiori vantaggi, è nella pur ovvia “disponibilità del Parlamento”. Dove potrebbe cioè essere cambiata, se chi ne reclama la riforma trovasse i modi e i numeri: cosa di cui il presidente del Consiglio e segretario del Pd non sembra tuttavia convinto.

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