Fatti, commenti e analisi nell'approfondimento di Emanuele Rossi

Mercoledì gli Stati Uniti hanno imposto una limitazione territoriale ai curdi siriani che pure sostengono nella lotta allo Stato islamico: non andate a ovest dell’Eufrate altrimenti perderete il nostro appoggio. Al di là del fiume mesopotamico l’esercito turco e qualche centinaio di ribelli del Free Syrian Army, gli anti-assadisti che godono della considerazione di “moderati”, avevano lanciato l’offensiva lampo con cui hanno liberato la città di Jarablus dallo Stato islamico; ci sarà comunque da aspettare le evoluzioni di questa ritirata dell’IS dalla zona. Jarablus era uno degli ultimi baluardi di un territorio su cui il Califfato aveva attecchito diverso tempo fa, e che man mano è stato tolto dall’occupazione militare dei baghdadisti proprio per mano delle milizie combattenti curde Ypg. Washington le considera i migliori alleati all’interno del conflitto siriano, e da almeno un anno ne sta proteggendo l’avanzata attraverso la copertura aerea e accompagnandole da vicino con alcuni team di forze speciali. Le Special Forces americane inizialmente erano 50, divise in due gruppi, ma poi il progetto sperimentale è diventato una sorta di programma operativo da ripetere anche su altri fronti (in Iraq verso Mosul, in Libia a Sirte) e gli operativi sono aumentati di un paio di centinaia, hanno creato un background tattico con un base semi-clandestina nell’area curda-siriana, ha portato armi, fiducia (sono l’unico gruppo US-backed del conflitto siriano a cui è consentito un canale di comunicazione per indicare al comando aereo i bersagli da colpire) e politica: le Ypg sono state inserite come maggiori azionisti in un raggruppamento combattente promosso dagli Stati Uniti e formato insieme ad alcune altre fazioni arabe e siriache a cui era stato affidato il nome assolutamente politico di Syrian Democratic Forces e l’ambizioso compito di liberare il nord siriano, scendere fino a Raqqa, la capitale siriana dello Stato islamico, e isolarla dal resto del territorio controllato dall’IS per eroderla lentamente per sferrare successivamente l’assalto fatale che avrebbe decapitato il Califfo.

IL PROGETTO POLITICO DEI CURDI

Ma mentre i successi arrivavano giorno dopo giorno, sulla scia dell’epica vittoria di Kobane, si è fatto sempre più palese il progetto che spingeva i curdi a tanta determinazione e volontà: l’indipendenza, quel sogno che da tempo ha un nome, il Rojava, e che adesso, con l’occasione della guerra civile, della destabilizzazione del sistema paese siriano, e la fedeltà dimostrata all’Occidente nella lotta al Califfato, poteva diventare realtà. A marzo il Pyd, il braccio politico dei combattenti fedeli agli Usa, ha presentato il conto per le proprie prestazioni e votato la risoluzione definitiva: il kurdistan siriano dovrà diventare una federazione autonoma, composta da tre cantoni comprendenti tutta la fascia di territorio che da Hasaka arriva fino a Afrin, il cantone isolato dal resto del territorio riconquistato a causa della presenza residuale dell’IS in una fetta di terra che parte proprio da Jarablus, la città su cui i turchi mercoledì hanno focalizzato il primo corposo intervento militare oltre il confine siriano.

LA MISSIONE DI ANKARA

Ufficialmente la Turchia ha dichiarato di voler “spazzare via” (citazione del ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu) la presenza dello Stato islamico addossata ai propri confini, ma non c’è da cercare ricostruzioni ufficiose per quello che è successo negli ultimi giorni, bastano le dichiarazioni di Recep Tayyp Erdogan, per comprendere che tra gli obiettivi rientrano anche i curdi: “Alle 4 del mattino il nostro esercito ha avviato un’operazione contro le organizzazioni terroristiche Daesh (Isis, ndr) e Pyd in Siria”, ha dichiarato mercoledì il presidente turco all’agenzia di stampa statale Anadolu. Il progetto federativo curdo-siriano è fortemente odiato da Ankara, che considera le Ypg un gruppo terroristico per via dell’alleanza con il Pkk (il partito combattente curdo turco), e soprattutto teme che eventuali concessioni oltre confine possano essere il trampolino di lancio definitivo per le pretese analoghe avanzate da decenni sul proprio territorio: i curdi al sud della Turchia vivono in questo periodo un’altra fase drammatica, da quando lo scorso anno Ankara ha deciso di avviare la missione antiterrorismo proiettata sulla Siria, e ha messo tra gli obiettivi i curdi tanto quanto i baghdadisti, rompendo una tregua biennale e i possibili colloqui di pace.

SONO BIDEN, VENGO IN PACE

Mercoledì, mentre i turchi combattevano (poco) a Jarablus, ottenevano la copertura americana, sia militarmente, con gli aerei della Coalizione che osservavano pronti ad entrare in azioni e fornivano dati di intelligence, sia diplomaticamente. Ad Ankara era arrivato il vice presidente americano Joe Biden, nella prima visita di un politico occidentale dopo il fallito golpe del 15 luglio (che ha scatenato l’antioccidentalismo in Turchia, per via delle accuse ad americani ed europei rivolte dal partito di governo sulle responsabilità del colpo di stato e per lo pseudo disinteressamento con cui le cancellerie occidentali hanno trattato la vicenda). Ed è stato Biden in persona ad annunciare che Washington aveva ordinato ai curdi di non oltrepassare il fiume, il confine naturale dichiarato anche nel nome dell’operazione turca, “Scudo dell’Eufrate”: linea geomorfologica che la Turchia ha da sempre considerato una delle red lines sulle operazioni curde appena oltre il proprio confine. L’operazione non terminerà finché i gruppi terroristici che rappresentano problemi di sicurezza nazionale per la Turchia non saranno tutti di là del fiume. Ankara non ha mai apprezzato l’alleanza pragmatica con cui Washington ha utilizzato i miliziani curdi come fanteria contro lo Stato islamico, e alla fine ha ottenuto un cambio momentaneo di strategia; prima aveva spinto una retorica più o meno diretta ricordando agli Usa che si stavano scambiando aiuto reciproco con un gruppo terroristico (“e dunque…”); “Un’organizzazione terroristica che combatte un’altra organizzazione terroristica non diventa per questo innocente” ha detto Erdogan dopo il vertice con Biden. Appena due settimane fa gli americani avevano festeggiato la liberazione di un’altra città del nord siriano, da anni in mano all’IS: Manbij. Le immagini delle donne che toglievano il burqa e accendevano una sigaretta insieme alle combattenti curde delle unità femminili Jpg, erano diventate virali, simbolo di una libertà ritrovata e della sconfitta parziale dell’oppressione dei drappi neri: tre giorni dopo, quelle stesse milizie erano state prese a cannonate dai turchi. E contemporaneamente, qualche centinaia di chilometri più a est, i caccia governativi siriani lasciavano cadere le proprie bombe su altre postazioni curde ad Hasaka, segnando un nuovo punto di aggrappo della guerra siriana – online gira una .gif che commenta “La situazione strategica in Siria” e riprende pochi secondi del Royal Rumble, l’evento tutti-contro-tutti del Wrestling americano. Damasco sostiene adesso un linea simile a quella di Ankara, che spacca gli odi reciproci tra Erdogan e Bashar el Assad: i curdi si stanno prendendo troppa confidenza e non possono pensare a diventare uno stato a sé stante, per questo le bombardano (una posizione analoga è quella dell’Iran, il grande protettore di Assad: Teheran è alle prese con richieste simili a quelle che riceve la Turchia e la Siria, avanzate dai curdi iraniani) Sullo sfondo, le inclinazioni turche verso la Russia, conseguenza di una pacificazione chiusa con la riapertura degli interessi economici (primo fra tutte le traiettorie dei gasdotti russi, che prenderanno la via turca evitando le rotte ucraine). Una possibile nuova fase delle relazioni internazionali di Ankara che ha spaventato Washington e la Nato (la Turchia è un membro importante, il secondo esercito dell’Alleanza e il custode di diverse dozzine di bombe atomiche, oltre che una testa di ponte strategica nella caldissima area mediorientale). E allora dall’America è arrivato Biden per cercare di ricostruire i rapporti, evitare che certe inclinazioni potessero prendere forma e sostanza, offrendo sul piatto dell’alleanza lo stop territoriale ai curdi — su cui si dovranno seguire le evoluzioni — e dimostrandosi in parte collaborativo sulle richieste turche a proposito dell’estradizione di Fetullah Gulen, il politico anti-Erdogan che vive esiliato in America e che Ankara accusa di essere l’ideatore del golpe (ci sono termini legali, Washington non vuole farlo in pasto agli squali, e per questo squadre del dipartimento di Giustizia stanno lavorando sul dossier, andando fino in Turchia). Gli Stati Uniti così facendo non bilanciano soltanto Ankara, ma mettono il proprio peso contro quello della Russia, con cui vogliono trattare le pratiche internazionali come quella siriana: venerdì i capi delle due diplomazie si incontreranno sul tema a Ginevra. Sarcastico il commento del diplomatico americano di lungo corso Alberto Fernandez su Twitter (ora è il direttore del discusso think tank Memri, spesso accusato di essere pro-israeliano e parziale sull’evidenziare solo le visioni più radicali dell’Islam) il quale ironizza sulla necessità di aggiornare le mappe dell’Amministrazione. In effetti le parole di Biden stridono con la conquista di Manbij, che si trova una trentina di chilometri oltre la fascia off limits ad ovest dell’Eufrate e che le Sof americane hanno aiutato a tornare sotto il controllo curdo: ora il Veep dice che le forze curde perderanno il cruciale supporto americano se non torneranno ad est del fiume.

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