Il commento di Federico Pirro

L’intervento su questa testata del Prof. Sapelli che ha commentato la possibile vendita della Magneti Marelli da parte della FCA ai coreani di Samsung stimola riflessioni e approfondimenti. Al momento Marchionne dichiara che vi sarebbero anche altri pretendenti all’acquisto, ma tale sua affermazione potrebbe essere comprensibilmente ispirata dal desiderio di alzare il prezzo della transazione per la quale – come sembrerebbe di capire da indiscrezioni di stampa – Samsung non vorrebbe andare oltre una certa soglia, non essendo peraltro interessata a tutti i prodotti del Gruppo.

Il Prof. Sapelli ricorda da autorevole storico economico che la Magneti Marelli, con una storia antica nell’industria italiana, produce tecnologie d’avanguardia e che un suo passaggio di proprietà in favore di una grande holding asiatica – se pure funzionale al proposito della FCA di ridurre il suo indebitamento – potrebbe indebolire un comparto di assoluto rilievo del manifatturiero nazionale. Ne deriverebbe la necessità, secondo Sapelli, che il Governo italiano manifestasse un forte segnale di attenzione all’operazione, chiedendone conto ai vertici della FCA e della Exor, anche se – ammette poi il docente milanese – non sarebbe facile farsi ascoltare da una società che ha trasferito sede legale e fiscale all’estero.

In realtà il punctum dolens è proprio questo: anche se – come pure sarebbe possibile – il Governo illustrasse alla proprietà e al top management del venditore dubbi e perplessità sulla loro operazione, nulla potrebbe vietare agli azionisti di portarla a compimento, anche perché ispirata dall’esigenza di abbattere l’esposizione debitoria della FCA in vista di un suo eventuale nuovo apparentamento con altri gruppi mondiali dell’auto.

Ma forse il Prof. Sapelli – ma non vorrei peccare per eccesso d interpretazione del suo pensiero – commentando questa vicenda in realtà potrebbe aver alluso alla necessità che lo Stato, al di là di pur necessarie informazioni su operazioni di merger dall’estero di aziende nazionali, eserciti in realtà forti indirizzi di politica industriale con l’intera tastiera degli strumenti già oggi a sua disposizione e (forse) con un rinnovato presidio di aziende a controllo pubblico.

Peraltro, restando al comparto automobilistico in Europa, lo Stato francese è azionista di minoranza della Renault e il Land della Bassa Sassonia lo è al 20% della Volkswagen. In Italia, com’è noto, l’Iri deteneva il controllo dell’Alfa Romeo sino alla sua cessione alla Fiat alla fine del 1986. Si potrebbe allora tornare ad una situazione simile ? E, più in generale, lo Stato potrebbe rafforzare la sua presenza in comparti industriali di punta dell’industria italiana, essendo già azionista di maggioranza relativa di Eni ed Enel, di maggioranza di Finmeccanica, Fincantieri, Poste e Terna, e azionista ancora totalitario di Ferrovie dello Stato e di altre aziende ? E sarebbe auspicabile che ciò accadesse ?

A mio sommesso avviso, sarebbe molto utile per il nostro Paese un persistente e saldo controllo pubblico di industrie strategiche, considerando in primo luogo lo scenario duro e difficile della globalizzazione in cui è inserita l’Italia, e la necessità che essa resti una grande potenzia industriale a livello mondiale: un ruolo questo che Iri ed Eni contribuirono ad assicurarle dagli anni della Ricostruzione del Secondo dopoguerra sino alla fine degli anni Ottanta.

Naturalmente, dovrebbe trattarsi di aziende a forte controllo, o almeno significativa partecipazione pubblica (solo) in comparti strategici, ben guidate da manager qualificati, profittevoli ed anche con elevate partecipazioni azionarie estere. Ma al riguardo bisogna dare atto al Governo Renzi che – pur valutando concretamente la possibilità di collocare sul mercato altre quote di Enel, Poste e di portarvi quanto prima le Ferrovie, pur conservando di tutte il controllo e la gestione – con le recenti acquisizioni in logiche di mercato da parte della Cassa Depositi e Prestiti e dei fondi azionari da essa partecipati, ha in qualche misura riavviato un percorso che, non considerando più un tabù il ritorno dell’azionariato statale in determinati comparti, potrebbe portare anche molto lontano nell’esclusivo interesse del Paese.

Del resto, la recente rinuncia da parte dell’Eni a vendere la Versalis – dopo le lunghe trattative con un fondo azionario estero che si era candidato ad acquistarla con la forte opposizione di sindacati e forze politiche – il suo pieno rilancio produttivo e il riconsolidamento nel bilancio della holding petrolifera non sembra andare nella direzione che ho prima richiamato ? E la partecipazione sempre della CDP ad una delle due cordate in lizza per acquisire il Gruppo Ilva e il suo gigantesco impianto di Taranto posti in vendita dai suoi Commissari straordinari, non indica una nuova direzione di marcia ? Ma su questo specifico aspetto potremmo tornare in un prossimo intervento.

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