Il punto di Emanuele Rossi

Un funzionario iraniano, membro della squadra statale che ha portato avanti i negoziati per chiudere il deal sul nucleare con le potenze straniere del 5+1, è stato arrestato dalle autorità di Teheran e poi rilasciato su cauzione. L’accusa che pende sull’uomo è di spionaggio, ossia aver passato informazioni sui colloqui interni alla delegazione iraniana alle controparti negoziali (Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Francia, Germania e Russia). La notizia è stata annunciata domenica ufficialmente sui media statali dal vice presidente della corte suprema iraniana Gholamhosein Mohseni Ejehi, che ha definito l’uomo “una spia infiltrata”; nonostante il rilascio momentaneo, l’inchiesta andrà avanti.

IL NERVOSISMO IRANIANO

Rick Gladstone del New York Times ha scritto che la vicenda “sembra essere l’ultimo segnale di frustrazione della leadership iraniana per l’accordo” in quanto Teheran “non è riuscita finora a produrre i benefici economici significativi per il paese, che i sostenitori [del deal] avevano promesso”, questione per cui i “funzionari iraniani hanno accusato gli Stati Uniti”; Gladstone riprende una lettura della situazione data al giornale da Cliff Kupchan, presidente di Eurasia Group (società di consulenza di Washington), secondo cui la guida suprema Ali Khamenei sarebbe molto nervoso per gli sviluppi dell’intesa sul nucleare, perché le cose non stanno andando come sperato e perché questo potrebbero rammollire la sua posizione. La Repubblica islamica anche per questo non ha mai mollato la retorica contro l’America (il Grande Satana) e contro l’Occidente, nonostante l’intesa. Le posizioni contro Washington per il mancato successo dello sblocco delle sanzioni conseguente all’accordo sono in parte anche propagandistiche, sebbene è vero che gli americani in linea di massima hanno adottato un atteggiamento cauto nei confronti delle future aperture (l’Iran deve affrontare grossi ostacoli per spostare il proprio denaro nel sistema finanziario globale), questo essenzialmente perché diversi segnali hanno dimostrato che l’atteggiamento offensivo di Teheran è restato tale e quale. Per esempio, le banche non danno completa fiducia, e per quanto riguarda quelle americane devono ancora tener conto delle sanzioni non legate al programma atomico. D’altronde gli ayatollah non perdono occasione per lanciare messaggi alla base conservatrice sul fatto che il programma potrebbe ricevere successive spinte clandestine. Le provocazioni iraniane sono continue, fatte di retorica e gesti più espliciti: per esempio, il 25 agosto i barchini dei Pasdaran sono passati quattro volte a distanze molto ridotte dalle navi da guerra americane che pattugliano il Golfo, in manovre che gli statunitensi hanno definito “pericolose e illegali”.

L’ARRESTO DI ESFAHANI

Il 16 agosto si è diffusa la notizia che Abdolrasoul Dorri Esfahani, consigliere delle Banca centrale iraniano dal doppio passaporto Iran/Canada, era stato messo sotto custodia giudiziaria con un’accusa simile a quella di cui ha parlato domenica Ejehi, che però non ha mai fatto il nome dell’arrestato; un comportamento insolito, come pare insolita la concessione di una cauzione, sebbene in assenza di prove concrete, per un reato come lo spionaggio che è considerato da Teheran uno dei crimini peggiori. Esfahani ha fatto parte lateralmente del team che ha lavorato al Nuke Deal: era tra i funzionari che hanno curato i dettagli per il sollevamento delle sanzioni. Non ci sono al momento collegamenti ufficiali tra le due vicende, “tuttavia, sembrava chiaro che si riferiva al signor Esfahani”, scrive il Nyt a proposito dell’annuncio di Ejehi. Esfahani sarebbe stato accusato di aver passato informazioni economiche riservate a inglesi e americani.

TENERE ALTA L’ATTENZIONE SUL NUCLEARE

Qualche giorno fa un altro uomo dal doppio passaporto iraniano e canadese, l’antropologo Homa Hoodfar (che si occupa di ricerche sul ruolo delle donne in Iran) è stato incarcerato con accuse vaghe: un’ulteriore prova che l’atteggiamento iraniano nei confronti degli occidentali è ancora bellicoso. Invece, sulla stessa linea degli arresti nel mondo nucleare, i primi del mese Shaharm Amiri è stato impiccato per aver rivelato segreti di stato a paesi “nemici”, secondo quanto riferito il 7 agosto sempre da Ejehi. Amiri era uno scienziato atomico iraniano protagonista di una vicenda rocambolesca, che lo ha visto scomparire dall’Iran, riapparire in un primo video in cui confessava di essere stato rapito dalla Cia e costretto a rivelare informazioni utili, poi in un secondo in cui smentiva tutto e dichiarava di essere arrivato autonomamente negli Stati Uniti, poi in un terzo in cui l’intelligence iraniana lo spinse a dire che era stato drogato e catturato, in un quarto in cui la Cia gli fece confessare di essere libero e al sicuro, e infine in un quinto in cui gli iraniani forzarono di nuovo la mano sul rapimento. Fine della storia: il rientro in Iran nel 2010 tramite l’ambasciata pakistana di Washington, una nuova misteriosa sparizione (forse opera dell’intelligence interna iraniana), il carcere a Teheran e l’esecuzione di tre settimane fa; in Iran la morte è la pena che tocca normalmente ai traditori, non la cauzione.

GLI S-300 a FORDOW

Domenica la televisione statale Press Tv ha trasmesso le immagini dell’arrivo dei sistemi missilistici anti aerei S-300 a Fordow, sito nucleare nell’Iran centro-settentrionale, dove si pensa che nei cunicoli sotterranei chiusi agli ispettori internazionali Teheran procedesse (o proceda tuttora) con l’arricchimento dell’uranio per scopi militari. È quasi un segnale programmatico come mezzo per tenere attento il consenso e non dimostrare debolezza (o un’altra provocazione): con quei missili l’impianto atomico sarà protetto da eventuali incursioni aeree, ha spiegato il capo dei sistemi di difesa dei Guardiani, che ha anche definito il cielo dell’Iran “uno dei più sicuri del Medio Oriente, adesso”. Gli S-300 sono stati forniti dalla Russia con un contratto chiuso nel 2007, sospeso nel 2010 sotto le pressioni internazionali a seguito dell’evoluzione del programma atomico degli ayatollah, e riaperto definitivamente da Vladimir Putin dopo la firma del dealcon la prima spedizione ad aprile di quest’anno.

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