L'opinione di Benedetto Ippolito, storico della filosofia

Mentre il Paese vive il trauma del dopo terremoto, e si constata l’intensità reattiva e organizzativa dei soccorsi, tutte le forze politiche si preparano ad un autunno che sarà fondamentale per comprendere il futuro italiano.

L’appuntamento referendario segnerà una tappa importante, non l’unica ovviamente, unitamente però al modo in cui le amministrazioni nuove, con i riflettori puntati, riusciranno a governare le città.
Il vero punto nodale è costituito, in vista delle ormai non troppo lontane elezioni politiche, dal M5S.

Sondaggi alla mano, i grillini si pronosticano con largo margine di probabilità per essere il primo, o comunque al massimo il secondo, partito nazionale.

Per questo è interessante riflettere sulla loro identità politica, visto oltretutto che l’Italicum, in attesa del giudizio della Corte, premierà un soggetto unico soltanto se consistente numericamente.

La specificità politica del Movimento, in fase di maturazione indubitabile, è costituita da due elementi prevalenti.
Il primo relativo al suo essere un soggetto poco organico e volontariamente disorganizzato. Il secondo legato al ripudio, tanto agognato, di ricevere qualsiasi collocazione tradizionale: al centro, a sinistra o a destra.

Questi tratti sono supportati da una visione dinamica e vitalista, nonché da un apparente dipendenza diretta dal popolo del web, coniugata con una vocazione identitaria di antagonismo civico moralizzatore e anti sistema.

Si badi, non più anti politica, perché i grillini governano città importanti e hanno pretese di guida nazionale, ma di radicale opposizione a tutto e a tutti.
Mani libere, insomma, e antagonismo.
Le cose non sono e non saranno tuttavia semplici andando avanti.

Nel viaggio ‘cost to cost’, Beppe Grillo non soltanto ha indicato in Di Maio, Di Battista & co. una classe dirigente qualitativamente paurosa, ma ha espresso, in modo altisonante, l’ideologia del No radicale: no al referendum costituzionale, ovviamente, ma anche no ad accordi, coalizioni, condivisioni con altri soggetti politici. E poi no all’ambizione personale, no all’arrivismo; e no alla corruzione, eccetera eccetera.

Questi estenuanti e sperticati gridi di negazione, che assumono perfino un afflato motivazionale interiore, come ha espressamente tuonato Grillo, sono un segnale interessante per comprendere un fenomeno chiaramente molto di destra.

La prima osservazione è che anche l’ideologia fascista ai suoi inizi, prima della Marcia su Roma, e tutta la cultura della cosiddetta rivoluzione conservatrice, ha sempre utilizzato la medesima retorica abiuratrice. Fanno fede due esempi per tutti: Ernst Junger, scrittore tedesco molto influente nell’ambito della galassia reazionaria, che ha definito, nella Teoria del ribelle, il No assoluto come anima della controrivoluzione; e finanche Benito Mussolini, il quale scrisse nella voce Fascismo dell’Enciclopedia Italiana che il suo movimento era “negazione” eroica di tutto: socialismo, liberalismo e democrazia in primis.

La contingenza storica attuale, in aggiunta, vede per il M5S, dopo un inizio di legislatura in cui ha tentato non pochi flirt con Bersani e il Pd, e dopo anni di anti Berlusconismo da vilipendio, un unico grande rivale: Renzi e il governo riformatore.

Se si uniscono queste considerazioni alla constatazione che Giorgio Galli fece nei primi anni ’70, secondo cui la destra radicale si afferma come movimento di massa, mietendo successi elettorali, quando fallisce un progetto di riforme promesse e auspicate; eccoci davanti ad una solida previsione politica.

Il destino del M5S, in specie davanti ad un centrodestra tradizionale debole e frammentato, è quello di divenire inevitabilmente la nuova forza politica di estrema destra italiana. Certo, post moderna; certo, post ideologica e post convenzionale; certo, con scarsissimo grado di consapevolezza politologica: ma comunque con un mantra politico e una retorica inconfondibili.

Lo stesso DNA anti ideologico dei grillini e la fedeltà giovanilista ad un leader che vive nell’aura mitica di un santone, non sono che segnali di conferma di questa diagnosi non tanto scontata e provocatoria.

Il M5S, in definitiva, è il nuovo volto, non unico ma preciso, del nuovo radicalismo di destra italiano, vale a dire della sua versione nazionale più consistente e competitiva dal punto di vista del consenso. Anche perché, si ricordi sempre, che in politica non esistono spazi vuoti, e le collocazioni si compiono e avvengono comunque, spesso inconsapevolmente, anche senza la diretta ed esplicita volontà dei protagonisti: semplicemente per una sorta di orrore del vuoto e per l’assenza di alternative di massa radicali e reattive.

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