“In questo momento c’è una finestra di opportunità reale per chiudere concretamente su un progetto di Difesa comune europea ed è necessario sfruttarla”, le discussioni da un po’ di tempo si fanno più concrete, e nel vertice di Ventotene “Italia, Francia e Germania si sono promossi paesi aggregatori, con le potenzialità di fare da traino all’interno dei 28”. È il commento che il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della difesa ed ufficiale di fama internazionale, affida a Formiche.net su uno degli argomenti politici che stanno segnando l’attualità a Bruxelles. Il generale italiano è uno dei quattro ufficiali europei già promotori dell’Helsinki Headline Goal, documento programmatico nato nel corso della seduta del Consiglio europeo del 1999 in cui si proponeva di dotare l’UE di uno strumento militare comunitario entro il 2003, mai reso effettivamente operativo, tanto che a distanza di 13 anni dalla prima timeline, poi rinviata, ci si ritrova ad affrontare con nuova spinta l’argomento.

DOPO LA BREXIT

“Dopo la Brexit l’Unione Europea ha bisogno di un rilancio politico e filosofico, e la Difesa è uno dei vari dossier da cui si può partire”. Ma la decisione del referendum inglese sblocca anche problematiche specifiche? “Le scelte di Londra sono state spesso mirate a porre un freno alle iniziative di difesa comune”. Qualche esempio concreto? “L’Agenzia europea per la difesa, quando a capo c’era lady Catherine Ahston: un’entità che, nonostante le buonissime intenzioni dei partecipanti, non è mai stata messa realmente in grado di lavorare. C’era un problema di finanziamenti, ogni volta che si discuteva di bilancio la Gran Bretagna prendeva una posizione oltremodo rigida, bocciava qualsiasi proposta di aumentarlo e minacciava di uscire dalla collaborazione”. L’Agenzia europea per la difesa ha come progetto la ricerca e l’approvvigionamento militare comune: sotto questo aspetto ci saranno sviluppi di mercato anche a livello di fusioni societarie? “È un conseguenza necessaria di politiche comuni, abbiamo un mercato della difesa frammentato su base nazionale, dove ognuno segue i propri interessi. È un argomento delicato, su cui serve lavorare insieme”.

IL QUARTIER GENERALE

Ora è la stessa Alto rappresentate per le politiche estere e di difesa dell’UE, Federica Mogherini, che ha succeduto proprio la Ashton, a parlare su Repubblica di un progetto concreto, con proposte che possono “essere fatte senza bisogno di toccare i trattati”. Un esempio, la creazione di un quartier generale europeo a Bruxelles. “È un’altra delle questioni su cui Londra ha sempre fatto opposizione: Londra temeva che somigliasse troppo allo Shape, la struttura Nato, e per questo si è sempre opposta, mentre la Francia, il Benelux e la Germania premevano a favore. Ricordo che con il governo italiano decidemmo di prendere una posizione ragionevole e basata su una condizione in essere: eravamo contrari anche noi a un accentramento, però perché avevamo chiaro che non ci sarebbero state sufficienti risorse umane per portare avanti il quartier generale UE, quello Nato eccetera, per questo proponemmo un HQ diffuso”. Le condizioni sono cambiate adesso? “Oggi come oggi credo che la cosa sia fattibile, perché abbiamo uno stato maggiore europeo composto già da un centinaio di persone di stanza a Bruxelles, e nell’ambito della struttura dell’Unione ci sono già uffici, reparti, divisioni, agenzie, uomini. Ora quello che servirebbe è una sorta di semplificazione e razionalizzazione delle risorse che permetterebbe di mettere insieme alle cose”.

I BATTLEGROUPS

Tra le proposte di Mogherini c’è anche l’uso dei Battlegroups, unità militari tattiche aderenti alla Politica comune di sicurezza e di difesa (PESD) dell’UE e per il momento sotto il comando del Consiglio dell’Unione Europea. “Il primo problema dei Battlegroups è che sono stati portati alla piena capacità, ma non sono mai stati testati. Le unità militari hanno bisogno di addestrarsi, ma l’UE non prevede programmi di esercitazioni come la Nato, per esempio. La soluzione però non è complessa, basta calendarizzarle con un programma annuale, in cui si impegnano un paio di volte l’anno i vertici di comando e in una sul campo i gruppi tattici”. Ma non c’è solo questo, aggiunge Camporini: “Sui Battlegrups pesa anche un problema di carattere finanziario che è paradigmatico della situazione generale. Attualmente i Battlegruops impegnati prevedono finanziamenti soltanto da parte dello stato a cui appartengono, ma questo è ingiusto, perché non è possibile che chi partecipa a un’operazione militare in ambito UE debba metterci i rischi, ovvi, e anche i soldi. Serve che il finanziamento segua un meccanismo comunitario, dove tutti gli stati membri si impegnano a dare sostegno economico alle missioni, indipendentemente se i suoi soldati siano o no sul campo operativo”. Un passaggio che appare necessario anche in virtù di un’altra delle proposte avanzate dalla Alto rappresentante Mogherini, che invoca la possibilità di ricorrere all’articolo 44 del Trattato, il quale “prevede la possibilità di delegare ad un ristretto gruppo di Paesi il compito di condurre azioni militari in nome e per conto di tutta l’Unione”.

LA POLITICA, COMUNE, E LA DIFESA

La questione economica condivisa apre una problema che va oltre alla Difesa comune, e, come sostenuto dal generale Mario Arpino su Formiche.net, richiede la necessità di una “politica comune europea”. “Questo è l’aspetto a monte – aggiunge Camporini – il punto di discussione attorno alla Difesa comune è infatti qualcosa come ‘che cosa ne facciamo poi?’. Ossia, abbiamo realmente intenzione di muoverci insieme? Per esempio: la Francia sarà disponibile a lavorare insieme realmente sotto un quartier generale che non sia Parigi? E ancora: può esistere una politica estera comune per un insieme di Paesi dove il deterrente nucleare è detenuto soltanto da uno (la Francia, ndr)?” Il caso Libia è emblematico di certi atteggiamenti ambigui: mentre ufficialmente le cancellerie europee danno sostegno al progetto delle Nazioni Unite a Tripoli, Parigi ha mandato reparti clandestini dell’esercito a puntellare le posizioni delle milizie in Cirenaica, da dove vengono le più grosse opposizioni interne al governo filo-Onu di unità nazionale. “Altro esempio: nel 2010 fu siglato un accordo, che va sotto il nome di Lancaster House, tra Francia e Regno Uniti: si trattava di un piano di intenti bilaterale per una collaborazione militare, niente di scandaloso se non fosse che lo stesso accordo prevedeva l’esclusività, ossia l’impossibilità di qualsiasi altro paese di aderirvi: non possono essere questi i presupposti per una Difesa comune. Però in questo momento le cose stanno cambiando anche per i francesi, si trovano in affanno: si sono impegnati in diversi campi, dal Sahel alla Libia alla Siria, ma non hanno le capacità per mettere le mani in così tanti dossier contemporaneamente, e forse hanno necessità di un qualche supporto, e per questo si aprono alla collaborazione europea”. E qui torna il discorso della finestra temporale, che ha un valore articolato e complesso, e coinvolge sia le situazioni dei singoli paesi, sia una questione di sicurezza più ampia. “La Brexit ha tolto l’alibi, Londra non è più l’ostacolo che in molti utilizzavano per coprire le proprie ritrosie e seguire le proprie agende: ora vediamo se c’è reale volontà di fare progetti comuni”.

L’ARMONIZZAZIONE NECESSERIA

L’ambito militare è considerato l’ultimo baluardo della sovranità nazionale, e forse per questo ci sono freni e cautele: ma è effettivamente necessaria una struttura di Difesa comune, o basterebbe incrementare la collaborazione tra stati? “Un’armonizzazione concreta e permanente è assolutamente necessaria per superare ogni genere di divergenze. Le faccio di nuovo un esempio: avevamo una rapid reaction force multinazionale, Eurofor, composta da Italia, Francia, Spagna e Portogallo, lavoravamo anche bene insieme, finché non arrivò il momento di impiegarla nel Kosovo indipendente. A quel punto Madrid, per ragioni di politica interna, ossia temendo ripercussioni sulle richieste indipendentiste sul proprio territorio, pose il veto. Fummo costretti a sciogliere Eurofor: è un paradigma per dire che se non ci sono strutture condivise e comunitarie, le agende personali dei singoli paesi possono prevaricare, ma questo vale innanzitutto per la visione politica”.

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