L'analisi di Walter Galbusera

Uno degli argomenti più ricorrenti dei sostenitori del “no” al referendum costituzione riguarda il “combinato disposto” derivante dalla legge elettorale cosiddetta “Italicum”, in vigore dal 23 maggio 2015 e le nuove norme costituzionali. L’Italicum, che si applica solo alla Camera dei Deputati, finirebbe per conferire a una minoranza poteri considerati eccessivi sia nel controllo del Parlamento che nella designazioni degli organi costituzionali. A questo proposito i tribunali di Messina e di Torino hanno sollevato eccezione di incostituzionalità per l’eccessivo premio di maggioranza e per i capilista bloccati e pluricandidati. La precedente legge elettorale definita “Porcellum” nel linguaggio aulico della politica italiana, proprio su queste materie, era stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Consulta. La Corte potrebbe (ma non è certo) decidere nell’udienza del 4 ottobre. In ogni caso, essendo in parte cambiati i giudici della Corte, non è per nulla detto che anche questa volta la legge venga amputata.

Un’altra critica sollevata è che l’Italicum, essendo stato approvato da un Parlamento eletto con una norma parzialmente incostituzionale (il “Porcellum”) e in particolare con il voto determinante di eletti con un premio di maggioranza illegittimo, sarebbe una norma politicamente inutilizzabile. Argomento irricevibile perché se così fosse verrebbe posto in liquidazione lo Stato italiano cancellando l’intera attività istituzionale di molti anni. Il problema è che la scelta dell’Italicum è stato il punto di arrivo di una variegata maggioranza parlamentare per la ricerca di una legge elettorale in grado di garantire la governabilità del Paese senza ricatti e pratiche ostruzionistiche. Ora si chiede di cambiare. Certo lo scenario politico era considerato bipolare (centro sinistra versus centro destra) quando l’Italicum fu approvato, ma il timore di una vittoria dei terzi incomodi dei cinque stelle non è un buon argomento. Le leggi elettorali non debbono essere fatte su misura per far vincere (o far perdere) qualcuno. Se la Suprema Corte deciderà il 4 ottobre sugli aspetti prima richiamati toglierà qualche castagna dal fuoco anche se in sede politica , sostiene Matteo Renzi, la norma potrà essere rivisitata a condizione di condividere le modifiche migliorative che si vogliono introdurre. Chi vivrà vedrà. Certo non vi sarà un ritorno al proporzionale, ma è chiaro che si discuterà di depotenziare il premio di maggioranza o di salvaguardare il potere contrattuale dei partiti minori e trasferire il premio sulle coalizioni e non sul partito di maggioranza. In poche parole, a torto o a ragione, si va in una direzione opposta a quella percorsa in nome della governabilità.

È di qualche interesse riflettere su due vicende analoghe che hanno segnato la storia politica italiana. La prima, che appartiene ai primi anni di vita della Repubblica, è la legge elettorale del 1953 (definita “legge truffa” dall’opposizione socialcomunista) che consisteva nel riconoscere un premio di maggioranza alla coalizione che avrebbe raggiunto il 50 per cento più uno dei voti. Le violentissime polemiche e le reazioni di piazza che seguirono l’approvazione della legge erano alimentate dalla comprensibile determinazione di un Pci, ormai relegato all’opposizione dal fattore K, a mantenere l’esercizio di un diritto di veto, una rendita di posizione che più tardi diede vita al concetto di arco costituzionale che consentiva di influire, se non di accordarsi, sulle decisioni più importanti pur essendo in polemica frontale con il governo. Del resto le polemiche si placarono perché il premio di maggioranza alle elezioni del 1953 non scattò: la coalizione vincente non raggiunse la maggioranza assoluta dei voti. Questa stessa norma riproposta oggi farebbe felici i nipotini di coloro che allora la presentarono alla stregua di un colpo di Stato.

La seconda è la “legge Acerbo” del 1923 che si applicò alle elezioni del maggio 1924 e che preparò la strada alla dittatura fascista. Lasciamo la parola a Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, che la definiva “una mostruosità perché consente al Presidente del Consiglio di nominare personalmente i due terzi dei deputati anche ottenendo il 25 per cento dei voti”. Il giudizio, al di là della rilevanza del premio di maggioranza, è del tutto comprensibile per il capo di un partito nazionale che aveva ottenuti i più importanti successi con la legge elettorale proporzionale. Ma, proseguiva Matteotti, il punto è “l’ambiente di dittatura e di violenza nel quale le elezioni devono svolgersi. Tutto l’apparato dello Stato è al servizio aperto a chiaro del partito dominante. Le amministrazioni comunali non fasciste sono state sciolte così che i seggi elettorali saranno tutti composti di partigiani del Governo. Nessun ricorso sarà possibile contro qualsiasi violenza: l’unico giudice resterà la Giunta delle elezioni scelta dagli stessi deputati che il Presidente ha personalmente nominato. Per le strade nessuna libertà, nessuna possibilità di propaganda, nessun comizio perché soprattutto in certe zone significherebbe esporre i partecipanti a sicure violenze. Un candidato è stato ucciso l’altro ieri nella sua casa. Il Partito Socialista Unitario , ha proposto l’unione di tutti partiti democratici ma il Governo ha già più volte dichiarato che coloro che presentassero lista per tutta la nazione sarebbero da considerarsi nemici e che se lo stesso governo non raggiungesse il consenso della maggioranza, esso terrebbe ugualmente il potere con la forza ponendo il paese di fronte alla minaccia della guerra civile” (Echi e commenti, 5 marzo 1924).

Possiamo, al di là di ogni ragionevole dubbio, sostenere che l’Italia di oggi è in qualche modo simili a quella del 1924 descritta così efficacemente da Matteotti? E che i soggetti politici e istituzionali (a partire dal confronto tra Vittorio Emanuele II e il Presidente Mattarella) siano in qualche modo assimilabili? Potrebbe essere solo se fossimo su “Scherzi a parte”. 

È evidente che le parole, peraltro profetiche, di Giacomo Matteotti che fu assassinato il 10 giugno del 1924, devono essere collocate nel contesto storico del tempo che, per fortuna, è ben diverso da quello odierno. Tutte queste osservazioni lasceranno il campo alla sentenza della Corte, se sarà pronunciata prima del Referendum. In caso contrario riprenderanno logoranti confronti e trattative il cui esito non è per nulla chiaro. È importare ricordare che l’Italicum, che certo può essere cambiato senza farne un dramma, era nato per garantire la governabilità e la stabilità dei governi eletti dal Parlamento. Di questo ha bisogno la società italiana per riprendere la via della crescita economica e sociale.

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