L'intervento di Francesco Maria Esposito, architetto e vicepresidente W-L.E.A., Associazione di studi e servizi per l’amministrazione pubblica e le imprese

Tempi e costi. Sono queste le grandi, grandissime incognite legate a “Casa Italia”, il piano nazionale per la prevenzione e la messa in sicurezza lanciato da Matteo Renzi e affidato al rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone. L’indirizzo del lavoro si muoverà su quattro linee d’azione: messa a regime delle informazioni sul Paese; studio generale di tipologie e metodologie degli interventi inizialmente affidato al cosiddetto gruppo G124 di Renzo Piano; studio sui temi finanziamenti e procedure; intervento formativo di tecnici, professionisti e amministratori pubblici verso una coscienza-conoscenza che coinvolga tutti i cittadini italiani partendo dalla scuola nazionale di amministrazione, ovvero affidandole un ruolo primario.

Il premier ha ascoltato le proposte di più di 30 sigle e ha riferito che ci vorranno una decina d’anni. Sono circolate notizie di una sommaria stima del piano “Casa Italia” pari a circa 10 miliardi di euro. Condivido l’idea di Renzi e l’impostazione di Azzone. Le buone intenzioni ci sono tutte: mettere in sicurezza il territorio, gli edifici, le infrastrutture, rilanciare l’economia e l’edilizia, diffondere la cultura della prevenzione. Sottoscrivo in pieno il progetto. Non mi pronuncio sui tempi, ma temo che per realizzarlo di miliardi ce ne vorrebbero molti di più, tra i 1.000 e i 1.500, e non certamente 10! E dunque, per evitare che il progetto si trasformi in un banalissimo slogan elettorale, bisogna fare chiarezza sulla vera portata economica del piano Casa Italia. Inoltre, a prescindere dalla somma, che resta comunque un elemento non trascurabile, gli interventi, considerata l’enorme mole economica, saranno effettivamente fattibili solo se buona parte delle risorse da utilizzare potranno restare fuori dal calcolo del deficit, per finanziare l’intervento pubblico e, soprattutto, per finanziare quello privato utilizzando i noti meccanismi delle leve fiscali.

La domanda sorge spontanea, e la risposta sembrerebbe scontata: a bocce ferme, la Merkel, tra l’altro a caccia di consensi per la débâcle del recente voto regionale in Meclemburgo-Pomerania, potrebbe mai dare l’ok all’Italia se già si dimostra contraria (o perlomeno dubbiosa) a tenere fuori dal calcolo del deficit i 3,5 miliardi per la ricostruzione dell’ultimo terremoto? Il cane, dunque, si morde la coda, ma la soluzione per trasformare questo circolo vizioso in circolo virtuoso c’è. Si chiama “Unione urbanistica europea”.

Come ho già spiegato al Festival dell’Economia di Trento, in occasione della presentazione del mio ultimo volume “Edificabilità bene comune”, Cacucci, 2015, l’Unione monetaria senza Unione urbanistica non potrà sopravvivere. Infatti l’ottimalità monetaria e valutaria potrà ottenersi solo mettendo al riparo le economie dei 19 Paesi dell’area euro dalle super-inflazioni dei prezzi immobiliari, così da salvare la crescita dalle bolle immobiliari e ottenere una inflazione pari a circa il 2 per cento anche nei settori facilmente preda di attacchi speculativi, come quello immobiliare. Spiego: sono convinto che la Germania potrebbe valutare di dare il proprio placet all’Italia consentendole di tenere fuori dal calcolo del deficit grandi cifre (non certo 1.000 miliardi di euro), solo a patto che le regole urbanistiche italiane si trasformino verso il modello tedesco, adottando il criterio della disciplina dei prezzi immobiliari. In definitiva si tratterebbe di applicare l’Art. 41 della Costituzione Italiana e i Trattati di Roma e Lisbona, attuando il passaggio dall’economia di mercato all’economia sociale di mercato mediante la transizione dall’urbanistica di mercato, speculativa, all’urbanistica sociale di mercato, al fine di rendere impossibili le bolle immobiliari e riportare l’Europa su un sentiero di crescita realmente sostenibile.

La Germania, ad esempio, per disciplinare il costo degli affitti e il valore delle case, norma l’aumento massimo degli affitti abitativi entro il limite del 10 per cento della media dell’area in 5 anni. In Italia, invece, una legge simile, cosiddetta Equo-canone, fu liquidata in quattro e quattr’otto. E dopo l’Euro changeover proprio lo squilibrio tra redditi e costi abitativi (esploso con l’arrivo dell’Euro, non che sia colpa della moneta in sé ma dell’uso che ne abbiamo fatto) ha gonfiato la bolla immobiliare italiana (in contemporanea con quella spagnola) con effetti devastanti nelle grandi città, determinando la contrazione della domanda interna così tanto da ridurre l’economia allo stremo. Faccio un esempio: oggi a Roma come a Milano, e nelle principali grandi città, una casa costa mediamente più del triplo di una casa con le stesse caratteristiche a Berlino. L’introduzione anche in Italia di una vera democrazia urbanistica può essere la chiave di volta per ottenere l’ok dalla Germania e realizzare così una grandissima operazione di giustizia sociale ed economica che preveda la messa in sicurezza non solo del territorio ma anche dell’economia, generi una nuova coscienza socio-economica e consenta alle straordinarie manovre di Draghi, tassi al minimo e QE, di produrre effetti positivi.

Domanda: si può chiedere alla politica monetaria più di quanto possa dare? Gli sforzi della Bce di Draghi, senza una riforma strutturale urbanistica che metta mano al bubbone storico italiano, la speculazione immobiliare, non consentiranno all’Italia di uscire veramente dalla crisi. Nel frattempo Schäuble continuerà a chiedere una politica monetaria differente e finirà la sua leva. Come spiego nel mio testo, di cui ha curato la prefazione Gianni Pittella, ex vicepresidente del Parlamento europeo e Presidente del Gruppo S&D, una compiuta democrazia urbanistica, se introdotta anche nel nostro Paese, avrebbe il merito di favorire l’edilizia impedendo le speculazioni immobiliari, rimettere in equilibrio redditi e costi abitativi (se già tutto è consumato dalla casa come può ripartire l’economia?) garantire il buon funzionamento del ciclo economico, aumentare l’occupazione, spingere la crescita e di conseguenza far aumentare il Pil, ridurre il debito pubblico, ridurre il rapporto debito pubblico-Pil, ricondurre il Paese su un sentiero di crescita che, inoltre, avvierebbe molteplici nuovi investimenti. Perché non osare? Perché non portare in Parlamento europeo l’idea di una Unione urbanistica europea, ovvero di passare dall’Uem all’Uemu (Unione Economia Monetaria Urbanistica)? Diversamente per l’Italia sarà meglio far presto le valigie per uscire dall’Euro.

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