L'analisi di Michele Nones per la rivista Airpress

Fra le prime conseguenze della Brexit, una delle poche positive è stato il rilancio del dibattito sulla costruzione di un’Europa della difesa che punti a due obiettivi strategici: assicurare una migliore e maggiore sicurezza e la difesa del Vecchio continente, sempre più esposto agli attacchi del terrorismo di matrice islamica e sempre più incapace di partecipare attivamente ed efficacemente alle crisi vecchie e nuove che divampano ai suoi confini; rafforzare una traballante Unione europea, scossa nelle sue fondamenta dall’incapacità di prevenire e gestire l’ondata di profughi e immigrati e di uscire dalla crisi economica che continua a persistere in molti Stati membri.

Il risultato del referendum inglese ha, infatti, tolto l’alibi dietro il quale, soprattutto in questo decennio, si sono nascosti molti governi pur di non affrontare scelte difficili, potenzialmente impopolari, che comportano il riconoscimento della condivisione della propria sovranità con altri partner. In realtà, questa condivisione c’è già in molte attività strategiche per la sicurezza e la difesa, anche se con diversi gradi di maturazione e tipologia dei partecipanti: programmi di acquisizione, tecnologie, industrie, politiche esportative, ricerca, missioni internazionali, ecc. Ma è rimasta parziale, disomogenea e mascherata, non trovando un esplicito sbocco istituzionale. Non si tratta, infatti, di delegare a un qualche organismo terzo la propria sovranità, ma di creare un nuovo specifico strumento per condividerla con quanti vogliano e siano in grado di farlo.

La questione non è comunque di semplice soluzione, anche perché va affrontata su due livelli. Il primo è quello della condivisione di determinate capacità militari che comporta un accordo fra i Paesi willing and able sulle modalità di integrazione, di gestione, di finanziamento e di raccordo con altri Paesi willing ma non (o solo limitatamente) able e con le istituzioni europee. In pratica, si tratta di decidere cosa e come mettere in comune, chi paga e, soprattutto, come assumere poi le decisioni di impiego. Il secondo è quello dell’integrazione del mercato della difesa in quanto chiaro che senza una forte base tecnologica e industriale né i maggiori Paesi, né l’Europa nel suo complesso, possono pensare di rafforzare la difesa e la sicurezza comuni.

Sul primo fronte si sono cominciate a muovere Francia, Germania e Italia. Le posizioni e le strategie non sono del tutto chiare perché si scontra la tendenza a mantenere e rafforzare la collaborazione bilaterale fra i primi due con quella di costruire un triangolo forte che comprenda anche l’Italia. Il nostro governo sta cercando di far prevalere questa seconda soluzione, ma non è certamente favorito né dalla nostra immagine internazionale, né dalla lentezza delle nostre iniziative e decisioni politiche (troppo spesso piegate a ragioni di politica interna). Sul secondo fronte, la Brexit sta facendo accelerare l’attività della Commissione che, attraverso la prossima messa a punto dell’European defence action plan (Edap), intende rimuovere gli ostacoli (giuridici, procedurali, ideologici) che impediscono o rallentano l’applicazione delle politiche europee al settore della difesa e della sicurezza e, di conseguenza, rafforzare l’integrazione del mercato della difesa e le capacità industriali e tecnologiche. In questo secondo campo, l’Italia si sta muovendo più efficacemente, avendo messo a punto un paniere di proposte su tre temi:

Incentivazione fiscale ed economica dei programmi di collaborazione europea per nuovi equipaggiamenti (con esenzione dall’Iva, possibile ricorso a prestiti della Bei, esclusione dai parametri del Patto di stabilità).

Incentivazione dell’innovazione tecnologica attraverso l’utilizzo del prossimo programma quadro per la ricerca 2021-2027 anche per i progetti militari e l’attivazione di uno specifico European defence research program (Edrp) con cui finanziare specifici progetti nel campo delle key strategic activities (la cui individuazione deve quindi essere preventivamente realizzata durante questo triennio).

Incentivazione di una maggiore integrazione del mercato europeo della difesa, attraverso l’omogeneizzazione fiscale degli acquisti di equipaggiamenti (esentandoli dall’Iva), la semplificazione dei trasferimenti destinati agli equipaggiamenti utilizzati dalle Forze armate europee (con l’effettivo utilizzo della licenza generale già in vigore, ma molto limitatamente applicata) e una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti (con un formale impegno politico a garanzia degli acquisti fatti da fornitori non nazionali). Si è, quindi, aperta un’occasione importante per l’Europa di uscire dall’attuale pantano e per l’Italia di vedersi riconosciuto un maggiore ruolo europeo. Adesso è il momento di lavorare tutti insieme per non sprecarla.

(Articolo tratto dall’ultimo numero della rivista Airpress)

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