Il ricordo di Gianluca Petrillo

Ho nella mente un chiaro ricordo di Shimon Peres. Ho avuto il privilegio di incontrarlo dodici anni fa quando era presidente della fondazione “Peres Center for Peace”, impegnata nel difficilissimo percorso verso la pace nel Medio Oriente. Era stato insignito dieci anni prima del premio Nobel per la Pace insieme a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat per le estenuanti trattative che portarono alla firma degli accordi di Oslo.

Ero parte della delegazione di governo nell’ambito di un incontro bilaterale tra Italia e Israele sui temi delle telecomunicazioni. Quella mattina del 12 novembre del 2004 alle ore 9.00 accompagnavo una delegazione di giornalisti italiani che stava per incontrare Peres, prima dell’incontro politico con il rappresentante del governo italiano, il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri.

Il clima politico a Tel Aviv era ancora caldo, nel pieno della seconda intifada. Nelle strade c’era tensione e nei giorni precedenti non erano mancati attentati. Il governo israeliano era espressione del Likud, il principale partito di maggioranza, sotto la guida determinata di Ariel Sharon. Il vice premier era Ehud Olmert, che due anni dopo sarebbe diventato premier come espressione di Kadima, la nuova formazione politica che aveva visto convergere esponenti moderati del Likud e del partito socialista. La Knesset era guidata da Reuven Rivlin, oggi Presidente della Repubblica, che nel 2004 era lo spokesman (letteralmente il portavoce del Parlamento) e in realtà aveva molto più margine di manovra politica dei nostri Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera, relegati dai regolamenti della Camera e del Senato a svolgere ruoli esclusivamente istituzionali. Il Presidente della Repubblica era Moshe Katsav, che avremmo incontrato successivamente.

Il giorno prima era morto a Parigi Yasser Arafat, storico leader dell’Autorità Palestinese, era in coma da giorni per una grave patologia del sangue che i medici non furono in grado di curare e che suscitò molte polemiche, dopo anni in cui era stato confinato a Ramallah in Cisgiordania.

L’incontro con Peres avveniva all’indomani di questo evento tragico. Un potenziale scoop inaspettato per la delegazione di giornalisti presenti, il primo gruppo di giornalisti tra tutta la stampa internazionale che avrebbe avuto il privilegio di raccogliere un suo commento, una sua testimonianza su Arafat.

Peres, già ottantenne, era visibilmente provato dalla notizia, perché come ebbe modo di raccontare tra loro si era creato un rapporto disteso, cordiale, di comprensione umana visti i numerosi incontri e di condivisione della strada che stavano portando avanti per la reale pacificazione tra Israele e Palestina. Potremmo dire che era nato un rapporto di amicizia, ma non ricordo di aver sentito usare la parola friendship.

Ci raccontò un aneddoto su Arafat e sulla distanza culturale e politica che stavano cercando insieme di ridurre. Una volta Yasser gli chiese: “Ma come fate a chiamare un sistema politico così articolato e complesso con una parola così semplice come democrazia?”. In Occidente abbiamo tutti ben chiaro cosa sia la democrazia, ma in Medio Oriente e nel resto del mondo non è affatto evidente allo stesso modo. Tutti sappiamo che con democrazia intendiamo un sistema istituzionale che rappresenta la volontà del popolo, ma non è affatto chiaro in quali forme e in quali modi.

Peres ci raccontò che la discussione tra loro andò avanti a lungo su questo argomento. Il bilanciamento dei poteri dello Stato, l’indipendenza della magistratura, il ruolo delle forze armate, il sistema elettorale, la formazione e la vita dei partiti politici, ma anche chi rilascia i documenti e chi controlla i confini, sono pezzi di un puzzle complesso che compone la nostra idea di democrazia. Siamo o non siamo democratici in base all’esperienza e alla storia che abbiamo vissuto nel corso degli anni e che ha determinato l’evoluzione politica, sociale, economica dei Paesi nei quali viviamo. Sono valori e principi molto difficili da comprendere per chi non ha avuto modo di viverli direttamente. Peres aveva compreso le difficoltà di Arafat e Arafat aveva capito di poterlo chiedere a Peres. Tutti coloro che non hanno mai visto davvero la democrazia in fondo non sanno del tutto cosa sia. “Per noi il significato di democrazia è chiaro, ma non lo è per chi non lo ha vissuto”, ci disse.

Negli anni successivi nelle multinazionali per le quali ho lavorato mi sono ritrovato molte volte a parlare con colleghi di tutto il mondo. Dopo le dimissioni di Mubarak, nel pieno della cosiddetta Primavera Araba, un collega egiziano con cui mi intrattenevo a margine di un meeting internazionale mi spiegava la fase politica che stavano vivendo e mi disse “sai tra poco avremo le elezioni. Per noi egiziani la sfida di questi giorni è costituire dei partiti politici”. Gli occhi gli brillavano dall’emozione per la nuova fase democratica che era alle porte dopo trenta anni vissuti sempre sotto lo stesso presidente.

Ma nessuno sapeva quale sarebbe stata la vita di questi partiti, come si sarebbero costituiti, cosa avrebbero dovuto fare all’indomani delle elezioni, né a quale famiglia del pensiero politico si sarebbero ispirati. Stavano costruendo anche loro il percorso verso la loro democrazia e anche loro si stavano chiedendo, come aveva ricordato Arafat a Peres, cosa mai ci fosse dietro quel sistema tanto complesso di equilibri che noi occidentali siamo in grado di identificare con una sola parola.

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