L'analisi di Marco Ferrazzoli, capo ufficio stampa Cnr e docente all’università di Roma Tor Vergata

Con il terremoto, le mandrie di bufale che scorrazzano liberamente su web sembrano essere divenute più numerose e aggressive. Ma ciò che sconvolge maggiormente è che abbiano calpestato proprio il terreno colpito dal sisma, al quale tutti dovremmo avvicinarci con cautela e rispetto.

In Rete, per esempio, circolano liberamente clamorose quanto infondate notizie che attribuiscono la scossa più forte – come riporta l’Ansa – al “programma segreto di aerosolchemioterapia bellica che la NATO manda in onda dal 2002”, adducendo quale prova una fotografia delle nuvole sopra il centro Italia scattata la sera prima dell’evento. Una fandonia di cui la maggior parte sorriderà, certo, eppure pare che i creduloni sostenitori dei contrails o ‘scie chimiche’, secondo cui le strisce che capita di osservare in cielo sarebbero dovute a venefiche irrorazioni aeree ordinate da malvagie autorità, siano il 17% della popolazione. Per confutare questa teoria due ricercatori della California University, coordinando un gruppo di 77 colleghi, hanno realizzato e pubblicato una ricerca, confermando che l‘effetto è dovuto a banale condensazione. Un ricercatore del Cnr, Valerio Rossi Albertini, l’ha addirittura riprodotto in diretta televisiva.

Ma rassegniamoci: i complottisti non si faranno convincere. La comunicazione, come hanno rilevato tra gli altri gli studi di Paul Lazarsfeld[1], agisce spesso per rafforzamento delle convinzioni pregresse e non per conversione, quindi tendiamo a selezionare le notizie in base al nostro pregiudizio. È una criticità importante che i ricercatori chiamano bias e può influenzare persino gli studi scientifici, figuriamoci i mass media.

Su web troviamo tesi strampalate che rimandano il sisma a una punizione divina o agli esperimenti condotti nel Laboratorio del Gran Sasso, diffuse con brevi post o in articoli che inanellano subdolamente citazioni tratte da fonti insospettabili. “Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini, e vi troverò una qualche cosa sufficiente a farlo impiccare”, per dirla con il cardinale Richelieu. Il che ci avverte di un altro aspetto da tenere in considerazione: l’apparente ma pericolosissima somiglianza tra la corretta informazione e le molte panzane che la simulano solo dal punto di vista metodologico, retorico e strutturale. Come notano Alessandro Campi e Leonardo Varasano in un loro recente saggio[2], il complottismo è la deformazione caricaturale della sete di conoscenza e comprensione che spinge all’indagine più seria.

È un delirio che storpia e stupra allo stesso modo fede e scienza. E che si lega ad altri atteggiamenti diffusi: in primis la sfiducia – anche qui gli studi in merito non mancano[3] – divenuta ormai, data la sua capacità di aggregare malcontento e mal di pancia, il paradossale collante della nostra società, mentre in realtà la presunzione di colpevolezza su cui essa si basa compromette la coesione delle comunità, in senso sia verticale sia orizzontale. È chiaro poi che questi processi agiscono in modo più deflagrante laddove le istituzioni e i corpi sociali sono più deboli: per limiti oggettivi, per difetti di comunicazione e anche per malafede, incapacità e disonestà. E in generale per la nostra tendenziale preferenza verso le eziologie e le interpretazioni negative, catastrofiche, per le prospettive apocalittiche.

Ecco così che – nonostante l’atteggiamento verso gli scienziati sia in genere abbastanza fiducioso, pur con molti distinguo – quando i ricercatori lavorano per supportare i decisori politici, ruoli e giudizi finiscono per confondersi, tanto è bassa la fiducia verso le istituzioni pubbliche, amministrative e di governo, basti pensare alle vicende della Commissione grandi rischi durante il terremoto aquilano[4] o della Xylella in Puglia. Il ruolo delle inchieste giudiziarie in tali vicende, con i lunghi tempi richiesti per arrivare ad accertamenti e giudizi definitivi, rischia di complicare ulteriormente le cose agli occhi dell’opinione pubblica, al di là del ruolo insindacabile della magistratura: si pensi al recente pronunciamento della Procura di Trani che ha finalmente messo la parola “fine” alla richiesta di stabilire un nesso tra vaccinazione pediatrica polivalente e insorgenza dell’autismo.

È quanto avviene in particolare laddove le conoscenze scientifiche, pur avanzando, sono ancora insufficienti a rispondere alle aspettative dei cittadini, come spesso accade nel campo degli eventi calamitosi e in quello sanitario, dove la casistica è davvero amplissima: vaccini, omeopatia, oncologia, malattie rare sono ormai terreni di conflitto in cui la scienza medica deve vedersela da un lato con l’aggressiva concorrenza delle terapie non convenzionali e dall’altro con un sistema giudiziario e legale che tende a trasformare l’insuccesso in capo di imputazione. Talvolta purtroppo accade, come nei giorni scorsi, che i due aspetti entrino in corto circuito e che la morte di pazienti trattati con presunti protocolli alternativi sveli questo mondo parallelo e inquietante, per quanto umanamente comprensibile: il medico Ryke Hamer, che ha conosciuto il dolore per la tragica morte prima del figlio Dirk e poi della moglie, è per esempio il sostenitore di una tesi secondo cui i tumori derivano da traumi psichici, seguendo la quale molti malati rifiutano la chemioterapia che, con tutti i suoi limiti e controindicazioni, è oggi un presidio basilare in oncologia.

In questo contesto si crea facilmente un clima ostile, una pregiudiziale diffidenza verso le risposte che, oltre a non ‘risolvere’, non soddisfino il ‘colpevolismo’. Un tema molto sensibile al riguardo è l’ambiente-salute, dove diffondere risultati di indagini che scagionino un presunto inquinatore diventa spesso difficile. Figuriamoci sul terremoto, fenomeno naturale potenzialmente devastante, predicibile ma con una definizione spazio-temporale tanto vaga da divenire operativamente inutile (come confermano alcuni tentativi di tradurre i segnali premonitori in indicazioni di protezione civile), prevenibile mediante onerose misure che vanno pianificate e attuate in tempo ‘di pace’, quando cioè cessa l’emergenza che per pochi giorni illumina la problematica. E comunque con aspetti più controversi come il possibile rapporto con le trivellazioni.

Basti vedere la similare amplificazione e interpretazione mediatica data a parole diverse per contesto e significato, quali quelle usate da Rosario Fiorello sulle iniziative benefiche per i terremotati, “bisogna stare attenti a chi organizza”, dal pm procuratore capo di Rieti Giuseppe Saieva, “devo pensare che sia stato costruito al risparmio”, dal vescovo di Rieti Domenico Pompili, “il terremoto non uccide, uccidono le opere dell’uomo”. E in generale il tutti contro tutti. In questo scenario può facilmente e velocemente dilagare la notizia secondo cui la magnitudo del terremoto sarebbe stata “abbassata” intenzionalmente dai sismologi sotto la soglia che impone allo Stato il risarcimento dei danni: i propalatori hanno attinto da una fonte ormai superata, una norma cassata dalla legge, infarcendola di errori grossolani, come il ricondurla a un terremoto avvenuto dopo l’approvazione.

A chi si sgomenti per come i complottisti non verificano almeno le coincidenze temporali prima di cadere nel tranello e di tenderlo a loro volta, forniamo esempi ancora più clamorosi, scendendo per così dire dal già non eccelso livello dei precedenti. Tra le mille pseudo-notizie circolate ancora in questi giorni, ce ne sono alcune che pare davvero incredibile abbiano sortito successo: il fondo di 132 miliardi per parlamentari rimasti senza lavoro a fine legislatura costituito dall’inesistente senatore Cirenga autore, il manifesto attribuito alla propaganda elettorale democristiana del dopoguerra in cui si vede l’attrice francese Letitia Casta (nata nel 1978) e la foto che indica come Debora Renzi, parente e beneficiaria del premier, l’attrice italiana Debora Caprioglio. Tralasciamo le dietrologie che questi fake avrebbero dovuto sostenere, qui l’incredibile è che non sia stato effettuato neppure il riconoscimento a vista.

Abbiamo finora parlato genericamente di Internet ma va precisato che i bufalari utilizzano soprattutto la cassa di risonanza dei social network per dare sfogo alle loro paturnie. E qui il problema si complica ulteriormente proprio a causa della dinamica di questo straordinario strumento di informazione, che sublima le potenzialità del web 2.0: interazione in tempo reale, con un bacino potenzialmente infinito nel quale si tende ad abbattere la distinzione tra fonte e destinatario del messaggio. Se io posto o twitto un messaggio, quasi sempre inoltrandolo a mia volta da qualcuno che ha già compiuto la stessa operazione, attivo una conversazione che dipende dalla quantità dei miei contatti, dalla tempestività con cui diffondo il contenuto e dalla sua evidenza: condizioni che, si capisce, tendono a far circolare senza uno straccio di verifica le leggende metropolitane più eclatanti al solo fine di aumentare clic, like, follower: risultato che peraltro in genere si ottiene, alimentando così una perversa corsa al ribasso, un circolo vizioso in cui la moneta peggiore scaccia sempre le altre.

L’atteggiamento di chi prende per buona la fantasiosa eziologia di un fenomeno o la tesi della congiura ordita da chissà chi e perché, senza un barlume di prova né competenza, è irritante. Lo è ancor più che, in occasione del sisma che ha tanto scosso la popolazione e il territorio italiani, la Rete sia stata trasformata in una ‘bufalandia’. Sfiora lo sciacallaggio che, in occasione di un disastro naturale o di un’epidemia, si presentino o vengano addirittura chiamati a parlare esperti i quali, con una palla di vetro magari truccata da strumento scientifico, pretendono di fornire la panacea. “Sappiamo sempre di più ma capiamo sempre di meno”, come sintetizza l’antropologo Marino Niola.

Ma non dobbiamo dimenticare mai che questi processi replicano quanto avveniva e avviene nei bar sport, sugli autobus, nelle chiacchiere di ogni giorno, che i troll sono solo la versione hi tech dei pettegolezzi che un tempo infestavano i paesi nei quali si lasciava lo spiraglio della persiana aperta per poter spiare chissà quale segreto, che il problema di mantenere il controllo sulla correttezza dei contenuti nel momento in cui la diffusione culturale si allarga nasce già con la scrittura e poi con la stampa a caratteri mobili, che la rivoluzione digitale sta apportando e apporterà all’umanità benefici immensi e incomparabilmente superiori ai problemi gestionali che ci pone. Su questo vorremo dissociarci dalle giustificate e pur autorevoli voci, Umberto Eco e Nicholas Carr per dirne due, che vorrebbero ridurre la rete a quello che, con un’espressione comunque azzeccata, Enrico Mentana ha chiamato il “webete”.

Esistono esperti di debunking che si occupano di liberare la rete dalle bufale, ma alcuni problemi potrebbero essere risolti tutto sommato semplicemente, a patto che tutti gli attori in gioco facciano la loro parte: giornalisti, operatori dei media, divulgatori, soggetti istituzionali, pubblici dei vari media, ricercatori e produttori di conoscenza. Sottolineiamo questi ultimi, poiché “spesso in ambienti accademici non mancano l’arroganza e la prosopopea”, come avverte nel suo “Decalogo per aspiranti scienziati” Alberto Mantovani[5].

Riassumendo sommariamente: insegnare e applicare la gerarchizzazione delle fonti, poiché il portale ufficiale di una istituzione rilevante e di un grande organo di informazione hanno un peso, quello di un sito “la qualunque punto qualcosa” ne ha un altro, una notizia presa da wikipedia ha un significato (l’enciclopedia è formata con criteri particolari), così come le risultanze dei motori di ricerca (anch’essi ottimi ma non totalmente oggettivi); non farsi contagiare dall’espertite, dalla presunzione di dover e poter esprimere giudizi su qualunque argomento, ammettere la propria incompetenza, usare i forse-se-ma, fare esercizio del dubbio, approcciare il nuovo con socratica e curiosa ignoranza (in rete circola uno schemino divertente che contempla l’opzione “sto zitto”); ammettere i propri errori, non intestardirsi con il “sì però…” quando si viene beccati ad aver pubblicato una bufala e soprattutto provvedere alla correzione o eliminazione del post originario, poiché una rettifica nel mezzo o in fondo a una conversazione sui social viene vista da molte meno persone; assumersi responsabilità proporzionate al proprio ruolo, nella leggerezza del fake possiamo cascarci tutti, ma un professore, un giornalista o un ricercatore hanno doveri di cautela maggiori e comunque tutti abbiamo il dovere del riscontro della seconda fonte e di chiederci sempre come mai, se lo scoop che abbiamo trovato è vero, siamo i primi a darlo ai nostri amici e seguaci, quindi diffidare di titoli che sono già esortazioni all’indignazione e che denunciano presunte censure. Come dice Walter Quattrociocchi, autore di una ricerca sulla misinformation e direttore del laboratorio di Computational social science dell’Imt di Lucca: “La vera arma è l’alfabetizzazione digitale. Conoscere i meccanismi dei social e quindi sviluppare un po’ di scetticismo”.

Note:

[1] Paul Lazarsfeld – Bernard Berelson – Hazel Gaudet, The People’s Choice. How the Voter Makes up his Mind in a Presidential Campaign, Columbia University Press, New York, 1944

[2] Alessandro Campi e e Leonardo Varasano, Congiure e complotti. Da Machiavelli a Beppe Grillo, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2016

[3] Michela Marzano, Avere fiducia. Perché è necessario credere negli altri. Mondadori, Milano, 2014; Pierre Rosanvallon, Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, Castelvecchi, Roma, 2012

[4] Andrea Cerase, Alessandro Amato, Fabrizio Galadini, Terremoti, comunicazione, diritto. Riflessioni sul processo alla Commissione Grandi Rischi, Franco Angeli, Roma, 2015; Valerio Congeduti, Un rischio non calcolato. Il processo dell’Aquila, in: Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli, Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione, Universitalia, Roma, 2014

[5] Alberto Mantovani, Non aver paura di sognare. Decalogo per aspiranti scienziati, La nave di Teseo, 2016

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