A Bassano del Grappa è stato consegnato il Premio internazionale cultura cattolica al gesuita Samir Khalil Shamir. Si tratta della 34ma edizione di un riconoscimento, che è stato attribuito a personaggi come Del Noce, Ratzinger, Messori, Giussani, Corti e Ruini.

Capita nel momento opportuno, mentre tutto il mondo si interroga su quei problemi, che Shamir, nato in Egitto e professore a Beirut, ha affrontato nell’insegnamento e negli scritti (60 libri e 500 articoli scientifici): la violenza e il terrorismo che insanguinano il Medio Oriente sono legati alla religione islamica o appartengono solo ad alcune schegge impazzite fra i suoi fedeli?

Ma esiste veramente questo Islam moderato di cui parlano gli occidentali? La violenza è un insegnamento del Corano o un’offesa a Maometto?E cosa debbono fare i cristiani per difendersi, senza con ciò abbandonare la volontà di dialogare e anche collaborare con l’Islam?

Le risposte di Shamir, che fu consigliere di Benedetto XVI per il mondo islamico, trovano la loro forza nella conoscenza diretta della lingua, della religione e dei costumi musulmani, oltre che nel suo temperamento insieme moderato e rigoroso.

Come è chiaro dal suo più noto libro tradotto in italiano: Islam e Occidente (edito da Lindau). Ciò che lo ha sempre preoccupato è quell’atteggiamento di concordismo e buonismo, che oggi è di papa Bergoglio, ma non mancò qualche volta neppure in altri papi ben più coerenti e coraggiosi nella difesa della tradizione cattolica (non era nelle loro intenzioni, obietta Khalil). Come papa Wojtyla, quando baciò il Corano, o papa Ratzinger, quando pregò a mani giunte nella Moschea blu di Istanbul.

Un atteggiamento esasperato da papa Bergoglio, in base alla sua certezza che Cristianesimo e Islam hanno lo stesso Dio. Giustissimo, Dio è uno solo, presente in maniera diversa in tutte le religioni.

Tu solus Sanctus: ma questo Dio unico (mostra Khalil) viene proposto in maniera del tutto diversa: “A differenza del Vangelo nel Corano viene predicata la violenza. Non è certo un caso che l’80 per cento del terrorismo sia islamico. E quando vengono in Occidente, anziché integrarsi, vogliono imporre le loro regole di vita. Fin che c’è la fede islamica, non può esserci integrazione. L’islamismo è rimasto una religione bellicosa, aggressiva, antiquata”.

L’immigrazione, il terrorismo e la primavera araba sono certo esperienze diverse.

Ma tutte figlie dello stesso integralismo islamico.

Tanto è vero (osservò Kahlil dopo gli attentati di Parigi) che la loro radice è proprio nel Corano, quando considera la fede religiosa e l’impegno politico come una sola cosa: “Un progetto globale: spirituale, sociale, intellettuale, familistico, economico e militare. Include il modo di mangiare, di vestirsi, di stare con gli altri, di vivere. Entra in ogni cosa”.

Ecco perché in tante città europee l’immigrazione diviene necessariamente occupazione, il quartiere si islamizza, i vecchi abitanti divengono una minoranza mal sopportata. Appena giunti nei paesi occidentali chiedono con insistenza di avere delle moschee.

Ma non è giusto che abbiano le loro chiese? Giustissimo, tanto che si vorrebbe anche la reciprocità, ossia che in tutti gli stati islamici fossero permesse le chiese cristiane.

Ma la moschea non è solo una chiesa, è tutto, essa regola le preghiere, ma anche l’intera vita del muslim. Ecco perché divengono necessariamente luoghi di indottrinamento e arruolamento anche politico per il trionfo dell’Islam. Prima cosa la preghiera, ma in base ad essa anche la propaganda. Non a caso tante moschee in Europa sono pagate da stati islamici favorevoli al terrorismo.

Ma allora la reciproca fraternità, l’ecumenismo, la solidarietà, su cui tanto insiste Bergoglio? Tutte cose buone, ma v’è qualcosa di più importante, perché viene prima ed è la condizione di ogni incontro tra religioni diverse: “Riprendere consapevolezza della propria identità, della propria tradizione, senza vergognarsi della propria storia”. Khalil appartiene allo stesso ordine religioso dell’attuale papa, per molte ragioni lo rispetta, ma più di Platone e di Aristotele la vera amica è la verità.

Ma il fondatore dell’ordine religioso di entrambi, Ignazio de Loyola, non ha forse scritto: “Quello che vedo bianco debbo chiamarlo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica (Esercizi spirituali, regola 13)?” Certo, e senza dubbio un cattolico non criticherà mai gli atti del magistero del Papa.

Ma come è possibile considerare indicazioni di fede e di morale le chiacchierate di Bergoglio, le battute umoristiche, gli show televisivi, le improvvisazioni tra le nuvole?

Parole, scrive Khalil, che vanno benissimo sui mass-media, ma rimangono espressioni spesso superficiali e comunque non vincolanti per i fedeli: “Criticarle, per un cattolico, non è solo un diritto, ma anche un dovere”.

(Pubblicato su Italia Oggi, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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