Chi ha detto che la Costituzione non si può cambiare? A quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore, la nostra Carta è al centro di un passaggio referendario importantissimo. Non sono, questo è bene precisarlo, in discussione i principi fondativi. La riforma approvata dai due rami del Parlamento – dopo trent’anni di discussione e dopo un lungo e complesso iter tra Camera e Senato – riguarda solo la seconda parte della Costituzione ovvero quella che interessa i meccanismi di funzionamento delle nostre istituzioni. Naturalmente, con buona pace di tutti, l’assetto istituzionale si sarebbe potuto cambiare in maniere diversa. L’unica cosa che davvero risulta difficile da sostenere, se non attraverso il dogma che risiede nella logica dell’“a prescindere” e nello scontro politico, è che esso sia giusto in sé, dunque assolutamente intoccabile. Oggi abbiamo di fronte un’occasione difficilmente ripetibile, data la frammentazione del nostro sistema politico, per aggiornare la seconda parte della carta Costituzionale, eppure la discussione sul Referendum anziché concentrarsi sui contenuti si è ridotta, anche grazie alle esternazioni del presidente del Consiglio (che forse si dovrebbe far consigliare meglio) ad uno scontro tra fazioni. I sostenitori del No, come ormai da repertorio collaudato, parlano dell’imminente “deriva autoritaria”, di attacco alla Costituzione; di “torsione democratica”, i sostenitori del Si di una riforma che mette le basi per ammodernare il Paese e rendere più funzionali le istituzioni, argomenti a dire il vero piuttosto vaghi. Messo così il dibattito rende complicato ai più farsi un’opinione, semmai questa volontà ci fosse.

Lo scontro inoltre ha assunto i tratti della commedia all’italiana. E’ inevitabile quando si vede scendere nell’arena della discussione esponenti di spicco delle comicità nostrana, da Benigni a Crozza per arrivare a Grillo. Proprio il premio Oscar Roberto Benigni, icona della sinistra radical, è diventato, qualche giorno fa, nel giro di poche ore bersaglio del mondo del No (che aggrega di tutto: da sinistra a destra, dai movimentisti ai grillini: insomma tutti gli avversari del cambiamento purchessia) per essersi dichiarato a favore del Sì nel referendum del 4 dicembre.

I sostenitori del No hanno preso a cannoneggiarlo senza alcun riguardo al suo passato recente di bardo del conservatorismo costituzionale. Intendiamoci: può anche darsi che abbiano ragione e che Benigni abbia torto, magari – e sarebbe bene ci pensassero i curvaioli del Sì che non vedevano l’ora di arruolarlo sotto le loro bandiere – la santificazione era sproporzionata prima, come la dannazione lo è adesso. Il punto non è questo. A lasciare sgomenti è il tasso di virulenza che i piccoli Berija della Rete hanno riversato sul nemico di turno, subito apostrofato come traditore e venduto alla maniera dei processi staliniani celebrati durante le Purghe degli anni ’30, rivisti ovviamente in chiave di farsa secondo la nota legge marxiana.

La verità è che quanto più si moltiplicano gli inviti ad affrontare “nel merito” i temi della riforma tanto più velocemente questi vengono sospinti sullo sfondo da una campagna che, giorno dopo giorno, acquista i contorni dell’ordalia. Diciamola tutta allora: il superamento del bicameralismo paritario, l’assetto del nuovo Senato, la revisione del procedimento legislativo e dei rapporti Stato – Regioni agli italiani interessano poco, come dimostrano gli ultimi sondaggi. Fanno eccezione solo quelli a cui non interessano affatto.

Ma la ragione – meglio, la colpa – non è tanto dei media, che pure di rado brillano per equilibrio. Nella nostra storia recente mai si è vista una così diffusa propensione a premiare le posizioni estreme, a sostituire il ragionamento con l’insulto, a rifiutare a chi la pensa diversamente il rispetto che si deve alla persona prima che alle sue opinioni. Al riguardo un’occhiata ai social network risulta più istruttiva di tante analisi sociologiche. Un atteggiamento del tutto speculare a quello della politica, che invece di trovare nel  dialogo e  nella mediazione le soluzioni per tenere  insieme le complessità e favorire il bene comune, alimenta atteggiamenti da tifoseria.

Non che i media non abbiano responsabilità se ci siamo ridotti così, basta dare un’occhiata alla miriade di talk show che negli anni hanno fatto dello scontro rissoso il metro di misura dell’audience. E lo stesso dicasi dei partiti che hanno adottato modalità dialettiche analoghe a quelle dei talk. I primi anziché informare per lo più si dedicano a deformare: i fatti e le opinioni, tutto annegando nella melassa dell’emotività e nella retorica (autoconsolatoria) anti-casta. I secondi hanno da tempo rinunciato a qualsiasi ruolo di guida e formazione dell’elettorato per trasformarsi in casse di risonanza dell’opinione media, che spesso è solo mediocre.

Ma ciò non basta a spiegare la gravità della crisi. La malattia ha radici più profonde, è il portato di un ripiegamento culturale ed esistenziale che da un lato rimanda al progressivo esaurimento della spinta impressa nel dopoguerra dalla rinascita delle istituzioni democratiche e dal decollo dell’economia sullo sfondo della libertà ritrovata, un’epoca che appare oggi sepolta insieme ai suoi valori.

Siamo al dunque. Cosa se ne fa un Paese sfiduciato ed invecchiato delle riforme costituzionali? La domanda non è retorica come sembra, il che significa che la risposta non consiste per forza di cose in un disperato: niente.

Ma certo la partita di chi si batte per il Sì pare in salita. A forgiare il senso comune, in un Paese che ha il tasso di fertilità più basso d’Europa e una classe dirigente con un’età media di 60 anni, che identifica nelle pensioni la prima (l’unica?) emergenza sociale, che si straccia le vesti per la fuga dei cervelli ma accorda a professori universitari e magistrati cattedre e scranni a vita, è chi si batte contro il cambiamento. A volte con le migliori intenzioni, va riconosciuto, più spesso però con una dose di malafede che emerge nitidamente se si passano certe argomentazioni al vaglio di una critica non smemorata. Prendiamo il caso di quello che, nel gergo tardonovecentesco dei maggiori tribuni del No, rappresenta il capo d’imputazione più grave a carico della riforma e dei suoi estensori: la “deriva autoritaria”. E’ un mantra ripetuto ossessivamente, da Zagrebelsky a Di Maio, un topos di una certa cultura di sinistra, di retaggio più azionista che comunista, che ha rotto gli argini tradizionali per conquistare a sé – in virtù della sua funzionalità allo scopo, non certo per capacità persuasiva – l’intero arco del fronte del No.

Anche se a ben vedere pure chi della “deriva autoritaria” ha fatto un brand alla fine ci crede poco. Correva l’anno 1994, la repubblica dei partiti era stata divorata da tangentopoli e Achille Occhetto, a capo della “gioiosa macchina da guerra” poi sconfitta alle elezioni da Silvio Berlusconi e dalla sua armata di Valmy, scolpiva nel programma del Pds: legge elettorale a doppio turno con scelta “esplicita” della maggioranza e del presidente del Consiglio, rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, potere di nomina e revoca dei ministri da parte del presidente del Consiglio (per inciso, quest’ultima norma figurava anche nel testo elaborato dalla Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, anno 1997; ma non precorriamo). Non si ricordano manifestazioni di piazza contro il fascismo alle porte. Andiamo avanti. Nel 1996 tocca a Romano Prodi (che vincerà) incrociare le lame col Cavaliere. Sentite cosa proponeva il Professore: “Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni – è scritto nel programma dell’Ulivo – composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali”. Ricorda qualcosa? È proprio il doppio munus previsto dalla riforma Boschi che Zagrebelsky ha anatemizzato nel confronto con Renzi arbitrato da Mentana.

Un salto di 12 anni, anno 2008, ed ecco il programma del Pd a trazione veltroniana (che perderà, sempre contro Berlusconi) che invocava “un Senato delle Autonomie con 100 membri”. Per di più Veltroni incardinava le sue riforme in un disegno di “democrazia governante” che oggi, con l’aria che tira, gli varrebbe minimo l’epiteto di putiniano. Oppure l’accusa, appioppata da Massimo D’Alema al testo Renzi-Boschi, di “trasformare il Parlamento nella falange di un capo”

E che dire degli ultimi arrivati, i colonnelli di Forza Italia che hanno passato gli ultimi venti anni a sognare presidenzialismo, premierato, federalismo? Insomma, una trasformazione degli assetti costituzionali ben più radicale di quella su cui verremo chiamati a votare a breve. Sarebbe facile infierire ricordando che la riforma tratteggiata dai saggi di Lorenzago prevedeva un ridimensionamento del Senato e dei suoi poteri pressoché identico a quello che ora viene definito “un pasticcio” (anche se rimaneva l’elettività), per non parlare dei poteri del premier (incluso quello di sciogliere le Camere). Magari Brunetta non era d’accordo, ma non l’abbiamo saputo. E’ invece certo che il suo collega Paolo Romani il 27 gennaio 2015, a quattro giorni dall’elezione di Sergio Mattarella, dunque a Patto del Nazareno scricchiolante ma ancora vigente, proclamava stentoreo che “noi all’opposizione, insieme alla maggioranza, stiamo disegnando le istituzioni repubblicane del XXI secolo”. Si vede che la “deriva autoritaria” per Forza Italia segue il ciclo delle stagioni.

Quel che traspare da questa breve carrellata, oltre al carattere pretestuoso e propagandistico di molti dei rilievi mossi alla riforma, è un bisogno quasi incoercibile di respingere ogni cambiamento come una tentazione diabolica, il tentativo di arruolare sotto le insegne della democrazia e del progresso il conservatorismo frivolo e salottiero che alligna in larghi strati delle nostre élite. La cosa più grave è che, complici i media più sensibili ai richiami di questo milieu di potere e di chiacchiere (cioè quasi tutti), in ciò coadiuvati inconsapevolmente da alcuni capipopolo a corto di idee e cervello, un pensiero intrinsecamente anarcoide e reazionario si sta gradualmente imponendo come mainstream. Il tutto per dire che ad incarnare l’autobiografia della nazione oggi non è un giovane e scalpitante politico fiorentino, ma uno stagionato, dotto e aristocratico giurista piemontese di discendenza ucraina.

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