L'articolo di Gianluca Zapponini

Forse alla fine era solo questione di tempo. Dopo l’approvazione della riforma del credito cooperativo, ad aprile 2016, gli attriti che l’avevano preceduta sembravano davvero definitivamente accantonati. Invece no. Solo un’illusione. Le Bcc sono tornate a spaccarsi e a lanciarsi segnali di guerra. Tutto è partito dalla fiera di Verona, due giorni fa.

LA (NUOVA) SFIDA DEL NORD EST

Piccola premessa. Le banche del triangolo Trentino-Veneto-Friuli hanno sempre malvisto l’ingresso in un gruppo unico che vigilasse sulla loro attività. Finire sotto il cappello di una grande holding avrebbe significato perdere parte della propria indipendenza. Il ragionamento si è riproposto ancora una volta giovedì, a Verona, dove il presidente della Cassa centrale trentina, Giorgio Fracalossi, ha riunito quasi 200 banche tra Bcc e casse rurali per illustrare il suo progetto di dissociazione dalla proposta, alternativa, della Federcasse. E cioè riunire le quasi 400 Bcc italiane nell’Iccrea holding. Un progetto ambizioso, esplicitamente previsto nella riforma del credito. Che però, come trapela dalla Federazione delle Bcc, non è così preciso come dovrebbe, lasciando uno spazio, seppur stretto, alla creazione di nuovi poli aggregatori.

IL NODO DELLA GARANZIA

C’è però un altro aspetto che ha spinto le banche venete a tentare il colpo di mano. Il sistema della garanzia sui patrimoni previsto dalla riforma. Il testo prevede che parte del patrimonio delle singole banche venga posto a garanzia della tenuta dell’intero sistema capitanato dalla capogruppo, benché da un punto di vista sostanziale rimanga in dote alle stesse Bcc. Ma per gli istituti del Nord Est è comunque troppo. Se proprio devono rischiare parte del patrimonio a salvaguardia del sistema, meglio farlo per un gruppo più snello e possibilmente fatto di banche “consorelle” legate da uno stesso territorio e non da una realtà nazionale da 400 banche. Una questione “culturale”, dice qualcuno dalle parti della Cassa trentina.

IL PROGETTO DELLA CASSA TRENTINA

A Trento sembrano avere fretta. La prova è nei tempi indicati da Fracalossi, decisamente stretti. Primo passo, il piano industriale della Cassa, che vedrà la luce entro la fine dell’anno. Secondo passaggio, il contratto di coesione con le Bcc aderenti. In altre parole chi ci sta e chi no. Chi è pronto a sposare la causa scissionista e abbandonare il progetto targato Federcasse. Finora sarebbero un’ottantina le banche pronte a unirsi a Trento, ma potrebbero diventare presto un centinaio, quasi un terzo dell’intero movimento bancario cooperativo. Tra qualche giorno partiranno infatti le prime lettere da Trento alle singole Bcc, con l’invito a farsi sotto. Il passo successivo si chiama aumento di capitale: 600 milioni di euro da sottoscrivere entro marzo 2017. Sarà il vero banco di prova per l’intera operazione, perché si vedrà quante Bcc saranno disposte a tirare fuori i soldi e metterli al servizio della causa. Infine, giugno 2017, la presentazione del progetto al regolatore, cioè la Banca d’Italia, con annessa richiesta di autorizzazione alla creazione del gruppo.

I NUMERI DEL NUOVO GRUPPO

L’ambizione del progetto è anche nei numeri indicati dal dg della Cassa trentina Mario Sartori. A regime il patrimonio toccherà gli 1,4 miliardi, 400 milioni in più rispetto alla soglia fissata dalla riforma. Quanto alla solidità della holding concorrente, è previsto, sempre a regime, un Cet 1 del 15,7%, frutto anche di una raccolta da 40 di euro. Per vedere i primi utili però, bisognerà aspettare il 2020, quando la capogruppo del Nord Est dovrebbe agguantare i 146 milioni di utile lordo.

L’ATTACCO (E LA DELUSIONE) DI FEDERCASSE

Il guanto di sfida lanciato da Trento ha messo ovviamente sul chi va là la Federcasse. Il presidente Alessandro Azzi (nella foto), dicono ambienti vicini alla federazione, pare non abbia preso per nulla bene la mossa trentina. I cui piani rischiano ora di scombussolare quelli di Federcasse, incentrati su Iccrea. Una capogruppo unica avrebbe infatti consentito alle Bcc di diventare la terza realtà bancaria in Italia, dopo Intesa e Unicredit e spodestando Mps. Anche per questo dalla nota diffusa in tarda serata di giovedì trapela una certa delusione: “Non possiamo tralasciare alcuno sforzo. Lo abbiamo più volte ribadito come l’unità del credito cooperativo non sia un esercizio accademico, ma una risposta a precisi motivi industriali, di opportunità e convenienza strategica: non ha alcun senso mettere le Bcc in concorrenza tra loro”. Per Azzi non ci sono scorciatoie e in Federcasse si parla apertamente di “occasione sprecata” e “grande rammarico”. L’unità della cooperazione prima di tutto. Il rischio è “l’indebolimento di un sistema che avrebbe la possibilità di essere un punto di riferimento nel panorama bancario nazionale”. Il progetto Iccrea va comunque avanti, assicurano ambienti Federcasse, sono già state avviate le discussioni coi regolatori del settore, Bankitalia in primis.

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