L'analisi di Andrea Ferretti, docente al Corso di Gestione delle Imprese Familiari, Università di Verona

All’inizio del 2014 evidenziai, prendendo spunto dalla medicina preventiva, come Deutsche Bank soffrisse di una sorta di “sindrome metabolica bancaria” dovuta alla concomitante presenza di numerosi fattori di rischio (vedi M/F 7 gennaio 2014 pg 14 “il check up della BCE rivelerà che le banche tedesche hanno pressione e colesterolo alti”).  E ricordo anche che, in quell’occasione, alcuni mi accusarono di eccessivo pessimismo convinti dell’impossibilità che una banca del calibro di Deutsche Bank (DB) potesse davvero “saltare”.

E, infatti, il vero problema, oggi, non è affatto quello che DB possa fallire, ma che l’incertezza derivante dalla situazione della banca possa comunque generare una ondata di instabilità tale da danneggiare i sistemi bancari ed i tessuti industriali dei Paesi europei.

Il primo rischio che si corre, infatti, è che questa onda anomala, una volta generata, si ingrossi considerevolmente proprio all’interno del sistema bancario tedesco. Ad esempio, la possibilità che Commerzbank, in crescente difficoltà nonostante due salvataggi pubblici, venga contagiata appare molto concreta. Ciò dipende non solo dalle ampie interconnessioni esistenti tra i due istituti, ma anche dalla struttura dei loro attivi, ambedue caratterizzati dalla abnorme presenza di derivati e altre poste finanziarie dubbie non fronteggiate da adeguato patrimonio. Ma subito dopo Commerzbank, l’onda si abbatterebbe su quella pericolosa ed imperscrutabile nebulosa costituita dalle  Landesbank e Sparkasse. Infatti queste realtà, molto politicizzate ed in gran parte sottratte dalla Merkel alla vigilanza della BCE, hanno visto lievitare le proprie sofferenze durante la crisi ben oltre il livello di guardia.

Il secondo rischio è che l’ondata di instabilità ed incertezza generata dalla situazione di DB possa poi scaricarsi sugli altri sistemi bancari europei esasperandone le fragilità. Non è certo un mistero che, dopo 8 anni di crisi, i sistemi bancari “mediterranei”, più inclini al credito alle imprese rispetto a quelli anglosassoni più dediti alla finanza, si trovino sotto pressione e nel mirino della speculazione. E certo non sfugge a questa situazione il sistema bancario italiano che, finanziando in prevalenza un tessuto di piccole imprese più esposte alla crisi, ha accumulato un fardello di 350 mld di crediti deteriorati di cui ben 200 circa di sofferenze lorde.

Il terzo rischio deriva, infine, dalla possibilità che  questa pressione sui sistemi bancari si ribalti poi sul mondo imprese, generando forti danni collaterali. Infatti, gli Organismi politici europei ed i Regolatori potrebbero essere indotti dall’allarme tedesco a trasformare bruscamente l’attuale processo di messa a punto di Basilea 3 in una sorta di Basilea 4 tutta incentrata sulla necessità di rafforzare, in emergenza, la solidità delle banche europee. Al contempo la situazione di grave incertezza potrebbe anche indurre la BCE ad applicare in maniera ancora più rigida le nuove normative di vigilanza quali quella relativa al credito alle imprese in difficoltà finanziaria (credito forborne), o quella sugli sconfinamenti delle imprese (past due).

Ora è del tutto evidente come l’abbinamento tra previsioni di crescita sconfortanti ed un eventuale rapido irrigidimento dei requisiti imposti alle banche possa generare un mix esplosivo in grado di rallentare ulteriormente l’uscita delle imprese medio piccole dalla crisi. Tutta la recente esperienza dimostra, infatti, come sia indispensabile che i rafforzamenti patrimoniali richiesti agli istituti siano graduali e programmati in modo che possano essere metabolizzati dal sistema bancario e tollerati dal tessuto imprenditoriale. Altrimenti, potrebbe ripetersi quando accadde a Bruxelles nella notte tra il 25 ed il 26 ottobre 2011, intorno alle 5 del mattino.

Allora, il Consiglio Europeo e l’EBA (European Banking Authority) imposero alle principali 70 banche europee, senza alcun preavviso, di innalzare entro pochi mesi il patrimonio di prima qualità sino al 9% degli impieghi ponderarti per il rischio. La volontà era quella, appunto, di proteggere i sistemi bancari da nuovi improvvisi shock sovrani. Ciò che ne conseguì fu una sindrome da “panico allo stadio” che ebbe non poca responsabilità nel determinare un brusco rallentamento dei flussi di impieghi destinati alle aziende, specie medio piccole.

E allora, appare ormai indispensabile sostituire quell’inutile lumino acceso sui problemi delle banche tedesche con un potente riflettore. Esattamente come è stato fatto per il fardello di credito deteriorato ben radicato nelle pance delle banche “mediterranee”. Il tutto, se possibile, prima che l’onda anomala teutonica faccia fare alle nostre PMI la fine del piroscafo “Poseidon”.

 

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