I Graffi di Damato

L’errore maggiore commesso da Ciriaco De Mita nel confronto televisivo con Matteo Renzi sulla riforma costituzionale, condotto da un paziente Enrico Mentana che ha cercato inutilmente di aiutarlo nei momenti più critici della trasmissione in diretta, non è stato quello che forse è apparso come il più grave, per la sua evidenza, a molti spettatori. Mi riferisco all’accusa rivolta al presidente del Consiglio di avere blindato col voto palese di fiducia la riforma in Parlamento. Una procedura cui si ricorre per mettere in riga i dissidenti della maggioranza governativa di turno e sbarrare la porta ad ogni tentativo di intrusione delle opposizioni attraverso i varchi delle votazioni a scrutinio segreto sulle proposte di modifica ritenute più insidiose.

L’errore, certamente, è stato grave, anzi gravissimo, specie in considerazione della prosopopea di storico che il vecchio ex segretario della Dc aveva subito ostentato nel confronto con Renzi. Che naturalmente, furbo e lesto com’è, non si è lasciata scappare l’occasione per inchiodarlo a quello scivolone, compiuto da De Mita pasticciando con ciò che aveva letto da qualche parte –si è penosamente giustificato- a proposito però non della riforma costituzionale ma della legge elettorale nota come Italicum. Sulla quale, sì, Renzi era ricorso alla fiducia nelle aule parlamentari per venire a capo delle divisioni della sua maggioranza, soprattutto del suo partito. Sulla riforma costituzionale no, il presidente del Consiglio questa procedura così duramente contestata da De Mita se l’era risparmiata. E lì, colto in flagranza, diciamo così, di fallo, e che fallo, il mio amico Ciriaco mi è parso proprio atterrato, anche se poi ha cercato di recuperare qualcosa del suo “ragionamendo”, come lui con quell’imperdibile variante avellinese della lingua italiana definisce il suo modo di pensare e di parlare, dicendo che la legge elettorale è forse ancora più importante della riforma costituzionale. Ne sarebbe la chiave di lettura o di gestione.

Ma anche qui, incredibilmente distratto, De Mita ha un po’ pasticciato con le carte. Egli ha finto, in particolare, di non essersi accorto, o quasi, che Renzi ha praticamente scaricato la legge elettorale. Egli ne ha già affidato un progetto di modifica ad una commissione del Pd che sta concludendo i suoi lavori.

In ogni caso, su quella legge –e anche questo De Mita lo sa, pur avendo fatto finta di no- pende già la scure della Corte Costituzionale, che ha rinviato il suo verdetto a dopo il referendum. Una cosa ormai è certa: o per iniziativa parlamentare o per iniziativa dei giudici del Palazzo della Consulta la nuova Camera non sarà eletta con l’Italicum così com’è.

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Dicevo tuttavia che l’errore maggiore di De Mita nel confronto televisivo con Renzi non è stato quello del ricorso al voto di fiducia clamorosamente e falsamente attribuito al presidente del Consiglio nel percorso parlamentare della riforma costituzionale.

L’errore maggiore è stato compiuto dall’ex segretario della Dc in apertura del confronto quando, negli involontari ma sempre supponenti panni dell’”intellettuale della Magna Grecia” attribuitigli una volta dall’indimenticabile “avvocato” Gianni Agnelli, egli si è vantato di considerare la politica –testualmente- “la scienza dell’organizzazione dello Stato”.

Se pensava, come mi permetto di sospettare, di mettere in soggezione il troppo giovane, audace e presente capo del governo, che –ha detto ad un certo punto- “sta in ogni posto e in ogni luogo”, non avendo quindi materialmente il tempo di studiare o di guardare le cose dall’alto, De Mita ha sbagliato di grosso. Anziché intimidirlo, anziché indurlo alla cautela, anziché strappargli qualche indulgenza per la sua lunga carriera politica ed anche per la sua ormai venerabile età, De Mita ha letteralmente scatenato gli istinti più combattivi del suo interlocutore.

Renzi, che considera la politica più realisticamente di quanto De Mita presuma di volergli e volerci far credere, come la scienza cioè di conquistare, conservare o non perdere il potere, organizzandolo nel migliore dei modi e cercando insieme di governare al meglio il Paese se si ha la ventura di guidarlo, gli ha letteralmente rovesciato in faccia tutto quello che poteva o doveva. In particolare, gli ha rimproverato il troppo lungo attaccamento proprio al potere, i troppi e inutili tentativi di modificare una Costituzione anche da lui riconosciuta bisognosa di aggiornamenti, il gigantesco debito pubblico accumulato dai governi di un passato in cui lui, De Mita, non era certamente l’ultima ruota del carro, e dei cui costi hanno dovuto occuparsi con incubo le generazioni e i governi successivi.

Infine, quasi come colpi di grazia, facendogli perdere letteralmente il controllo dei nervi, e procurandosi le cocenti accuse di “arroganza” e persino di “immoralità politica”, Renzi ha rinfacciato a De Mita di avere abbandonato nel 2008 il Pd solo perché l’allora segretario Walter Veltroni non volle ricandidarlo al Parlamento, ritenendo –statuto del partito alla mano- che ne avesse già fatto parte troppo a lungo. E lui per ritorsione decise di onorare della sua presenza il piccolo e sino ad allora snobbato partito centrista di Pier Ferdinando Casini prima tentando inutilmente l’elezione al Senato e poi, l’anno dopo, facendosi eleggere al Parlamento Europeo. Da dove egli ha voluto tornare ad occuparsi della politica e del potere –sempre quello- italiano facendosi eleggere sindaco della sua ormai leggendaria Nusco. Dove De Mita è tanto venerato che la Parrocchia locale, come ci ha appena ricordato Vittorio Feltri su Libero- testimoniando di averla vista con compiaciuta ammirazione- gli ha regalato e sistemato in un adeguato spazio della casa una statua di San Ciriaco.

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Se mi consentite un finale molto personale, debbo confessarvi che più vedevo e sentivo De Mita alle prese con Renzi, più mi ricordavo dei giorni e delle parole in cui discutevamo di Bettino Craxi e lui mi dava dell’”irrecuperabile”, come ha fatto con Renzi, quando difendevo il passaggio del segretario socialista a Palazzo Chigi, peraltro avvenuto proprio durante gli anni della guida demitiana della Dc, come necessario per l’ammodernamento della sinistra e, soprattutto, del Paese.

Lui è fatto così. Anche se lo nega, e si offende quando glielo si dice, gli piace e gli interessa più il passato e il presente –sì proprio il presente che ha rimproverato a Renzi- che il futuro. In una cosa però debbo onestamente riconoscere che De Mita non  ha sbagliato, e ha invece sbagliato Renzi. Quando gli ha contestato alcuni aspetti per niente “estetici” della riforma costituzionale, come la presenza irrazionale dei senatori a vita e di diritto, in quanto ex presidenti della Repubblica, per non parlare dei cinque di nomina presidenziale ma in carica solo per i sette anni del mandato di chi li ha scelti, nel nuovo, ridotto Senato fatto di  sindaci e di ben più numerosi consiglieri regionali, che arriveranno presumibilmente a Palazzo Madama solo perché scartati come aspiranti “assessori”. In questo Ciriaco, con l’esperienza che ha maturato, non ha una ma mille ragioni. E ridurre questo ed altri rilievi analoghi, come ha fatto Renzi, a “quisquilie”, non fa onore a un giovanotto che ha ambizioni da statista.

Meglio avrebbe fatto il presidente del Consiglio a riconoscere, come questa volta con assai apprezzabile buon senso gli ha inutilmente suggerito De Mita, che la riforma costituisce il massimo possibile in questo momento, ma potrebbe essere “migliorata” nel tempo. Migliorata tuttavia, non bocciata, come invece il mio amico Ciriaco vorrebbe, cadendo anche questa volta in una delle sue contraddizioni.

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