Il corsivo del filosofo Corrado Ocone

Chi era Gianroberto Casaleggio? Un abile manager? Un grande organizzatore politico, capace di intercettare i sentimenti e i bisogni profondi del suo (vasto) pubblico di riferimento? O un “visionario”, come si dice, nel senso che era interessato al futuro e prefigurava scenari più o meno apocalittici per l’umanità? O forse era tutte queste cose insieme? E come faceva a essere così realista in politica e negli affari, come i suoi stanno a dimostrare, considerato che il suo occhio era volto alla lunga distanza? C’era un passaggio fra i due momenti? Proprio mentre a Roma il Movimento da lui fondato (insieme a Grillo) annaspa fra inettitudine e contraddizioni, Casaleggio jr., Davide, rilancia l’immagine futurologica, diciamo così, del padre. Lo fa postando sul suo seguitissima profilo Facebook un video che Gianroberto aveva realizzato e che non aveva fatto a tempo a pubblicare (qui il video). In esso si prospetta come un pericolo il momento, nemmeno troppo lontano, del futuro in cui le macchine, ovvero l’intelligenza artificiale che abbiamo creato e stiamo alimentando, prenderà il sopravvento sugli umani e li assoggetterà.

“Singularity” Casaleggio lo chiama (se ho ben capito sulle orme del fisico Hawkins). Si tratta di un topos, proprio soprattutto della fantascienza, che risale quanto meno al secolo scorso, come d’altronde il filmato mostra con esempi abbastanza calzanti. Che esso regga a un pensiero rigoroso, cioè filosofico, ho però sinceramente dei dubbi. Tanto per cominciare, si può mai pensare a un ente che si renda autonomo da chi lo ha creato e che trascenda il suo pensiero? No, per il semplice fatto che il pensiero è intrascendibile: un ente siffatto intanto “sarebbe” in quanto portato al pensiero, e perciò trasceso, da un essere umano. Ecco, il pensiero. Dire come fanno gli androidi della parte finale del filmato che noi siamo carne che pensa, è a dir poco ingenuo. Connettere il pensiero a una base materiale, cioè il cervello, significa ritornare al fisicalismo, una dottrina positivistica che oggi più nessuno, né scienziato né filosofo, può prendere sul serio. Almeno non nella forma ingenua in cui è qui prospettata. Ma più in generale, ammesso e non concesso che nel mondo degli oggetti siano in atto le tendenze semplicisticamente qui delineate, è mai possibile togliere al futuro ciò che ha di più proprio, cioè l’imprevedibilità? Il futuro non nasce forse dalle nostre libere azioni, seppur interagenti con meccanismi che sono automatici solo fino a quanto noi lo vogliamo? È poi possibile dividere in modo così netto, già oggi, il naturale dall’artificiale, l’umano dal non umano? Senza un pensiero intrascendibile, e quindi non riproducibile se non nei suoi effetti empirici, quale è il nostro, gli oggetti possono mai assumere un senso? E il senso non ce lo hanno tutti gli oggetti, ma solo perché è nella misura in cui noi glielo diamo? Al di là, direi, delle empiriche e banali distinzioni che il filmato fa fra oggetti inanimati, semianimati o addirittura pensanti?

Il futuro ci riserverà senza dubbio sorprese, ma essere apocalittici o entusiasti (alla maniera dei vecchi messianismi) ha poco senso. La fantascienza è bella, e ammiro chi la coltiva. Se non altro aiuta a sviluppare l’immaginazione, oltre a divertire. Ma la scienza, cioè la conoscenza, è altra cosa. Una cosa che non sopporta idee posticce. E a ben vedere queste idee non le sopporta nemmeno la politica, a cui, per il bene di tutti, occorrerebbe rivolgersi con quello spirito pratico e quella sagacia che i grandi politici del passato ci hanno tramandato.

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