New York, tempo di elezioni e una giovane mamma dell’Upper West Side, zona residenziale lontana dalle tentazioni della city, e ultimo avamposto bianco prima di Harlem, non sembra preoccuparsene. E’ impegnata a spingere un passeggino tra Central Park e l’Hudson, il lungo fiume splendidamente ornato da una pista ciclabile. Qui vive Michael Moore, come già prima Miles Davis e Al Pacino, protetto dallo snobismo degli ebrei di New York e lontano da fan e detrattori. E`qui che il regista americano, noto per le sue posizioni anti-establishment, riserva ai suoi vicini la proiezione del suo ultimo documentario “Moore in Trumpland”.

Finito di montare qualche settimana il film, e rifiutato dai cinema di New York e più in generale americani, Apple ha deciso di acquistarne i diritti su itunes, facendone un best-seller.

I distributori hanno avuto paura di prendere posizione e di essere minacciati. “E anche voi non vi sentite minacciati a stare qui ora con me?”. Moore e’ stranamente nervoso tra le sedie pieghevoli con cui hanno riempito la playroom del palazzo, questa sera vietata ai bambini, ha mandato una mail personale che ha colto di sorpresa i vicini: “Voi che mi avete sempre sopportato [… ] sarei grato se veniste a vedere il mio ultimo film, e vi fermaste dopo a parlare con me”.

Il film piace, diverte e spiega che questa elezione non è uno scherzo. Un finto telegiornale annuncia l’insediamento di un futuristico presidente Trump nel 2017, salutato dai bombardamenti al confine col Messico, prima azione del commander in chief. Indulge forse troppo su Hillary, perdona i suoi peccati e trasforma la leonessa che tutto il mondo conosce in una ragazzina umiliata, colpevole di essere intelligente.

Moore entra in scena a fine proiezione, in mano il cappello da baseball che da sempre porta in testa, sbarbato, obeso e atteggiamento da chi vuol candidarsi a capo del condominio. Dopo il film rimane fino a notte fonda, pur di convincere una sola persona in più a votare per Hillary, con calma, una tipica amicizia americana nata e finita al bancone di un qualsiasi bar di downtown. Il vicino famoso, che occupa, proporzionalmente alla stazza oversize, quattro appartamenti del diciannovesimo piano, reduce da un divorzio stressante e oneroso, sembra avere qualcosa da farsi perdonare. Tocca a lui chiedere di votare per Hillary. Indipendente, amato e odiato come pochi altri in America, venerato in Europa, ha ascoltato i commenti durante la proiezione, nascosto. “Sì è vero non abbiamo mai parlato molto, magari scontrati in ascensore o nella lavanderia, ma spero che abbiate apprezzato il mio film, e che andrete a votare per Hillary Clinton”. Gli applausi di chi aveva apprezzato (quasi tutti) si fanno imbarazzati, ecco il conto, votare per la Clinton! Michael Moore, il difensore degli outsider “sfigati”, avvocato d’ufficio dei deboli contro multinazionali e manager banditi, chiede di votare per la vecchia signora. Moore diverte e irriverente grida scomode verità.

La giovane mamma ebrea lascia la sala, entra in ascensore e parla a voce alta, ha sempre votato repubblicano, anche stavolta, se solo non avesse sentito tutto questo. Moore è ancora lì che dibatte, racconta aneddoti sugli operai dell’Ohio protagonisti loro malgrado del film, scherza sull’Oregon e prende in giro chi vive in New Jersey, ma diventa serio quando supplica di votare Hillary per sconfiggere Trump. Ha una parola per tutti gli americani, “ogni secondo fino all’ 8 novembre lo concentrerò sul parlare con gli americani e convincerli a votare Hillary” così’ come ha fatto con i suoi 300 vicini, prima di partire per andare a bussare in Pennsylvania alle porte degli elettori indecisi.

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