Lo sforzo internazionale sulla Siria è praticamente nullo, non ci sono più libertà religiosa e “alcuni diritti umani” di cui abbiamo goduto negli ultimi due decenni, occorrerebbe togliere le sanzioni al governo di Damasco: sono questi i tre argomenti cardine attorno a cui ruota l’intervista che Jean-Clement Jeanbart, arcivescovo Greco-melchita di Aleppo, ha concesso al sito Matchman News, legato alla Fondazione cattolica Novae Terrae.

LE SANZIONI…

“Le sanzioni non sono utili. Servono solamente a far soffrire persone innocenti”, dice Sua Eccellenza, riprendendo un appello simile lanciato lo scorso 23 agosto da Giovanni X, Ignazio Aphrem II e Gregorio III, patriarchi rispettivamente delle Chiese greco ortodossa e siriaco ortodossa e della Chiesa cattolica melchita, i quali avevano chiesto che la comunità internazionale elimini le sanzioni economiche sulla Siria (un link a un articolo che racconta la vicenda, scritto su Aci Stampa da Andrea Gagliarducci, direttore di Matchman News). È una posizione vicina a quella governativa, dato che le sanzioni sono proprio una ripercussione della Comunità internazionale, tra cui l’Unione Europea, per le malefatte del regime. Le sanzioni sono in piedi dal 2011, anno in cui il governo decise di iniziare a reprimere col sangue la rivolta; per esempio “il commercio di oro, metalli preziosi e diamanti con gli organismi pubblici siriani e la Banca centrale siriana non sarà più autorizzato” (si cita da testo varato dai ministri degli Esteri Ue nel 2012), oppure sono bloccate le vendite di petrolio e vietato l’accesso agli aeroporti europei dei cargo di fabbricazione russa di proprietà siriana. Oltre a questi provvedimenti generali ce ne sono alcuni diretti personalmente contro l’inner circle presidenziale (si parla di congelamento dei beni e divieto di viaggio): ancora un esempio, nella lista è finito Maher el Assad, fratello del presidente Bashar el Assad, sanzionato da Stati Uniti ed Europa perché la Divisione dell’esercito siriano – è uno dei generali più influenti – che comanda, la potentissima Quarta Meccanizzata, è colpevole di efferatezze nel soffocare la rivolta fin dai tempi di Deraa, dove le proteste iniziarono, ed è considerato uno dei “principali responsabili della repressione contro i manifestanti”. Ancora: per essere un compare di Maher, anche Rami Makhlouf, un imprenditore proprietario di Syriatel, è sanzionato, in quanto lui, uno dei ricchi simboli della corruzione del potere siriano, ha permesso di usare l’accesso ai dati della sua compagna di comunicazioni mettendoli al servizio del regime per intercettazioni e tagli di segnale dove serviva. E via dicendo: tra i sanzionati ci sono elementi del genere, dai capi dell’intelligence civile e di quella militare, accusati di abusi, torture ed esecuzioni sui ribelli imprigionati (si ricorderanno le immagini atroci sul tema della mostra “Caesar”, chiusa il 9 ottobre al Maxxi di Roma), ai vertici del Security Bureau e i consiglieri militari di Damasco, considerati i pianificatori della repressione sanguinaria. Questa lista, secondo quanto anticipato da fonti diplomatiche del Wall Street Journal, si è ampliata a un’altra decina di soggetti (ora sono colpite 217 persone fisiche e 69 entità legate al regime), incolpati dei massacri di civili nelle aree controllate dai ribelli ad Aleppo, ed altre sono in discussione per il tremendo attacco chimico al sarin nei quartieri di Damasco nel 2013, ma la Russia sta ponendo il veto in sede Onu. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha definito le sanzioni contro la Siria “illegali”, perché colpiscono la popolazione civile: c’è sovrapposizione tra quelle commerciali e quelle personali, ed è anche un gioco propagandistico frutto del revisionismo del conflitto costruito dal regime e dai suoi alleati.

… E CHI VUOLE TOGLIERLE

Il grosso di queste sanzioni è stato confermato e prorogato per un altro anno nel maggio 2016, in attesa della cessazione completa delle ostilità e di una ripresa credibile dei negoziati che permetta un’autentica transizione politica. In quello stesso mese un appello, forte di poco più di 5mila sostenitori su Change.org, e firmato anche da Monsignor Jeanbart insieme ad altri elementi di spicco dello storico cattolicesimo siriano, è stato inviato all’Alto rappresentante per la politica Estera europea Federica Mogherini e ai vertici del governo italiano. La richiesta di eliminare le sanzioni faceva leva su una decisione del 2013, quando il blocco delle esportazioni di petrolio imposto da Bruxelles era stato tolto per le aree occupate dalle opposizioni; “decisione alquanto inspiegabile” la definivano. “In questi cinque anni le sanzioni alla Siria hanno contribuito a distruggere la società siriana condannandola alla fame, alle epidemie, alla miseria, favorendo l’attivismo delle milizie combattenti integraliste e terroriste che oggi colpiscono anche in Europa” dicevano i firmatari della petizione. “Le sanzioni non sono utili. Servono solamente a far soffrire persone innocenti. Ad ogni modo, e va detto, una volta per tutte, il governo in Siria ha sempre rispettato la la libertà religiosa” dice oggi l’arcivescovo melchita di Aleppo (anche la Fondazione Novae Terrae aveva fatto un appello a proposito). L’alto prelato aggiunge: “I cristiani nel vicino oriente non avrebbero mai affrontato questo genocidio. Sembra come se il Daesh (acronimo aravo dell’auto proclamato Stato Islamico, ndr) è stato spedito e supportato da alcune nazioni straniere per una Guerra su procura che serva i loro interessi e quelli di Israele e Turchia. Il piano era quello di stabilire uno Stato islamico confessionale governato da leggi coraniche e da una dittatura teocratica fondamentalista dei Fratelli Musulmani, monitorata dal neo-impero ottomano”.

GLI SCIITI E I CRISTIANI

La lettura, la ricostruzione di Jeanbart rappresenta una visione non nuova espressa da alcune comunità cristiane in Medio Oriente e condivisa anche da alcune posizioni politiche intra e internazionali (per esempio Lavrov citato prima, oppure: sempre a maggio il Movimento 5 Stelle fece un appello per togliere le sanzioni sulla Siria, e qualche tempo fa un esponente di spicco del partito, Alessandro Di Battista, aveva commentato che a decidere “se Assad è un dittatore saranno i cittadini siriani e lo butteranno giù loro”). Il distinguo sta nella questione della libertà religiosa. I cattolici si sentono di fatto minacciati, e lo sono, perché nelle aree occupate dallo Stato islamico il libero culto è stato mostruosamente sostituito con la jizya, una tassa di epoca califfale (quello medioevale, non questo attuale) che chi prega un Dio diverso da Allah deve pagare per poter rimanere nel Califfato: per chi non vuole sottomettersi le soluzioni restano due, lasciare le proprie case oppure la morte. Una realtà ben diversa dal laicismo di fondo del Baath, il partito interconfessionale di cui è espressione Assad (e che fu di Saddam Hussein) che lasciava libertà religiose piuttosto ampie (sui diritti umani invece ci sarebbe da farne un saggio, ma diciamo che nel campo quelle libertà non erano proprio ampie). La difesa del culto è una delle linee cavalcate però anche dalla propaganda sciita in generale: parte da Teheran, dove il presidente Hassan Rouhani è uno dei fautori dell’avvicinamento strategico con la Chiesa, e passa per gli alawiti di Damasco e per le milizie/partito irachene. Per esempio, qualche giorno fa il giornalista del Foglio Daniele Raineri ha ripreso il patriarca di Baghdad in visita al fronte diretto a Mosul, la capitale del Califfato, insieme ai capi religiosi delle milizie sciite; lo stesso Raineri raccontava ad aprile dello scorso anno che i comandanti militari di quelle stesse milizie sciite, realtà settarie ed efferate contro i sunniti (tutti, non solo i baghdadisti), avevano partecipato alle messe di Pasqua tenute a Baghdad. Quegli stessi capi militari sono coloro che hanno già combattuto in Siria al fianco del regime di Damasco e che promettono in questi giorni di passare rapidamente (per quanto gli sarà possibile) da Mosul ad Aleppo. Con una differenza: in Iraq combattono nella città fulcro di una realtà brutale che fa del fanatismo religioso un’arma di proselitismo, mentre ad Aleppo lo Stato islamico è marginalizzato in un’area decine di chilometri a nord della città e messa sotto scacco dall’avanzata dei gruppi sostenuti dalla Turchia da est e dai curdi siriani da ovest.

C’è però una realtà indiscutibile: le dinamiche di questi cinque anni di guerra hanno trasformato molti gruppi ribelli anche moderati in entità inclini alle posizioni jihadiste. I comandi militari sono stati congiunti, confusi con gruppi estremisti come l’ex qaedista Nusra (sta succedendo in questi giorni ad Aleppo, per esempio). E chissà quanto delle visioni politico-ideologiche dei ribelli moderati sono state trasfigurate dagli anni atroci del conflitto. Questo di fondo è il timore dei cattolici siriani.

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