Chi c'era e cosa si è detto all'evento “Quali sviluppi per le capacità Nato?” organizzato a Roma dall’Istituto Affari Internazionali (Iai)

I valori. I valori e la cultura della sicurezza. Bisogna ripartire da qui, ridare anima ai valori che portarono alla nascita della Nato e che prescindono dalle amministrazioni in carica. Andrea Manciulli (Pd, presidente della delegazione italiana presso l’assemblea della Nato e vicepresidente della commissione Esteri della Camera) è chiarissimo e diretto nell’esprimere concetti qualche volta scomodi e che costringono a riflettere. E così, nell’analizzare il mondo che cambia e che non si sa come cambierà ancora con Donald Trump alla Casa Bianca, Manciulli ha insistito sulla necessità di un ripensamento globale perché “dalle certezze strategiche che avevamo ci troviamo oggi a dover trovare risposte adeguate a fenomeni che conosciamo molto meno”.

Il suo è stato forse l’intervento più incisivo del convegno su “Quali sviluppi per le capacità Nato? Difesa collettiva e stabilizzazione del vicinato: la visione italiana” organizzato dall’Istituto affari internazionali. Dunque, secondo Manciulli è inutile discutere delle conseguenze della presidenza Trump sulla Nato e sulle alleanze connesse se non si capisce che i governi “devono essere in grado di affrontare le minacce a prescindere da chi amministra” e che, di conseguenza, “dobbiamo investire di più” comunque. Per esempio, sul fronte del terrorismo l’Isis è un fenomeno importante anche dal punto di vista militare perché ha dimostrato che “si può avere una guerra nuova e asimmetrica nutrendosi delle nostre contraddizioni. Se a Bruxelles dopo gli attentati lo stile di vita è cambiato, significa che quello che è successo è qualcosa di troppo grande, come la minaccia cyber, e che va affrontato comunque”, senza cioè porsi domande sulle conseguenze di un cambio di governo.

Proprio la mancanza di una cultura della sicurezza, tema mai sufficientemente discusso, dovrebbe spingere a nuove iniziative perché, secondo Manciulli, “il problema dell’opinione pubblica non viene affrontato dalla Nato: occorre invece una didattica dei valori per spiegare l’importanza e il bisogno della sicurezza”. Altrimenti finisce come in Italia “con le polemiche sugli F35” o con la discussione alla Camera della proposta di legge di iniziativa popolare per uscire dalla Nato presentata nel 2008, oggi fatta propria dal Movimento 5 Stelle e “della quale nessuno parla”.

Anche Gerlinde Niehus, della divisione Diplomazia pubblica della Nato, è stata chiara, ma riferendosi alla Russia e all’attività militare sul fronte est: “Noi siamo obbligati a difendere i nostri alleati e i nostri cittadini, siamo lì per difendere e non per provocare”. Per il resto, ricordati tutti gli impegni dell’Alleanza e le collaborazioni anche con nazioni del Maghreb o mediorientali, ha fatto un fugace accenno a un’ipotesi libica “se richiesto”, senza dimenticare il tema delle “giuste risorse: il piccolo aumento registrato nel 2015 è una svolta, ma la strada è lunga”. Su questo, dopo che il responsabile di ricerca dello Iai, Alessandro Marrone, aveva ricordato lo 0,9 per cento del Pil per l’Italia, il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, ha invece detto che “quest’anno abbiamo dichiarato l’1,15 per cento alla Nato”.

Se l’Alleanza ha indubbie capacità di adattamento militare, qualche dubbio c’è sull’adattamento politico. L’ambasciatore Luca Giansanti, direttore generale per gli Affari politici e di sicurezza della Farnesina, è dubbioso sia per quanto potrà accadere con la presidenza Trump sia per tempi e modi della Brexit, che potrebbe avere conseguenze anche sull’industria della Difesa: “L’uscita della Gran Bretagna non deve comportare protezionismo continentale nel settore”. Una preoccupazione di più ampio respiro e di più lungo termine è invece quella che agita Mauro Moretti, amministratore delegato di Leonardo-Finmeccanica. Dando per scontato che nei prossimi 25 anni il mondo cambierà con sempre maggiore peso cinese e minore peso americano ed europeo, “io non riesco a programmare il budget per i prossimi 5 anni al contrario della Lockheed Martin o della Cina”. Dunque, certezza di investimenti a medio e lungo termine, stessi standard e interoperabilità a livello europeo sono fondamentali sia per non trovarci tra un quarto di secolo in posizione minoritaria, sia perché “una politica di sicurezza europea è importante anche per dare una veste politica unitaria ai cittadini” che ora percepiscono l’Ue solo come una sorta di contenitore dell’euro. Secondo Moretti, perciò, a 70 anni dalla fine della guerra bisogna ricominciare da capo.

In conclusione, Trump deve preoccuparci riguardo alla Difesa? Il ministro Roberta Pinotti, pur attendendosi novità e adattamenti, crede che “per la Nato non cambierà molto” anche perché un invito a spendere di più e a una maggiore autonomia europea era già venuto da Barack Obama ed era nel programma di Hillary Clinton. La collaborazione tra Nato e Ue, una Difesa europea che non deve preoccupare quei Paesi che temono un doppione dell’Alleanza, resta la strada maestra perché la Nato sarà più forte proprio con una Difesa Ue. Interessante anche il passaggio del ministro sull’Afghanistan, quando ha ricordato la prosecuzione della missione voluta da Obama e al momento prevista per tutto il 2016. Quando l’anno scorso si credeva che fosse ormai finita, ha detto il ministro, “i nostri generali che erano stati lì spiegavano che non si deve mai dire in anticipo il momento in cui finisce una missione (errore commesso da Obama, ndr) e soprattutto che si va via quando ci sono le condizioni”. Visto che le attuali condizioni certo non sono migliori dell’anno scorso e che il programma di addestramento delle forze afghane dovrebbe finire nel 2020, come ha ricordato Gerlinde Niehus, è evidente che la sorte della missione afghana sarà il primo, vero, banco di prova per Trump e la Nato. E quindi anche per l’Italia.

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