L'intervento di Simone Nardone

Il referendum costituzionale su cui saremo chiamati ad esprimerci il prossimo 4 dicembre è diventato terreno di scontro di mera campagna elettorale, dove i sostenitori del Sì e quelli del No si permettono di alzare l’attenzione (o abbassarla, dipende dai punti di vista) su alcune tematiche, sponsorizzandole a proprio piacimento, nella convinzione di convincere qualcuno degli indecisi a votare per la propria causa.

Senza sconti, e senza voler entrare in ciò che è giusto o sbagliato, in queste righe mi sembrava opportuno mettere in evidenza ciò da cui è inutile lasciarsi affascinare, o per meglio dire, quali sono le sirene da non ascoltare. Si tratta di frasi, esternazioni, argomenti di cui non tutti i promotori del Sì da una parte o del No dall’altra si sono serviti, ma che hanno riempito minuti di telegiornali e pagine di quotidiani, facendo notizia, senza rendersi conto che sono dei falsi d’autore, inutili e a volte fuorvianti motivazioni che colpiscono l’attenzione ma che non trovano conferma nel sistema.

Ad esempio è strumentale, inutile e anche in parte ingiusto, prendersela come hanno fatto alcuni sostenitori del No per la scelta del testo del quesito referendario. Va ricordato ad onor di cronaca che il testo sarà così come segue: “Approvare il testo della legge costituzionale concernente «disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione» approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.88 del 15 aprile 2016”. A definire la dicitura è stato l’esecutivo, il quale rispettando i canoni di legge ha optato per quello che era il titolo del dispositivo di legge più conosciuto come Ddl RenziBoschi. È inopportuno il quesito presentato? Assolutamente no. Semmai è parziale, per quello è giusto continuare a fare informazione. Ma la domanda da porre è perché la polemica non è uscita già al momento della discussione del testo nelle aule parlamentari?

Di contro, è scorretto e per di più poco lineare anche come argomentazione politica, come è stato inserito in alcune brochure dei promotori del Sì la questione che vede al centro delle motivazioni dei riformatori, il fatto che con l’approvazione della riforma Costituzionale si alzerebbe il Pil. Premesso che vagamente e tecnicamente (seppur molto sotto traccia), tale affermazione potrebbe nel lungo periodo dimostrare di aver trovato fondamenti di verità, la domanda che viene da porsi è: come si fa da un punto di tecnico a mettere in relazione nell’immediato una modifica della regolamentazione dell’assetto istituzionale del Paese con il Prodotto Interno Lordo dello stesso? Perché se si faceva riferimento alla razionalizzazione della spesa, si poteva discutere nel merito di quale fosse tale incidenza; ma si può vagamente affermare che l’Italia produca di più solo immaginando un Parlamento diverso e una nuova regolamentazione in materia di competenze tra Stato e Regioni? Oggettivamente appare complicato se non impossibile da affermare come dato certo.

Una botta al cerchio ed un’altra alla botte vanno date anche in merito alla questione delle accuse incrociate di “deriva autoritaria” promosse da alcuni sostenitori del No e di “stagnazione politico-istituzionale” come esplicitato da molti sostenitori del Sì. Un qualcosa che dimostra come tale passaggio referendario sia finito in ingiusti e inopportuni climi da stadio, partendo dalla provocazione non condivisibile di personalizzazione della battaglia a tutto ciò che ne è derivato. È inopportuno parlare di deriva autoritaria, da sempre tema sensibile per chi come l’Italia ha vissuto periodi cupi appena un secolo addietro. Non siamo dinanzi ad un procedimento che mina le fondamenta della Costituzione. Siamo a confrontarci con qualcosa che punterebbe a rivoluzionare, o per meglio dire snellire il processo legislativo, differenziando le competenze di Camera e Senato. Dall’altra parte, è oggi riconosciuto come la stagnazione politico-istituzionale in cui spesso l’Italia si è trovata non è dipesa da come era concepito l’assetto istituzionale, bensì dalla debolezza dei principali attori politici, i partiti. Per tale motivo si potrebbe osservare tecnicamente come qualsiasi Costituzione, la più bella inimmaginabile andrebbe sempre accompagnata, per garantire funzionamento e democraticità, ad una buona legge elettorale e ad una sui partiti che ne regolamenti i principi democratici.

Si potrebbe andare avanti ancora per ore a parlare di slogan inopportuni e affermazioni ingiuste. Ma un passaggio lo meritano ancora un paio di argomentazioni. Ad esempio i comitati del No accusano che “l’autorevolezza di una Costituzione dipende anche da come è scritta”. Da un punto di vista informativo e non tecnico, (non essendo un costituzionalista) verrebbe da affermare che l’autorevolezza di una Carta si misura sempre dal funzionamento e le garanzie che questa impone. Ovviamente, tale strumentalizzazione si richiama soprattutto al nuovo articolo 70, quello che sancisce le competenze legislative di Camera e Senato che da un solo comma diventerebbe uno degli articoli più lunghi e complessi della Carta.

Al contrario, dai comitati del Sì si prova a promuovere la riforma costituzionale come strumento di stabilità politica, quando in realtà non c’è alcun articolo o passaggio tecnico che imponga il vincolo del mandato o permetta l’elezione diretta dell’esecutivo. Tale affermazione va invece letta insieme alla nuova normativa elettorale. Così facendo troviamo dei fondamenti di verità, i quali però andrebbero valutati caso per caso nell’epoca dei record di cambi di gruppi e ribaltoni. Ma soprattutto rischieremmo di cadere in un altro errore: quello di esprimere il nostro voto al referendum costituzionale valutandolo insieme ad una legge ordinaria (per l’appunto quella che da luglio ha introdotto l’Italicum per la sola Camera dei Deputati).

Il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre è e rimane molto complesso, in quanto sono diversi i temi che vengono toccati (dalla fine del sistema bicamerale paritario, alla decretazione del governo, passando per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei membri della Corte Costituzionale; ma ancora dagli strumenti di democrazia diretta alle competenze Stato-Regioni passando per l’abolizione delle Province e del Cnel) e per questo noi cittadini ed elettori non possiamo rischiare di votare semplicisticamente per simpatie politiche o sommariamente per temi principali. Abbiamo il dovere di capire le nostre sensibilità esprimendo un voto consapevole, dopo aver compreso cosa cambierebbe, ma soprattutto dobbiamo evitare di farci abbindolare dalle provocazioni da campagna elettorale.

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