Il commento di Umberto Minopoli

Le più sconvolte sono le élite. Per loro, veramente, l’elezione di Donald Trump è una novità e un segnale distruttivo. Élite sono: giornali-partito, capi-partito, circoli intellettuali, editorialisti, economisti di fama, conduttori di tv popolari, professori universitari, attori, guru, saggisti, opinion makers, lobbisti, capi sindacali, preti. Tutti coloro, insomma, che si interpretano mediatori del voto popolare. E che influenzano i partiti. Hanno toppato le previsioni. E soprattutto hanno toppato propositi e analisi. Per la stragrande maggioranza della gente, quello che chiamiamo popolo, non è cambiato molto: Trump come Obama. Si stenterà a trovare differenze evidenti.

Le élite sono come i partiti: continuano a immaginare di avere un potere di influenza. Non lo hanno più. Perché il sistema politico democratico va cambiando. E in America (che è sempre più avanti) è già cambiato: lì il popolo sapeva che demonizzare Trump era un giochetto degli intellettuali. Perchè con Trump o con Hillary (ma anche Sanders, non illudetevi voi di sinistra) non sarebbe cambiato nulla: nessuno sconvolgimento. Nei sistemi istituzionali moderni e nelle economie globalizzate di oggi il concetto di governo è cambiato: in Usa il presidente non è più il sovrano “democratico” di un tempo. La sua azione di governo è diventata, in realtà, largamente obbligata, condizionata e azionata da criteri di “forza maggiore”, molto automatica direi. Nessun presidente Usa può decidere, in realtà, prescindendo da altre istituzioni, che hanno altrettanto potere e che determinano l’agenda politica: il Congresso, la Banca centrale, il Pentagono, la Corte federale e perfino le istituzioni internazionali (Fmi, Wto, Nato) e, naturalmente le altre potenze (Cina e Russia) con le loro, altrettanto complesse, istituzioni. La politica di un presidente Usa è obbligata.

La gente sa che, in realtà, non può cambiare molto da Obama a Trump. E vota in modo libero. La gente sa che – come ha detto ieri sera Obama – “democratici e repubblicani sono solo personale politico che si avvicenda con un’unica ideologia, One Nation, la grandezza degli Usa”. Le élite, invece, perdono potere. Loro, per avere potere sui partiti (che, a loro volta, contano meno) sono portati ad esasperare le differenze tra i candidati, a radicalizzare le diversità, a traumatizzare col catastrofismo, a rappresentare la politica come “guerra civile”, a ragionare ancora in termini del passato (destra/sinistra, populisti/progressisti ecc). Le éelite eternizzano un cleavage ideologico che è, ormai, largamente finzione. La gente vota a prescindere dal cleavage, dalle linee di frattura ideologiche. E, perciò, a prescindere dalle élite cui continuano ad affidarsi i partiti perdenti. Quelli vincenti propongono, invece, agli elettori una leadership, scommettendo sulle sue qualità di convinzione, attrazione, suggestione. Esattamente l’opposto di quello che terrorizza la sedicente sinistra del No in Italia.

Noi avremo, il 4 dicembre, la possibilità singolare di votare tra i due modelli in competizione: il Sì è una porta verso la modernizzazione del sistema e verso il modello americano (che è il futuro), mentre il No è restare inchiodati nel sistema, ormai fossile, del potere politico debole e del potere delle élite. Un sistema, si badi bene, che non solo è vecchio. Ma è sempre meno in grado di governare le cose. Per questo la vittoria del No è, oggettivamente, reazionaria: ci consegna all’eternizzazione di istituzioni sempre meno dinamiche perché antiche, 100 anni dietro l’America.

È il contrario di ciò che dicono la minoranza Pd e Zagrebelsky: è nell’attuale sistema istituzionale che potrebbe avvenire una deriva autoritaria. È qui che un Trump potrebbe fare danni. Perché il sistema è fragile, non bilanciato, non equilibrato tra i poteri come negli Usa. Il bicameralismo perfetto è la rappresentazione massima di questa fragilità. Da noi la “deriva autoritaria” potrebbe essere prodotta dalla debolezza delle istituzioni. Da noi il governo debole fa sì che la scena delle decisioni che contano sia, al contrario dell’America, occupata solo da istituzioni non elettive. Rispetto al Congresso Usa e al Presidente Usa qui la politica eletta ha potere quasi zero. Zagrebelsky dice che è l’ideale. E vota No. Io dico che è il vero pericolo autoritario e di implosione del sistema. E voto Sì.

Il No vuole conservare un sistema pericoloso per la sua fragilità. Negli Usa il sistema è così forte che perfino un Trump può essere riassorbito e, come riconosce perfino Grillo, diventare “moderato” per forza maggiore e in una sola notte. Sublime. In Europa noi rischiamo di avere l’elettorato come in America (che vota senza seguire le élite e per i motivi più vari, interclassisti e a-ideologici) ,ma senza avere le difese del sistema americano (ad esempio un Congresso forte come una Camera unica).

Per cui: da noi il sistema è così debole che perfino un Di Maio o un clown possono combinare sfracelli. Il pericolo si evita non esorcizzando Grillo o Di Maio. Ma cambiando il sistema. Il goal è il sistema americano: lì gli sfracelli e la “deriva autoritaria” sono interdetti per principio, per forza propria del sistema. E il sistema americano è il futuro.

Nel nostro continente – cari amici del No – il problema è che c’è la “talpa che scava sotto il corpo della vecchia Europa”, come scriveva Marx nel Manifesto. Ma non è il comunismo. È l’America. È quello il “de te fabula narratur” che Bersani ricordava l’altra sera. Per esorcizzare il futuro. Ma il futuro arriva. E allora attrezziamoci per non soccombere. Copiamo un po’ di America. Prima che sia troppo tardi e arrivi un clown ad affossarci.

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