L'intervento di Roberto Sommella, giornalista, comunicatore e saggista

Le prime tre piattaforme social di messaggistica più usate sono tutte di Facebook. Per parlarsi si passa di lì, ma anche per scambiarsi semplici notizie. È questo il dato che conta di più se si cerca di capire dove sta andando il mondo dell’informazione.

Pensateci un attimo. Cosa fate come prima cosa la mattina davanti al caffè? Il consueto gesto quotidiano di aprire il tablet o lo smartphone per consultare la versione digitale dei giornali preferiti o la rassegna stampa, viene anticipato con un’occhiata diretta a Facebook. Sul pianeta di Mark Zuckerberg  – un posto dove vivono ormai un miliardo e 600 mila persone e ogni trimestre si fatturano oltre 6 miliardi di dollari e si incassano utili per due miliardi – ormai si trovano non solo foto, sfoghi e vecchie polaroid, ma interi articoli postati da giornalisti, professionisti e non, sugli argomenti più disparati e si commentano in diretta gli avvenimenti. Un sisma, il referendum costituzionale come le presidenziali americane. Molto spesso, è dura ammetterlo ma è così, gli stessi editorialisti trovano nel vasto universo della rete più lettori di quanti ne hanno concretamente nel mondo cartaceo.

Questa rivoluzione silenziosa è stata completa il giorno dell’ultima scossa di terremoto in Italia, domenica 30 ottobre. Quel giorno un canale all news televisivo ha fatto vedere i filmati dei lampadari degli italiani che dondolavano messi dai reporter per caso su Twitter, mentre gli stessi un attimo prima vedevano la rassegna stampa dei giornali in tv. Insomma il web mostrava i lettori dei quotidiani che guardano la televisione fotografando e navigando su internet. Negli anni Venti i newspapers cominciarono ad andare in crisi di vendite per l’avvento della radio. Da allora si disse che la radio annunciava l’evento, la tv lo faceva vedere e il giornale lo spiegava. Un equilibrio perfetto. Quel giorno di fine ottobre del 2016 internet ha compiuto tutte e tre le performance. Qualcuno sostiene che sarà proprio la rete, come la radio cento anni fa, a decretare tra un lustro la fine del dominio dell’elettrodomestico finora più amato al mondo. Parafrasando la celebre canzone, Internet killed the video stars.

Queste considerazioni devono convincere gli editori a riconcentrarsi sul business della rotativa perché quello digitale non è affare loro o comunque non completamente. Pensano di governarlo e invece ne sono governati se non addirittura cannibalizzati dagli stessi lettori. Da tempo è chiaro che spostare sul web l’intero prodotto che si vende su carta è assicurarsi il fallimento, quando pubblicità e ricavi continuano in proporzione ad essere maggiori nel settore tradizionale. Leopoldo Fabiani ha giustamente ricordato nella sua rubrica su l’Espresso che uno studio americano ha sottolineato come cinquantuno grandi quotidiani (tutti i più importanti tranne New York Times, Usa Today, e Wall Street Journal) abbiano una diffusione cartacea migliore di quella dei siti delle varie testate, i quali continuano a generare guadagni minori di quanto faccia la carta. La grande illusione è finita. O si mettono a pagamento tutti i siti o si devono oscurare. La pubblicità che arriva lì probabilmente se ne è andata dalla rotative.

A questo punto diventa importante capire che ogni nuovo concorrente non arriva più dal proprio settore. L’antagonista più combattivo degli alberghi proviene infatti dalle case private (AirBnb), quello dei taxi dalle auto dei singoli cittadini (Uber), quello delle agenzie di viaggio spesso giunge dalla grande distribuzione e il competitor più agguerrito del settore bancario è una mela mordicchiata analoga a quella dei Beatles, il cui inventore, per poter usare quel logo, ha dovuto promettere di non entrare mai nella musica perché lavorava in tutt’altro comparto (cosa che poi avvenne con immediato pagamento di penale miliardaria).

Agli editori di giornali ancora non fischiano le orecchie?

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