“Non arriverà in fretta e non troppo apertamente, ma è possibile che nel futuro vedremo gli Stati Uniti sostenere meno apertamente il processo politico in atto a Tripoli e magari fornire assistenza ‘anti-terrorismo’ al generale Khalifa Haftar“, commenta con Formiche.net Mattia Toaldo, senior policy fellow all’European Council on Foreign Relations di Londra.

IL DOSSIER

La Libia è uno dei dossier sul tavolo dello Studio Ovale che potrebbe fare da paradigma, nel medio periodo, sulle future strategie di Washington dopo la vittoria elettorale di Donald Trump – passaggio da campagna elettorale, “perché non stiamo bombardando come pazzi lo Stato islamico in Libia?” ha detto una volta il presidente eletto. Alcuni analisti ritengono che il repubblicano possa mollare Fayez Serraj, il premier incaricato dall’Onu per formare un governo di accordo nazionale, e spostare l’asse statunitense più verso est, dove il suo avversario nominale, il generale Haftar, muove le proprie dinamiche. La linea seguita da chi sostiene questo spostamento aperto e rapido – oggettivamente reso complicato dai partner che finora hanno accompagnato la linea americana, su tutti Europa e Onu – è quella che lega Trump alla Russia, insieme all’Egitto principale backstage di Haftar, ma Toaldo sostiene che questo passaggio, semmai ci dovesse essere, sarà graduale. “Bisogna ricordarsi che Trump non sarà presidente fino al 20 gennaio e anche allora non è detto che la macchina parta subito lanciata”, dice l’analista.

L’IMPORTANZA DELLA LIBIA

Quali saranno le priorità? “Dipenderanno molto dagli avvenimenti in quel momento – risponde Toaldo – Anche se Trump ammira il presidente russo Vladimir Putin, non è detto che i repubblicani nel Congresso o il suo nuovo Segretario di Stato la pensino alla stessa maniera. Ma soprattutto, non è detto che la Libia sarà una priorità”. “È anche possibile che, se la Libia dovesse diventare prioritaria, la politica nel Paese la facciano le due burocrazie rivali del Dipartimento di stato e di quello alla Difesa, con effetti simili a quelli della schizofrenia dimostrata dai francesi nell’ultimo anno”. Parigi ha avuto un atteggiamento piuttosto ambiguo sul dossier libico; un caso di studio per il futuro americano? Mentre ai tavoli negoziali si dimostrava collaborativa con Serraj, con l’Onu e con la linea sostenuta da tutti gli stati europei e dagli Stati Uniti, la Francia sul campo dava anche sostegno a Haftar. Si è trattato di un appoggio clandestino fino al 17 luglio, quando un elicottero di fabbricazione russa pilotato dai miliziani del Libyan National Army che fanno capo al generalissimo della Cirenaica è stato abbattuto da un missile Stinger sparato dai ribelli nei pressi di Bengasi: a bordo c’erano tre uomini delle operazioni speciali francesi, i corpi ritrovati tra i detriti furono un’evidenza su cui l’Eliseo non ha potuto più negare questo doppio coinvolgimento. Bengasi è stata al centro delle battaglie condotte da Haftar, che l’ha liberata dall’infestazione dello Stato islamico e tuttora continua il suo lavoro contro gruppi anche meno radicalizzati (quasi tutti non affiliati all’IS) e collegati idealmente con i partiti/milizia di Misurata, la grande città-stato che sostiene Serraj. Propri i successi armati riportati nella città portuale orientale sono stati il motivo che ha dato al comandante vento per sostenere le proprie ambizioni politiche egemoniche. Non ci sono conferme ufficiali, ma pare pacifico che i progressi militari di Haftar siano stati frutto del sostegno ricevuto dai consulenti francesi, e ci sono informazioni ufficiose che altri stati occidentali abbiano fatto altrettanto. Questo si intende quando si parla di “assistenza anti-terorrismo”.

UN TERRITORIO DI CACCIA AI TERRORISTI 

“La chiave di lettura della Libia da parte della nuova amministrazione – continua Toaldo – potrebbe assomigliare molto a quella di parte dell’amministrazione Obama: ossia considerarla un pezzo della guerra al jihadismo, non una crisi di politica estera”. Un’attività limitata alla caccia ai leader militanti e non alla risoluzione della crisi interna. “Su questo, la notizia che Obama sta estendo i raid oltre Sirte è indicativa”. In un articolo ben informato firmato venerdì da Missy Ryan sul Washington Post, si parla delle attività già avviate dagli americani nel paese nordafricano: la Libia è uno stato nevralgico per l’intera regione, anche per la sua instabilità che è, ed è stata con l’IS, territorio fertile per l’attecchimento di istanze e fortificazioni jihadiste. Per questo, secondo le fonti raccolte dal WaPo, i funzionari dell’intelligence americana starebbero da tempo raccogliendo informazioni sui movimenti dei militanti, già in fuga dalla roccaforte Sirte – da mesi messa sotto assedio dalle truppe misuratine – e dispersi con il rischio di formare cellule clandestine da cui organizzare attacchi all’estero. Il rafforzamento di questo genere di caccia ai potenziali terroristi è stato fortemente voluto dall’attuale amministrazione americana (un esempio, l’ordine, arrivato in questi giorni, di aumentare gli airstrike contro i leader qaedisti in Siria) e sarà un importante banco di prova per Trump. La Libia non è ancora ben attrezzata per contenere questa diffusione di cellule clandestine, e per questo gli Stati Uniti stanno pensando ad allargare la campagna aerea, che finora si limita all’area di Sirte in cui i baghdadisti sono asserragliati ed è conseguenza di una richiesta di aiuto che è arrivata da Serraj. Nell’ottica di queste nuove operazioni, l’allargamento potrebbe interessare tutta la Libia, e dunque includere collaborazioni anche nella fascia orientale dove il governo di Tripoli di fatto non ha giurisdizioni sull’amministrazione militarista di Haftar, facendo del generale un interlocutore necessario per Washington.

E L’ITALIA?

Una base in Tunisia per seguire le attività in Libia è già in ampliamento, da utilizzare sia per la posizione logistica sia per sopperire ad eventuali cambiamenti d’umore del governo italiano, la cui decisione di concedere per le azioni in Libia l’uso della base siciliana di Sigonella ai droni armati americani ha suscitato reazioni negative tra le opposizioni politiche e tra l’opinione pubblica. Ecco, appunto, l’Italia: che significherebbe un eventuale cambiamento di atteggiamento americano? “Per l’Italia, sarebbe un bel problema perché Roma è sempre stata dalla parte di Serraj, ma potrebbe diventare anche un’opportunità per lavorare di più con gli altri partner europei” dice Toaldo.

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