L'analisi del ricercatore Luca Longo

Se Hillary piange, forse ora Donald ha smesso di ridere. Il 20 gennaio 2017 le promesse elettorali del neo-presidente inizieranno a scontrarsi con la realtà dei fatti.

Per la prima volta dal 1928 i Repubblicani hanno fatto tombola e ora hanno la Casa Bianca, la maggioranza in Senato e alla Casa dei Rappresentanti, la maggior parte dei Governatori e la maggioranza nella Corte Suprema.

Ragionando con il metro politico tradizionale si potrebbe pensare che, se il miliardario americano non rispetterà il programma in nome del quale è stato eletto, non potrà certo sostenere che “non lo hanno lasciato governare”, come disse un miliardario nostrano nel 1995, 2005 e 2011.

Ma Trump stesso ha messo in crisi questo modo di ragionare: i suoi elettori, secondo alcuni osservatori, si sono ritrovati nelle sue urla e nei suoi gesti prima ancora che nelle sue promesse.

Ora Trump è chiamato a fare sul serio; già dalla pacatezza delle sue prime dichiarazioni si intuisce che si sta ponendosi il problema di come gestire l’enorme potere che gli è capitato tra le mani.

Proviamo a elencare le principali questioni che lui e la sua squadra si troveranno ad affrontare.

Prima di tutto, la squadra. Se la campagna elettorale è stata un immenso One Man show, l’amministrazione sarà tutto un altro paio di maniche. Chi sceglierà come ministro della Difesa, come segretario di Stato e come consigliere per la Sicurezza Nazionale? Punterà all’esperienza e alla competenza, delegando parte del proprio potere a persone autorevoli, o privilegerà yes men di basso profilo, ma fedeli, per assicurarsi che non lo mettano in ombra?

Trump si troverà di fronte gli alleati europei, medio orientali (Israele e Arabia Saudita fra i primi) e asiatici (Giappone). Manterrà fede alla pretesa che la Nato paghi per la propria sicurezza con un sostanziale disimpegno internazionale in tutte le questioni che non riguardano direttamente gli interessi americani? Durante l’amministrazione Obama le relazioni con gli alleati medio orientali hanno raggiunto tanto elevati livelli di tensione quanto valori record di sostegno militare. Trump non potrà certo continuare a elevare entrambi i livelli sperando di ritardare ancora l’esplosione insita nell’evidente contraddizione interna di questa politica.

Che ne sarà dell’impegno contro il terrorismo? Trump ha promesso che la lotta al fondamentalismo islamico rappresenterà il fulcro della sua politica estera. Vedremo tornare in funzione il campo di sicurezza di Guantanamo, le detenzioni speciali, gli interrogatori non convenzionali, le azioni extralegali al di fuori del territorio Usa, i bombardamenti chirurgici? Di certo Trump ha criticato l’approccio relativamente morbido e high tech di Obama, basato sui droni killer piuttosto che sugli scarponi.

Che ne sarà, più in generale, del budget della Difesa, e dell’espansionismo militare più volte mostrato dai militari Usa, in particolare verso nazioni adiacenti alla Russia, dalle Repubbliche Baltiche all’Ucraina alla Turchia? Trump ha promesso contemporaneamente un aumento del budget per la difesa e una sostanziale smilitarizzazione delle alleanze, a partire dalla stessa Nato. Come concilierà queste due promesse diametralmente opposte?

Che ne sarà dell’accordo con l’Iran? Trump ha più volte promesso di cancellarlo, ma c’è il problema che non si trattava certo di un accordo bilaterale: come reagiranno le altre nazioni firmatarie del complesso sistema di contrappesi integrato negli accordi?

Che ne sarà della frontiera fisica più calda: quella con il Messico? Dopo la caduta del muro di Berlino vedremo sorgere il muro di El Paso per difendere il suolo patrio dall’invasione di “criminali e stupratori inviati dal governo messicano”?

Che ne sarà di tutti gli accordi, già abbondantemente ridimensionati, sul libero scambio, dal Nafta – che ha promesso di rinegoziare o cancellare – al Ttp – sul quale ha già messo una croce?

Che ne sarà di quella che gli specialisti chiamano la Third Offset Strategy, la strategia militare lanciata nel 2014 e incentrata sulla possibilità di vincere una guerra – se necessario – ma di dotarsi del potenziale bellico sufficiente per evitarne una sulla base di massicci investimenti nella robotica, nei droni telecomandati privi di pilota e nelle armi autonome?

La Difesa Usa si trova in mezzo al guado anche per quanto riguarda il personale: è in corso la ridefinizione organizzativa delle unità combattenti, dalla riforma Force of the future all’integrazione di genere (quest’ultima significa che le donne soldato godranno dello stesso diritto di farsi massacrare al fronte ora riservato ai soli colleghi maschi). Trump terminerà la traversata o ritornerà sulla sponda di partenza?

Trump ha accusato la Cina di creare ad arte il cambiamento climatico per strozzare l’industria americana. Oltre al conflitto commerciale c’è anche il problema dell’espansionismo di Pechino nel Mare Cinese Meridionale. Brutta gatta da pelare anche questa.

Che ne sarà delle relazioni con Mosca? Trump ha promesso che il rafforzamento delle relazioni con l’ex nemico di sempre saranno una sua priorità, perché le relazioni con la Russia – e con la Siria – sono vitali per sconfiggere il terrorismo. Allo stesso tempo, però, gli Stati Uniti continuano a stringere relazioni militari con i Paesi cuscinetto con la Russia, integrandoli nel sistema militare della Nato. Inoltre, hanno offerto sostegno diretto e indiretto all’Ucraina e promosso sanzioni commerciali. Il neopresidente lavorerà per un reale rappacificamento che porti al controllo del riarmo bilaterale attualmente in corso o rischierà di accendere qualche fiammifero in un’atmosfera già abbondantemente esplosiva?

Che ne sarà dell’impegno assunto dalla precedente amministrazione americana per contrastare il Climate Change e difendere l’ambiente? E, in particolare, come gli Stati Uniti intendono procurarsi le risorse energetiche necessarie in un periodo in cui l’Opec tiene il prezzo degli idrocarburi basso proprio per mantenere fermo lo shale oil & gas americano e forzare il Paese a rifornirsi dall’estero? Trump ha più volte ridicolizzato ogni timore ambientale.

Le domande principali sono certamente queste, ma – al netto delle chiacchiere e delle dichiarazioni astratte – per le risposte concrete dovremo portare pazienza fino al 21 gennaio.

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