I Graffi di Francesco Damato

La carta stampata è miracolosamente tornata fra noi, come Lazzaro: resuscitata però non da Gesù ma solo dal martirio dei lettori, dopo il suicidio di due giorni consecutivi di assenza dalle edicole. I cui gestori o proprietari, d’intesa coi soliti sindacati dei tipografi e dei giornalisti, si sono concessi il riposo che i loro padri e nonni nemmeno si sognavano.
Poiché si vende sempre meno, o si vendono solo accessori ed altro che con i giornali hanno ben poco da condividere sul piano logico e culturale, molte edicole hanno già chiuso non per uno o due giorni ma per sempre. Quelle che sono sopravvissute sono evidentemente impegnate a seguirne la sorte, piuttosto che a evitarla. E agli editori non è probabilmente sembrato vero partecipare alla “festa”, essendo per molti di essi più economico, o comunque conveniente, non uscire che uscire col loro prodotto.
Già assediata dalla radio, dalla televisione e da Internet, la carta stampata non si lascia proprio scappare occasione per sprofondare sempre di più nella crisi. Che nasce peraltro non tanto dalla concorrenza degli altri mezzi di comunicazione, alcuni dei quali coltivati in casa, quanto dal fatto che i giornali vengono -scusate la ripetizione- fatti male, più per parlarsi o polemizzare fra loro che per parlare ai lettori, conservando i vecchi e guadagnandone di nuovi.
Per chi ha vissuto nella e della carta stampata è una ben triste realtà. Pazienza. Mi spiace soprattutto per i giovani, che continuano ad essere attratti dal mestiere che Indro Montanelli considerava giustamente il più bello del mondo, stupendosi di avere trovato sempre editori disposti a pagarlo, e bene, per farlo più divertire che lavorare. Temo che questi giovani avranno ben poche occasioni di guadagnare, e tanto meno di divertirsi.

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Si vorrebbe, d’altronde, far valere per la carta stampata la terapia che Beppe Grillo proprio nel giorno di Natale ha voluto prescrivere al suo pubblico in un attimo di struggente sincerità, forse commosso dalle lacrime della politicamente sua Virginia Raggi: la sindaca di Roma accorsa alla Charitas per assicurare, commossa, di esistere ancora e di combattere in mezzo a noi sopravvivendo al commissariamento cui è sottoposta dal proprio movimento. Che di stelle gliene sta facendo vedere ben più delle cinque dalle quali esso ha preso il nome.
La terapia grillina per curare quest’Italia ammalatissima, rovinata da generazioni di ladri assatanati e travestiti da politici, senza distinzione di colori, è la cosiddetta decrescita felice, cioè la povertà, raccomandata nel lontano 1974 dallo scrittore Goffredo Parise in un articolo che il comico genovese ha riprodotto per intero nella sua vetrina telematica
Parise se la prendeva nell’anno del referendum sul divorzio con il consumismo ed altri ismi che impallidiscono di fronte a quelli che oggi fanno tremare le vene e i polsi a Grillo: per esempio, il “globalismo”. Il modo per uscirne, secondo l’uomo delle 5 stelle, è quello appunto di tirarsene fuori: cioè fuori dall’euro, fuori dall’Europa, fuori dalle alleanze, fuori dalle regole, eccetto quella tanto generica quanto demagogica dell’onestà gridata ripetutamente, come ai funerali del povero Gianroberto Casaleggio. Si fa presto, d’altronde, a dire onestà quando alla prima occasione si declassa una firma falsa, fra le tante presentate, per esempio, a Palermo per partecipare alle ultime elezioni amministrative, ad una firma semplicemente e innocentemente “copiata”.
Bisogna, quindi, uscire da tutto e vivere in un’autarchia tanto orgogliosa quanto felicemente misera, perché sempre meglio essere felici di povertà che ricchi di infelicità. A Grillo ormai, sul piano politico, lasciando perdere le sue personali dichiarazioni dei redditi, cioè i suoi guadagni, per quanto legittimi, non resta ormai che indossare il saio. Impallidiscono di fronte a lui i santi o figure mitiche della letteratura come il fra Cristoforo manzoniano dei Promessi Sposi.

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Temo che se Parise, morto purtroppo nel 1986 a Treviso, all’età di soli 57 anni, dopo avere collezionato con una quindicina di bei romanzi una serie lunga e meritatissima di premi, avesse potuto immaginarne l’uso da parte di un partito come quello di Grillo, che aspira addirittura al governo del Paese, si sarebbe risparmiata la fatica di quell’articolo.
Già in vita, d’altronde, il povero Parise aveva assistito agli effetti perversi che poteva produrre sul piano politico la sua visione degli altri e del mondo. Prima ancora di Grillo, quando questi giocava ai quiz televisivi con Pippo Baudo, che ne aveva intuito le capacità felicemente istrioniche, si ispirò a Parise nel 1977 addirittura l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Il quale, partecipe ad una maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc, sostenendone in Parlamento un governo monocolore presieduto da Giulio Andreotti, in un celebre discorso al Teatro Eliseo di Roma indossò il saio dei “sacrifici” necessari per uscire dalla crisi.
Sulla strada di Berlinguer ispirato da Parise marciarono uomini di primo piano della sinistra come Giorgio Amendola e Luciano Lama. Che anche per questo come segretario generale della Cgil si rimediò all’Università di Roma una contestazione rimasta celebre nella storia dei dirigenti comunisti.
Ai sacrifici chiesti da Berlinguer ai suoi elettori, fra i quali ce n’erano molti già abituati a tirare la cinghia, i metalmeccanici risposero, nella rappresentazione plastica fattane da Giorgio Forattini con una vignetta in prima pagina della Repubblica di Eugenio Scalfari, sfilando in corteo sotto le finestre di casa del segretario del Pci. Al quale, in vestaglia e impressionato dai fischi che provenivano dalla strada, andò letteralmente storta la colazione.
Seguì una crisi di governo promossa dallo stesso Berlinguer per cercare di rendere meno indigesti i sacrifici con la definizione di un quadro politico più gratificante per il suo partito. Che aspirava a partecipare al governo, e quindi a condizionarne di più l’azione, dopo mesi di astensione o “non sfiducia” nelle aule parlamentari. Ma Moro, presidente della Dc, diversamente dal segretario del partito e suo amico Benigno Zaccagnini, e dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, disposti a fare entrare nel governo un paio di “indipendenti di sinistra” eletti nelle liste del Pci, non ne volle sapere. E “concesse” ai comunisti, a chiusura dell’ultima crisi da lui gestita come dirigente democristiano, un’esplicita trattatativa sul programma e una altrettanto esplicita concessione del voto di fiducia. Esplicita e vincolante.
Poi, morto Moro per mano delle brigate rosse e persi un ben po’ di voti in elezioni amministrative, Berlinguer si sfilò dalla linea della cosiddetta solidarietà nazionale e tornò all’opposizione levando la bandiera della sua “diversità”. Che fa rima con la povertà felice di Parise e ora di Grillo.

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