Decine di migliaia di persone sono ancora all’interno della zona orientale di Aleppo, perché l’evacuazione dell’area finora detenuta dai ribelli e ormai sotto il controllo governativo è stata nuovamente sospesa per motivi non meglio definiti. Sono riuscite a lasciare la città circa otto mila persone, se ne stimavano circa 40/50mila. Non escono più dalle zone che in questi giorni sono state martoriate dai bombardamenti governativi i bus verdi usati per l’evacuazione.

Qui una breve nota: chi segue il conflitto siriano ha creato familiarità con questi mezzi di trasporto. Ma sono stati usati per seguire una strategia terribile, lontana dal diritto di guerra: i governative hanno assediato città o villaggi o quartieri come nel Medioevo, hanno rotto le linee di comunicazione, tagliato i servizi primari, bombardato gli ospedali. Quando sotto le bombe acqua e cibo iniziavano a mancare, e le condizioni di vita erano arrivate al limite del sopportabile, Damasco concedeva un lasciapassare temporaneo, prima di riprendere gli attacchi con ancora maggiore violenza. Per chi voleva fuggire ed essere deportato, ecco che apparivano i pullman verdi — quelli di questi giorni avevano sul vetro anteriore la bandiera siriana con stampato il volto di Bashar el Assad, a ricordare chi ha vinto la battaglia (“La liberazione di Aleppo è la storia in divenire” ha detto il presidente in un video messaggio alla nazione). Fine della nota.

Un portavoce del governo siriano ha riferito alla Reuters che oggi ci sono stati “ostacoli” che hanno bloccato tutta l’evacuazione, senza spiegare però quali fossero.

Flashback. Una tregua decisa il 14 dicembre è stata interrotta nelle primissime ore di applicazione: le vie di lasciapassare aperte ai ribelli, alle loro famiglie e ai civili, erano finite sotto il fuoco pesante dell’artiglieria. Il Daily Sabbah, giornale che praticamente rappresenta un organo del partito di potere turco Akp, ha pubblicato un editoriale in cui ha addossato la colpa della rottura della tregua di tre giorni fa all’Iran: “L’Iran da solo ha sabotato l’ultimo tentativo, ordinando le milizie sciite iranian-backed di bloccare l’evacuazione” – nell’articolo richiami a quanto è centrale il ruolo di Ankara nella regione, della pessima legacy che lascia l’amministrazione Obama, non fosse altro per l’appeasement con l’Iran, di cui l’amministrazione Trump dovrà bloccare le ambizioni. Quell’accordo del 14 dicembre era stato deciso da Russia e Turchia, e il commento del giornale di Ankara, firmato dal consiglio di redazione (e dunque linea editoriale, o se vogliamo del partito) praticamente sostiene che Teheran, invidioso dell’intesa a due, l’ha voluta sabotata. Successivamente, il 15 dicembre, è partita un’altra tregua, stavolta decisa con incontri a cui hanno partecipato anche gli iraniani. Questa seconda tregua era sembrata reggere per tutta la giornata odierna – i messi diplomatico-militari degli aytollah erano riusciti a includere nel cessate il fuoco su Aleppo la possibilità di un trattamento analogo da riservare a due villaggi sciiti circondati dai ribelli sunniti nell’area di Idlib (zona verso cui stanno convergendo, tra l’altro, gli sfollati aleppini).

Ma poi, poco dopo mezzogiorno (ora italiana), si sono sentite esplosioni e spari e poi tutto è saltato di nuovo. L’agenzia di notizie statale turca Anadolu ha scritto che ieri uno dei convogli che usciva da Aleppo è stato bersagliato dai cecchini di una milizia sciita, uccidendo quattro persone. Oggi sono state segnalate, inoltre, barriere messe dai miliziani sciiti per bloccare le rotte di evacuazione – mentre la Tv di stato siriana ha accusato i ribelli di aver nascosto armi pesanti nei pullman che li portavano via e di avere anche cercato di caricare dei prigionieri.

La Croce Rossa e diverse organizzazione umanitarie locali dicono che tutto va a rilento, e serviranno settimane per completare l’uscita degli sfollati. Se si abbandona per un momento il dramma umano degli abitanti, uno degli aspetti più dinamici in vista del post-Aleppo è la formazione di uno schema a tre per i negoziati, formato dalla Russia con Turchia e Iran – incontro già fissato per il 27 dicembre, probabilmente in Kazakistan, uno stato che di certo non è l’esempio di come andare oltre un presidente-dittatore, visto che Nursultan Nazarbayev governa da 25 anni. I rapporti di potere tra Mosca e Ankara, come spiegato da Marta Ottaviani su Formiche.net, sono completamente sbilanciati a favore della prima, così come con Teheran. Sarà da capire invece come l’Islam sunnita di Recep Tayyp Erdogan potrà incastrare le contrattazioni diplomatiche con la Repubblica islamica sciita iraniana. Per il momento, Damasco mantiene cara la situazione, la copertura diplomatica russa, l’impegno militare (con le milizie sciite) iraniano, il beneplacito dei turchi – che però hanno fatto sapere che non tratteranno direttamente con gli inviati del governo siriano, considerato ostile da Ankara. Ma è un’alleanza instabile, con Mosca che vorrebbe cercare di svincolarsi dalla morsa ideologica iraniana, e forse usa la Turchia come ariete (vedi le accuse esplicite di poche righe sopra).

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