L'analisi di Alessandro Marrone, responsabile di ricerca del programma Sicurezza e difesa presso l’Istituto affari internazionali, pubblicata sulla rivista Formiche

Nonostante l’incertezza persista sulla nuova presidenza Trump, quattro probabili elementi dell’approccio del nuovo presidente alla politica estera e di difesa iniziano ad emergere. In primo luogo, occorre ricordare che il sistema politico-istituzionale americano costituisce non solo una solida rete di check and balance, ma anche un forte elemento di continuità per la politica estera e di difesa. Il Congresso, l’establishment militare, industriale, diplomatico, dei think tank e dei media, riflette tendenze e interessi relativamente stabili, e connaturati al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Inoltre negli Usa, come in altre democrazie occidentali, le posizioni più radicali proposte in campagna elettorale vengono poi ridimensionate dai vincoli dettati dalla realtà del governo, dai limiti di bilancio, dagli accordi internazionali vigenti. Tuttavia, la presidenza Trump porta una carica di cambiamento in parte nuova rispetto all’establishment, per quattro motivi. In primo luogo, la storia personale di Trump, estraneo alla classe dirigente repubblicana, e il suo carattere sanguigno. Vi è poi il controllo repubblicano di Camera e Senato, che rende meno efficace l’opposizione democratica. Inoltre, la carica anti-establishment di Trump è più forte in quanto fortemente appoggiata dagli elettori sia repubblicani sia democratici.

Infine, il radicale rinnovo nelle posizioni apicali delle istituzioni americane, permesso dallo spoil system, aiuta il presidente a dare la sua impronta al corso della politica americana. Sarà importante quanto la squadra di Trump sarà composta da fedelissimi e quanto dall’establishment repubblicano, e in quest’ultimo quali correnti, i neo-conservatori piuttosto che gli isolazionisti, saranno rappresentate ai vertici dell’amministrazione. Trump ha nominato capo di gabinetto, quindi suo braccio destro, un esponente in vista e navigato del Partito Repubblicano quale Reince Priebus. Ma ha anche nominato come “chief strategist”, quindi anche lui braccio destro, il conservatore estraneo al partito Steven Bannon, capo della sua campagna elettorale. Al momento sembra dunque all’opera un Trump ambidestro, che tiene insieme establishment e fedelissimi. Approccio confermato dalla scelta per il posto da consigliere per la Sicurezza nazionale di un militare in carriera come Michael Flynn, che nell’ultimo anno si è posto in contrasto con l’amministrazione Obama.

In conclusione, è probabile che ci sia la tradizionale influenza stabilizzatrice dell’establishment americano sul presidente eletto, ma è anche probabile che ci sia un’influenza innovativa di Trump sull’establishment stesso. Il secondo elemento da considerare è che Trump è in primo luogo un nazionalista e un realista. Il neopresidente ha meno fiducia dei suoi predecessori nelle istituzioni internazionali e nel sistema di alleanze che gli Stati Uniti hanno costruito nei decenni. Non li ritiene positivi in quanto tali, ma un mero strumento al servizio degli immediati interessi nazionali che può essere abbandonato se non assolve più a questo scopo. Questa è una delle maggiori differenze con Barack Obama che, invece, ha fatto del multilateralismo, del sistema di alleanze e delle istituzioni internazionali, un elemento importante dell’approccio americano. L’elemento nazionalista e realista non era certo assente nelle precedenti amministrazioni, tuttavia con Trump acquisterà probabilmente maggior peso. In quest’ottica va letto l’apprezzamento espresso per la Brexit e lo scetticismo con cui ha commentato in campagna elettorale l’utilità della Nato.

Terzo elemento dell’approccio di Trump alla politica estera e di difesa è l’intenzione di ridurre l’impegno all’estero, politicamente, diplomaticamente e militarmente, tranne nei casi in cui non vi sia un diretto interesse nazionale da tutelare. Questa tendenza isolazionista affonda le sue radici nell’overstretch, nell’affaticamento delle capacità militari, politiche ed economiche statunitensi, dopo oltre un decennio di guerra al terrorismo. Trump si è però detto pronto a intervenire militarmente dove e quando dovesse sorgere una minaccia diretta agli interessi e alla sicurezza americani, e non si può quindi escludere un’escalation militare se la situazione lo richiedesse.

Infine, l’approccio di Trump al mondo sembra essere basato principalmente sui rapporti di forza, le relazioni bilaterali e gli accordi che Washington può negoziare con i singoli interlocutori, per promuovere pragmaticamente gli interessi nazionali sui vari dossier. Un approccio da businessman, da persona che negozia un “deal”, un accordo appunto, con l’interlocutore. Anche questo elemento non è nuovo nella storia americana, ma con Trump è probabile venga accentuato rispetto a Obama. In particolare,  il candidato repubblicano aveva affermato di voler raggiungere un accordo  con la Russia. Dal suo punto di vista, se il nocciolo del sistema internazionale sta negli accordi bilaterali, se l’internazionalismo liberale e il multilateralismo non convengono più agli interessi americani e se occorre abbattere il terrorismo islamista senza impegnare truppe statunitensi sul terreno, allora Mosca diventa  un partner importante. Tuttavia, questa volontà di avere un deal potrebbe scontrarsi con le difficoltà oggettive di raggiungere e mantenere un accordo con Putin, al di là delle telefonate di cortesia. Inoltre, vi è la complessità di teatri in cui attori regionali sono in conflitto tra loro a geometria variabile e quindi un accordo bilaterale con il più forte non necessariamente riduce la conflittualità.

L’interazione biunivoca tra establishment e presidente, la forte impronta nazionalista e realista, la preferenza per gli accordi bilaterali – possibilmente con i grandi – e la riduzione dell’impegno militare all’estero, mentre si aumentano le spese per la difesa, sono tutti elementi che potrebbero ben essere parte dell’approccio del presidente Trump al mondo. Tuttavia, non è detto che una “dottrina Trump” emerga. Infatti, il presidente sarà probabilmente concentrato sulla politica interna – dall’immigrazione all’economia, dalle infrastrutture all’ambiente – e la politica estera e di difesa non sembra essere la priorità alla Casa Bianca, né un terreno dove cogliere facili e immediati successi. Il risultato potrebbe essere un approccio al sistema internazionale a corrente alternata, con una variabile Trump che oscilla tra isolazionismo e iperattivismo, sulla base delle opportunità, e senza una strategia coerente.

@Alessandro__Ma

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