L'analisi di Giovanni Castellaneta, diplomatico e presidente di doBank, pubblicato sulla rivista Formiche

Con l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti torneremo all’anno zero del commercio internazionale? I timori per un revival protezionista sembrerebbero più che giustificati, stando alle promesse effettuate in campagna elettorale dal candidato repubblicano. Trump non ha solamente messo in discussione gli accordi di libero scambio attualmente in via di negoziazione o di ratifica, come la Transatlantic trade and investment partnership (Ttip) e la Trans-Pacific partnership (Tpp), ma ha proposto di smantellare il Nafta (l’area di libero scambio con Messico e Canada), definendolo “il peggior accordo commerciale mai concluso” e si è spinto a rinnegare fino alle fondamenta l’attuale sistema di regole multilaterale, ventilando l’idea di una possibile uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale del commercio. Quanto ci potrà essere di vero in queste dichiarazioni “a tinte forti”?

Una considerazione preliminare: un rallentamento della liberalizzazione degli scambi commerciali appare inevitabile. Si tratta dell’onda lunga di un processo iniziato ormai da alcuni anni in seguito al fallimento del Doha Round in seno all’Omc e aggravatosi per effetto della crisi finanziaria globale del 2008, che ha rimesso in discussione il paradigma della globalizzazione e rinnovato paure verso l’apertura agli scambi che sembravano ormai sopite. Dunque, la futura politica commerciale di Trump andrà innanzitutto inquadrata all’interno di questa cornice, con la quale avrebbe dovuto fare i conti anche Hillary Clinton in caso di vittoria. Non è infatti un caso che la Clinton, insieme del resto al suo sfidante Sanders e a tutti i principali candidati repubblicani, avesse dichiarato la propria contrarietà al Tpp e al Ttip, non discostandosi troppo nella sostanza dalle promesse del miliardario newyorchese.

E infatti Obama non ha perso tempo: prendendo implicitamente atto dell’esito elettorale, ha deciso di non inviare al Congresso per la ratifica il testo dell’accordo Tpp, onde evitare che la nuova maggioranza repubblicana lo respingesse compatta. Quale sarà dunque il futuro del Ttip e, di riflesso, dei rapporti commerciali ed economici con l’Unione europea? Appare quasi inevitabile che l’accordo transatlantico sia destinato a subire sorte analoga a quello negoziato con l’area del Pacifico: oltre al mutato orientamento delle istituzioni statunitensi, in questo caso va sommato il crescente scetticismo di alcuni Paesi europei, in primis la Francia (in prima linea nel rivendicare interessi protezionistici, soprattutto nei confronti della propria industria culturale e cinematografica) seguita dalla Germania (in questo caso più per senso di frustrazione causato dall’eccessivo prolungarsi delle trattative). È prevedibile dunque che Trump metterà in atto un’uscita soft dalle trattative con Bruxelles, limitandosi sostanzialmente a prolungare il congelamento del negoziato.

Se rinunciare al Ttip appare tutto sommato ragionevole in rapporto all’agenda programmatica del nuovo presidente, non si può dire lo stesso sulla presunta volontà di imporre nuove barriere (tariffarie e non) nei confronti dell’Europa. L’Unione europea e gli Stati Uniti sono partner reciprocamente strategici: il commercio bilaterale in beni e quello in servizi ammontano rispettivamente al 30% e al 40% del totale globale. Senza parlare degli investimenti, sui quali al giorno d’oggi si giocano le ulteriori liberalizzazioni, giacché i dazi tra Usa e Ue sono molto bassi (in media al 3%): basti pensare che gli investimenti americani in Europa sono il triplo di quelli effettuati in tutta l’Asia, mentre dal lato europeo gli investimenti in territorio Usa sono otto volte quelli messi in campo in Asia. Insomma, siamo proprio sicuri che Trump vorrà mettere a repentaglio una relazione economica così stretta e che, anche per effetto della reciproca integrazione nelle catene del valore, consente alle due aree di godere di un vantaggio competitivo verso il resto del mondo?

Il 45simo presidente Usa, da esperto uomo d’affari, sa bene che avrebbe poco senso mettere a repentaglio un sistema di relazioni che si è consolidato nel corso dei decenni. Sembra dunque improbabile attendersi delle strette in senso eccessivamente protezionista nei confronti dei Paesi europei. Lo scenario però non è del tutto roseo: piuttosto che esplicite misure volte a penalizzare le merci e gli investimenti in arrivo dall’Ue, alcuni problemi potrebbero essere causati dal cosiddetto reshoring, che Trump ha detto di voler mettere in atto per rivitalizzare l’economia in forte crisi degli Stati della cosiddetta rust belt, che hanno costituito non a caso un importante bacino di voti. L’annunciata reindustrializzazione potrebbe portare a una spinta più decisa verso il settore automobilistico, meccanico e farmaceutico, che sono molto forti nei Paesi Ue e che potrebbero dunque essere indirettamente penalizzati da una possibile strategia di sostituzione delle importazioni messa in atto da Washington per favorire la produzione interna.

Chi saranno vincitori e vinti in Europa? È presto per dirlo, ma tra i principali Stati membri l’unico Paese che potrebbe senz’altro avvantaggiarsi dall’attuale situazione è il Regno Unito che, uscendo dall’Ue “sbattendo la porta”, potrebbe rientrare dalla finestra grazie al naufragio del Ttip e in virtù della tradizionale special relationship mantenuta con gli Usa. Che dire invece dell’Italia? Il nostro Paese, ancora a vocazione fortemente manifatturiera, potrebbe risentire negativamente di una eventuale reindustrializzazione americana, che potrebbe inoltre essere “drogata” da una probabile svalutazione competitiva del dollaro. A farne le spese non sarebbero tanto i settori del made in Italy, quanto piuttosto quelli dell’auto o della chimica/farmaceutica, che potrebbero essere messi in difficoltà dalla rinnovata competizione statunitense.

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