Il corsivo di Battista Falconi

Diciamo la verità: la maggior parte di noi discute e discetta di politica esattamente come farebbe per il calcio e come fa, purtroppo, anche per l’economia o i vaccini, cioè sapendone poco e capendone meno. Riteniamo il diritto a esprimere un’opinione prevalente sul dovere di essere informati e articolarla in modo consapevole, è così da sempre: i pettegolezzi tra vicine di casa, le battute sul governo ladro che provoca il maltempo, le chiacchiere da autobus, ascensore e bar sport, magari ispirate dal titolo di giornale che abbiamo scorso appoggiato sul tavolino (gli articoli interi, ma chi li legge?). Con il web 2.0 e i social network la situazione si è amplificata, accelerata e intensificata: le banalità che un tempo riservavamo a pochi interlocutori oggi possono arrivare potenzialmente a miliardi di navigatori sparsi sull’orbe terracqueo e, praticamente, a quanti più di loro tanto più grossa la spariamo. Il che porta alcuni a compiere il salto dall’insulso all’insulto, dalla semplice disinformatia all’autentica bufala.

C’è poi una responsabilità della classe politica stessa, che sempre più si è abituata e ci ha abituato a depauperare di contenuti la propria attività per riempirla di forma, diciamo pure di fuffa, sostanziata in stakanovistiche ospitate televisive e in tweet lanciati alla velocità della luce. L’importante è esserci, insomma, ma nel senso dell’apparire. Scena tipo, il talk show o il servizio di telegiornale in cui il rappresentante della maggioranza approva e quello dell’opposizione contesta, ripetuta e rivenduta come “notizia” nonostante che, in termini mediatici, sia l’esatto contrario del messaggio significativo, il quale si basa sulla rottura di continuità e sulla capacità di suscitare un ritorno da parte del destinatario.

In questa cornice rientrano anche i giudizi su Paolo Gentiloni. Alla fin fine, gli elementi di valutazione del nuovo premier, come del precedente e dei loro collaboratori, riguardano la mimica facciale, la postura, l’eloquio, la forma esteriore, l’apparenza superficiale. In tal senso, peraltro, il nuovo capo del governo è un eclatante caso di ritorno all’antico: se il suo avo rimase celebre per il Patto Gentiloni, Paolo potrebbe essere definito il Piatto Gentiloni. E che succeda a Matteo Renzi, il rottamatore, l’onnipresente, l’ex concorrente di quiz, l’emulo di Fonzie, forse non è un caso. In qualche modo la seconda repubblica – Berlusconi vs Prodi, Renzi vs Letta… – può anche essere vista come un’alternanza e una contrapposizione tra vivacità e grigiore. E la parabola di Mario Monti dimostra l’estrema difficoltà di mescolarli: nato come il Grigiocrate, come lo ribattezzarono alcuni suoi non benevoli biografi, tentò un maldestro esperimento empatico facendo le coccole a un cagnolino in diretta tv che gli nocque almeno quanto la scellerata idea di scendere in campo da solo, anziché attendere la convocazione del Quirinale come riserva di lusso. Mentre lo aiutò moltissimo la francescana immagine rubata, anche se i maligni sospettano un’operazione architettata, nell’ospedale dove Monti lavorava seduto sulle scale, con l’immancabile loden e una bottiglietta d’acqua.

In termini di look la Prima repubblica fu invece un lungo monocolore grigio. Democrazia cristiana, partiti laici e lo stesso Pci composero una monotonia perfetta, in cui spiccavano gli sporadici interventi sarcastici dei personaggi più brillanti come Amintore Fanfani, Giulio Andreotti o Giancarlo Pajetta, o le rarissime incursioni dello show, si pensi a Enrico Berlinguer preso in braccio da Roberto Benigni. Non a caso, quando si devono citare i politici dell’epoca capaci di bucare lo schermo, si resta sempre su Marco Pannella e Giorgio Almirante. In qualche modo fu Bettino Craxi a cambiare: infarciva la sua oratoria di pause al limite dell’irritante, esplodeva in risate roboanti che piacevano, era fisicamente imponente, si circondò di nani e ballerine. E così chiuse la Prima repubblica, facendola passare dal bianco e nero al colore.

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