In tempo di festività natalizie bisognerebbe essere più buoni, ma che si scopra oggi che la magistratura fa politica perché indaga Luca Lotti pare proprio una novità e francamente proprio nuova non è. Anche questa volta vale la pena di ricordare altri momenti in cui alla classe dirigente le inchieste giudiziarie hanno assestato il colpo che poi le ha a volte tramortite e a volte annientate.

Vorrei risalire al 1992, ai tempi della prima Repubblica con Craxi, per poi arrivare con un balzo di una traiettoria densa di storie mai dimenticate, a Berlusconi che, nel 1994, ricevette la notizia, anche lui come altri, dai giornali, di indagini che hanno segnato il di loro calvario, fino a tempi un po’ più recenti che hanno coinvolto una parte del Pc, poi Ds, senza pagar pegno (Primo Greganti), la corte renziana e ministri vari, da Federica Guidi ai sindaci Sala ai pentastellati Raggi, ecc. Procure e tribunali contro: a volte impegnati in diatribe tra di loro, altre tra fazioni di diverse appartenenze politiche, complici alcune testate giornalistiche che ne rivelano anticipatamente il provvedimento. Una sola volta, una, il Pm Marmo, che prima nel 1983 aveva perseguito Tortora, ben trent’anni dopo, lui solo, ha chiesto scusa a Enzo, morto.

Ricordiamo però che le ragioni di questa guerra vengono da lontano e ora, in epoca renziana, si confermano nelle motivazioni. Non da oggi ma da prima con Sabelli, ora con Davigo, Anm incalza e a viso abbastanza scoperto. Dalla lotta alla mafia, all’evasione fiscale, dalla delegittimazione della magistratura alla subordinazione del ruolo degli istituti giurisdizionali, alle urgenze economiche: i punti dolenti sollevati dai togati al Governo Renzi per “troppa timidezza” sono tanti e ricorrenti e il fulcro è stata la Riforma della responsabilità civile dei magistrati, che a sua volta avrebbe dato adito a disegni di riforma processuale che tendono a scaricare sul singolo magistrato le carenze di carattere organizzativo. E poi alle intercettazioni, che “hanno finito con l’assumere una centralità che risulta persino maggiore dell’attenzione dedicata ai problemi strutturali del processo e a fenomeni criminali endemici” (disse Sabelli, conferma oggi Davigo). E le critiche alle due recenti Leggi di stabilità (2016,2017) arrivano puntuali. Servono riforme strutturali afferma Anm per contrastare con successo la criminalità, altrimenti si rischia di cadere nell’incoerenza che porta ad un costante aumento delle pene per reati comuni “condotte che spesso si uniscono a fenomeni di criminalità organizzata e per mezzo delle quali realtà mafiose si insinuano nel tessuto della pubblica amministrazione”.

Da queste pagine non è la prima volta che lo segnaliamo: stiamo vivendo una stagione nefasta e inconcludente e abbiamo un Parlamento ingovernabile. Agli attuali partiti e movimenti conviene darsi un’assestata e riformarsi, evolversi attraverso la capacità di interpretare la situazione nazionale e internazionale e rispondere ai bisogni dei cittadini, che comunque vogliono essere ben rappresentati. Diversamente, la storia, non bella, ritorna.

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