L'approfondimento di Marta Ottaviani

Che per la Turchia la strada sarebbe stata tutta in salita, lo si era capito dalla conferenza a San Pietroburgo dello scorso 9 agosto. Il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva esordito dicendo che era iniziata una nuova pagina nelle relazioni fra Turchia e Russia. L’omologo russo, Vladimir Putin, aveva specificato che la ripresa sarebbe stata graduale e sarebbe iniziata con la costruzione della prima centrale nucleare sul territorio della Mezzaluna, quella di Akkuyu, un investimento di 20 miliardi di dollari, al 93% russi.

Dopo 5 mesi, le cose stanno andando esattamente come ha detto Putin. E Ankara è tutto fuorché entusiasta della situazione, a tal punto che non sono escluse nuove tensioni in futuro. Da settimane, il governo guidato da Binali Yildirim, sta chiedendo in tutte le sedi ufficiali che le relazioni economiche e commerciali fra i due Paesi riprendano con maggiore vigore e soprattutto velocità. Nonostante le aspettative, la Turchia continua a trovare ostacoli nell’esportazione di merci, soprattutto generi alimentari come i pomodori, di cui Ankara è sempre stata la prima esportatrice verso i gelidi territori oltre il Mar Nero. Imprenditori e studenti continuano ad avere problemi con i visti nel Paese e i russi hanno fatto sapere che queste difficoltà potrebbero continuare ancora per parecchi mesi.

Huseyin Dirioz, neo ambasciatore turco a Mosca e il cui compito si preannuncia molto più difficile del previsto, continua a sottolineare la buona volontà della Mezzaluna e come il lavoro da fare sia ancora tanto. Come a dire: noi la nostra parte la stiamo facendo, aspettiamo passi concreti da parte vostra.

Anche perché, oltre alla centrale di Akkuyu, la Turchia ha accelerato i lavori anche del Turkish Stream, la pipeline che trasporterà, almeno nelle intenzioni, il gas russo verso l’Europa. A imporre un’accelerazione ai lavori è stato il Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, in persona, anche se la sua politica estera ondivaga ed esuberante fa storcere il naso a molti, anche nel suo partito.

Adesso però è il momento di raccogliere i frutti, anche per non perdere consenso nel Paese e soprattutto non dare l’impressione di una Turchia in balia del Cremlino e di fatto al momento isolata nell’arena internazionale.

“Le relazioni stanno riprendendo – ha spiegato a Formiche.net Emre Erşen, esperto di relazioni turco-russe all’Università di Marmara –. Solo che non riprendono al ritmo che Ankara auspicava. A Russia si sta rivelando molto più cauta. Al centro c’è la partita per la Siria, soprattutto adesso che si deve trovare una soluzione per il ‘dopo Aleppo’. Ad Ankara in questo momento interessa molto di più il via libera a eliminare i curdi siriani che la sorte di Bashar al-Assad. Sarà molto interessante capire come evolverà la situazione nelle prossime settimane. Se il motivo economico ed energetico, che al momento è garanzia della tenuta della rappacificazione viene a mancare, allora saranno possibili nuove tensioni, soprattutto se Trump garantirà ai turchi quello che i turchi potrebbero ottenere anche dai russi”.

Una situazione in divenire, dove Ankara potrebbe essere costretta a ripensare alle sue scelte in politica estera e dedurre che sul riavvicinamento con Mosca forse ha fatto troppo conto. “C’è un grosso problema e si chiama Nato – continua Emre Erşen -. La Turchia è un membro Nato e questo a molti politologi russi non piace. In questo senso sarà determinante capire come l’amministrazione Trump si porrà nei confronti dell’Alleanza Atlantica, che al momento rappresenta per Mosca il rischio maggiore”.

Un quadro in evoluzione, dove però non è Ankara il vero protagonista.

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