Posso dire, senza essere smentito, che alla Taverna Flavia andavo quando ancora non era nato e stavo comodamente nella pancia di mamma. Allora la Taverna Flavia non era diventata una succursale di Hollywood o la mensa di un certo jet set. Era tappa fissa di altri avventori non in cerca di pubblicità.

Alla fine degli Anni Quaranta la Taverna Flavia è, con Nunzio al Pantheon che poi sarà rilevato da Fortunato, tra i ristoranti preferiti di un certo mondo di Destra a corto di soldi, ma non certo di idee e di entusiasmo. Si spende poco e, mi raccontano mamma e papà, le porzioni sono extralarge. È per questo che si danno appuntamento “nostalgici” dei Savoia e del Duce col portafoglio quasi vuoto. Tra questi c’è anche mio padre. Inoltre, è piazzata in una posizione strategica. Via Flavia è a poche centinaia di metri dai “Palazzi del cuore”, o meglio dove loro, i “nostalgici” hanno lasciato il cuore, Quirinale e Palazzo Venezia.

Passano gli anni, questa bella gente comincia a stare meglio e può permettersi di spendere di più, così i prezzi della Flavia vengono ritoccati ma non certo le porzioni. E dalla fine del ’47 a giugno del ’48, quando nasco, sono un frequentatore assiduo anche io. Passano gli anni, quel bel mondo di “reduci” torna ad affermarsi e riprendere quelle posizioni di lavoro che il regime democratico dell’Italia nata dalla Resistenza aveva strappato loro. I portafogli si riempono, ma i “reduci” restano sempre “reduci” con le loro discussioni, i loro scherzi e quelle notti a parlare, a parlare, a parlare. È questo bel mondo a chiudere a notte fonda la Taverna per poi spostarsi allo Strega di via Veneto che, inutile dire, è sul lato destro della strada della cosiddetta Dolce Vita. I proprietari sono due cugini, Pietro e Bernardino.

(L’ADDIO DI UMBERTO PIZZI A MIMMO CAVICCHIA, TITOLARE DELLA TAVERNA FLAVIA, REGNO DELLA DOLCE VITA. LE FOTO)

Quando le cose cominciano ad andare meglio e la Taverna è ormai un ristorante si dividono. Pietro apre la sua taverna sulla Casilina, la chiamerà “Pietro all’Aquila”. Bernardino resta in via Flavia, con lui i suoi due figli. Il primogenito è Domenico, Mimmo, che il padre avrebbe voluto avvocato, ma lui al tocco e alla toga preferisce i tavoli del ristorante. Così diventa per tutti Mimmo della Flavia. Quando prende le redini del ristorante sono gli anni della Hollywood sul Tevere e la Taverna diventa un approdo sicuro per i divi e le dive americane. E qua che si concretizza l’amore tra Liz Taylor e Richard Burton. Ai tavoli della Flavia si siedono tutti quelli che passano per Roma, famosi, meno famosi e chi cerca celebrità. Tutta la Roma che conta e che non conta e tenta di contare.

Passano gli anni e cresco anche io, così dopo la maturità divento un cliente fisso della Flavia. Il lavoro mi porta al Globo, che ha la redazione in Piazza Indipendenza a poche centinaia di metri dalla Flavia. Così il ristorante di Mimmo diventa la mia mensa aziendale con un menu quasi fisso: riso agli scampi o tagliolini al tartufo, cotoletta alla milanese con pomodorini, patate arrosto e l’estate mozzarella, pomodori al riso e parmigiana. Mi ricordo che la gente per darsi un tono beve il Mateus rosè, vino portoghese che pochi conoscono. È straniero e fa una certa scena soprattutto per quella bottiglia ovale. Sarà straniero, a me fa veramente schifo. Siamo all’inizio degli Anni Settanta, uscito dal Globo vado quasi ogni sera alla Flavia per raggiungere i miei amici o con qualche collega disponibile a tirar tardi. La cena sembra non finire mai, non per le portate e le abbondanti bevute, ma perché a quel tavolo si resta incollati. Si parla di tutto e di tutti, barzellette, amarcord. Quando il locale si svuota Mimmo, laziale, si siede con noi, come si dice a Roma, a cazzeggiare. Tutto bene fino a quando non si parla di calcio perché per me esiste solo la Roma. Tutto si conclude in uno sfottò, per riprendere il discorso la sera seguente.

(LIZ TAYLOR, CARLO GIOVANELLI, MARINA DORIA DI SAVOIA E JOAN COLLINS ALLA TAVERNA FLAVIA. FOTO DI PIZZI)

È lì che conosco i fratelli Pizzi, paparazzi degni di questo titolo a quel tempo, un giovane Barillari. In tanti anni seduto alla Flavia mai nessun problema, nessun incidente. Solo uno ma non per colpa mia. Una sera d’estate, quando si mangia all’aperto, sul marciapiede, al tavolo a fianco prende posto assieme alla moglie il figlio di un noto piduista. Con loro c’è anche un funzionario di polizia che, anni dopo quando usciranno gli elenchi della Loggia di Gelli, si scopre che anche lui è un “fratello”. Mentre sto per finire la cena mi piombano addosso gli agenti di due volanti arrivate in via Flavia sgommando e con i lampeggianti accesi. Con un modo di fare da policeman americano mi chiedono i documenti. Domando il perché. Si alza l’ospite del figlio del piduista famoso e importante e dice “mi stavi prendendo in giro, ti ho sentito”. Trasecolo, ribatto che non è vero. Non sentono ragioni. Vengo caricato su una volante e portato in questura. Per me San Vitale è un ritorno, per un certo periodo sono stato quasi di casa. Vengo chiuso in una stanza della squadra mobile, mi fanno uscire all’alba, senza darmi alcuna spiegazione di quel fuoriprogramma. Al funzionario di polizia piduista però non va proprio bene quella bravata. Quando è giorno chiamo il questore di Roma. È Domenico Migliorini, grande amico di mio padre. Appena mi sente al telefono mi chiede tra il preoccupato e il severo “Filì cosa hai combinato questa volta?” ed io di getto “cosa avete combinato voi”. Gli riferisco quanto è accaduto la notte prima. Nel pomeriggio sono di nuovo a San Vitale per un faccia a faccia col funzionario piduista davanti al Questore che nega tutto. Sostiene che le volanti erano arrivate in via Flavia perché mi aveva scambiato con un’altra persona, con un ricercato. La partita si chiude così, Migliorini capisce benissimo come sono andate le cose e salutandomi mi dice “abbi pazienza”.

Quando si conoscono i nomi degli affiliati alla P2 capisco il perché di quella sera. Il solerte funzionario piduista evidentemente voleva farsi bello agli occhi del figlio di quello che diventerà il suo vicecapo nella Loggia. È la conferma di quanti imbecilli e mistificatori erano diventati seguaci di Licio Gelli solo per fare carriera. Per carità, nessuna demonizzazione del Gran Maestro e della P2, anche perché sono il meno indicato a lanciare anatemi avendo due P nel nome (Filippo) e altrettante nel cognome (Pepe). Insomma sono un piduista dalla nascita.

Gli anni passano, mi trasferisco a Milano e la Flavia si allontana. La riprendo a frequentare, non l’assiduità di un tempo, quando arrivo al Ministero dell’Economia. È un’altra cosa da quella che avevo conosciuto e mi aveva dato da mangiare per anni. Da mensa di Hollywood sul Tevere è diventata la mensa dei dirigenti e funzionari del Ministero. Quando Mimmo mi vede nel mio nuovo ruolo è sempre affettuoso e ogni volta mi chiede “sei sempre romanista?”. È facile immaginare la mia risposta. Poi il discorso scivola velocemente sui ricordi di quegli anni irripetibili, su un mondo che non c’è più. Come Mimmo. Aveva ottantuno anni.

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