Il presidente eletto Donald Trump ha scelto Rick Perry come segretario all’Energia. Secondo il New York Times Perry non ha nessuna esperienza riguardo a ciò che andrà a trattare, visto che, sì ha spesso trattato la materia produzioni energetiche – e lo ha fatto anche per riconoscenza elettorale, essendo lo stato di cui è il più longevo governatore, il Texas, uno dei più ricchi di petrolio al mondo – ma non ha manualità con le principali cose di cui si occuperà l’Energy Department.

INESPERTO

Il grosso del lavoro del dipartimento infatti è supervisionare i programmi nucleari (ormai l’ottica è il mantenimento e la non proliferazione): il senatore che per anni si è occupato del bilancio della struttura – per il 60 per cento assorbito dal reparto specifico National Nuclear Security Administration –, Byron Dogan (democratico dal North Dakota), ha definito il pick “sconcertante”. Ma questa è un’opinione personale, seppure di rilievo: certo, gli ultimi due segretari all’Energia, Ernest Moniz del MIT e il premio Nobel per la Fisica Steven Chu di Stanford, hanno portato in dote credenziali accademiche di alto rilievo (per esempio, Chu ha contribuito personalmente nell’estate del 2010 a studiare un metodo per bloccare il disastroso flusso di petrolio dal pozzo della BP sul Golfo del Messico). Ma tutto è facilmente confutabile con altre considerevoli opinioni personali, per esempio quelle degli ex segretari Spencer Abraham, un repubblicano, e Bill Richardson, un democratico, i quali ritengono che Perry possa “adattarsi”.

L’OOPS STORICO

Sul governatore del Texas però pesa più di ogni altra cosa una vicenda paradossale ad oggi, e grottesca ai tempi. Durante un dibattito per le primarie repubblicane nel 2011, quando il moderatore della CNBC John Harwood gli chiese quali erano i tre dipartimenti federali di cui il suo programma politico annunciava la chiusura, Perry se ne ricordò solo due, Istruzione e Commercio, dimenticandosi il terzo e chiudendo l’intervento con un “Oops!” che ha segnato la storia delle elezioni presidenziali americane – la sua gaffe è un caso di studio per spiegare quanto i dibattiti televisivi possano influire su un candidato, perché Perry si ritirò due mesi dopo. La circostanza paradossale che torna a galla in questo momento è che quel terzo dipartimento che Perry voleva abolire, ma di cui non si ricordava il nome, era l’Energy Department: ossia, andrà a guidare una struttura che lui voleva cancellare dal sistema amministrativo americano.

LA LINEA POLITICA

Perry è tutt’altro che un trumpista: mentre correva alle ultime primarie, definì Trump “un cancro del conservatorismo” – secca replica di Trump: “Mette gli occhiali così la gente pensa che sia intelligente”. È un politico di talento e personaggio mediatico: ha fatto il concorrente per lo show televisivo “Dancing with the stars”, ha scritto libri. In uno ha definito il cambiamento climatico “fasullo”, in linea con le visioni di Trump e quelle del segretario all’Ambiente da lui scelto, Scott Pruitt. Il Nyt ha rivelato che in queste settimane il transition team di Trump ha fatto circolare tra i dipendenti del dipartimento all’Energia un “insolito” questionario, in cui si chiedeva tra le varie cose se si era preso parte a seminari o incontri sul tema dei cambiamenti climatici. Sotto l’Amministrazione Obama invece quegli stessi uffici avevano impegnato i propri sforzi in studi e ricerche sui cambiamenti climatici, oltre che su un affare specifico: i dettagli tecnici dell’accordo nucleare con l’Iran.

L’ACCORDO CON L’IRAN

Moniz, l’attuale segretario, ha negoziato direttamente i termini con la controparte iraniana Ali Akbar Salehi – gli incontri tra i due li chiamavano “Ali and Ernie Show” perché entrambi erano molto preparati sull’argomento, e anche Salehi si era laureato al MIT. Non sono chiare del tutto le intenzioni di Trump a proposito dell’accordo con l’Iran e occorrerà aspettare le prime mosse legislative più che riprendere gli annunci, estremizzati, da campagna elettorale: ma se il prossimo presidente vorrà ritrattare i termini allora Perry dovrà giocare un ruolo chiave, cose che gli scettici sul suo incarico credono non sia in grado di fare. Inoltre, durante l’ultima fase elettorale Perry ha dichiarato di voler “invalidare” l’accordo internazionale stretto da Washington con Teheran come “primo passo da presidente”. Il governatore del Texas sale a bordo del già folto gruppo di critici del deal assunti da Trump per incarichi importanti nell’Amministrazione (pensare, per esempio, a James Mattis al Pentagono, a Michael Flynn alla National Security, o allo stesso Pruitt). E la questione assume centralità perché quell’intesa ha come restrogusto la ricerca della stabilità mediorientale. Altro problema, se Trump vorrà andare avanti con la politica distruttiva nei confronti dell’accordo annunciata ai comizi, sarà allineare le sue scelte a quelle di Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Germania, ossia le altre nazioni che hanno fatto parte del cosiddetto “5+1”, il gruppo di paesi che ha chiuso l’intesa globale con Teheran.

(Foto: Flickr, Gage Skidmore, Rick Perry)

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