A mio avviso questa legislatura è sostanzialmente finita: le forze politiche si diano un tempo ragionevole per accordarsi su un sistema più limpidamente maggioritario, altrimenti si torni al voto con le leggi elettorali oggi in vigore“. Stefano Ceccanti insegna Diritto pubblico comparato all’università La Sapienza di Roma. Senatore del Partito democratico nella scorsa legislatura, è considerato uno dei costituzionalisti più vicini all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, del quale – come emerge anche dai rumors delle ultime ore – sembra condividere l’impostazione di fondo: rapido tentativo per omogeneizzare i sistemi elettorali di Camera e Senato e correggerli in senso maggioritario e poi – sia nel caso di successo che di fallimento di questa operazione – puntare dritti al voto. Magari già entro la fine della primavera.

Professore, dalle parti del Nazareno c’è chi parla dell’11 giugno come possibile data del voto. Che ne pensa?

E’ una data possibile: l’importante è che si voti in tempi ragionevolmente rapidi. Personalmente ritengo che questa sarebbe la scelta più sensata. Poi vediamo come si svilupperà il dibattito politico. Io, però, mi muoverei così.

Con le attuali leggi elettorali di Camera e Senato quanto è alto – a suo avviso – il rischio che, date le circostanze politiche, non si riesca a formare un governo?

E’ un rischio che innegabilmente esiste: per questa ragione sarebbe meglio varare un correttivo che incentivi la governabilità. C’è però un dato che non possiamo dimenticare: questa situazione deriva soprattutto dall’esito del referendum del 4 dicembre che ci ha allontanato dalla certezza di avere un governo la sera delle elezioni molto più di quanto non abbia fatto la Corte con la sentenza di ieri.

In che senso?

Se gli elettori avessero votato Sì al referendum costituzionale, molto probabilmente il ballottaggio non sarebbe stato bocciato dalla Corte: in questo modo avremmo avuto un vincitore assicurato dopo lo svolgimento delle elezioni. Tutto ciò, però, è venuto meno con il voto referendario: adesso, al massimo, possiamo avere una legge elettorale che incentivi la governabilità ma non che la garantisca. L’idea di avere un vincitore subito dopo le urne è tramontata con il referendum.

Tornando alla sentenza di ieri, quale sistema esce dalla sentenza della Consulta?

E’ un proporzionale corretto, con premio eventuale. Mi spiego meglio: nel caso in cui nessuna lista arrivi al 40%, il sistema è proporzionale. Al contrario, è previsto che scatti il premio maggioritario a favore della forza politica che raggiunge questa soglia.

Le pare che qualche lista sia in grado di giungere al 40%?

In partenza – in presenza di un quadro politico tripolare come l’attuale – appare difficile. Ma è una scelta che viene rimessa agli elettori: se vorranno più governabilità, faranno arrivare una delle liste al 40%. In caso contrario, ci sarà una distribuzione proporzionale dei seggi. E’ un meccanismo meno maggioritario di quello che io vorrei, ma così è. Se si riuscisse a correggere, sarebbe meglio.

Era scontato che la Consulta aggiungesse in calce alla sentenza l’espressione “suscettibile di immediata applicazione“?

Era scontato che il sistema sancito dalla sentenza della Corte Costituzionale fosse auto-applicativo. La frase in quanto tale, però, non era dovuta. Rappresenta un’indicazione precisa che sgombera il campo da qualsiasi equivoco. Prima della pronuncia, c’era chi affermava che un passaggio parlamentare sarebbe stato in ogni caso necessario. I giudici hanno però chiaramente detto il contrario: con il sistema elettorale in vigore si può andare a votare. Tecnicamente è possibile. La decisione sui tempi e le modalità compete ora alla politica.

Il ballottaggio previsto dall’Italicum sarebbe stato bocciato anche in caso di prevalenza dei Sì al referendum costituzionale?

A mio personale avviso il ballottaggio è costituzionalmente legittimo a prescindere dall’esito referendario. Ma ero ben consapevole che – dopo la vittoria del No – tra i giudici costituzionali la mia opinione sarebbe diventata minoritaria. L’idea di due camere che danno entrambe la fiducia – una in turno, l’altra in due – è sembrata irragionevole alla maggioranza di coloro che hanno assunto la decisione. Pur non condividendola, questa scelta me l’aspettavo. Credo che la sentenza sarebbe stata diversa in caso di prevalenza dei Sì.

La Consulta è intervenuta anche sulle pluri-candidature dei capilista. In che modo?

L’Italicum lasciava la scelta al pluri-eletto: dopodiché – in assenza di scelta – era previsto il sorteggio. La Corte ha ritenuto incostituzionale l’opzione e ha lasciato in vigore il criterio in origine previsto come sussidiario.

Che differenze esistono tra la legge elettorale della Camera – frutto della sentenza di ieri – e il Consultellum oggi in vigore al Senato dopo la pronuncia di incostituzionalità sul porcellum?

La differenza principale è più apparente che reale. La legge elettorale della Camera prevede un correttivo maggioritario in alto, ossia il premio. Quella del Senato, invece, correttivi in basso, e cioè gli sbarramenti: 20% per la coalizione, 8% per la lista che va da sola e 3% per la lista dentro la coalizione. Si tratta in entrambi i casi di due proporzionali corretti.

Con quali effetti pratici sulla composizione del prossimo Parlamento?

Queste soluzioni, in realtà, producono effetti simili: se una forza è in grado di prendere il 40% alla Camera con il conseguente premio, è logico prevedere che al Senato – grazie agli sbarramenti alti – possa beneficiare del riparto di seggi di coloro che non superano le soglie d’ingresso. Pertanto è ragionevole ipotizzare che – con questi sbarramenti – chi ottenga il 40% alla Camera, al Senato finisca con il prendere una percentuale molto vicina al 50%. In quel caso gli sarebbe agevole formare una maggioranza di governo anche al Senato. Il risultato finale, insomma, è non dissimile.

Non è il caso di omogeneizzare le due leggi elettorali come in molti stanno chiedendo?

Se qualcuno vuole usare l’argomento della omogeneizzazione per avere correttivi più fortemente maggioritari, non posso che esserne felice. Ma se l’argomento dell’omogeneizzazione viene usato per perdere altro tempo o per produrre esiti ancora più proporzionali, allora preferisco andare al voto con il sistema sancito dalla sentenza della Corte.

Ritiene che si debbano attendere le motivazioni della Corte? Oppure pensa che questo sia il tipico argomento utilizzato da chi vuole posticipare la data del voto?

Dal comunicato limpido di ieri, mi pare molto chiaro quale sia il sistema vigente. Dal punto di vista giuridico-culturale – in termini di dibattito tra professori e studiosi – le motivazioni certamente saranno utilissime. Però non vedo che cosa potrebbero aggiungere a ciò che è già noto. In termini politici intendo. Se anche la Corte aggiungesse un monito a rendere più simili i sistemi, la situazione non cambierebbe molto. Se ci si riuscisse, tanto di guadagnato. Ma nell’impossibilità di trovare un accordo politico, si potrebbe comunque andare al voto.

E il capo dello Stato cosa farà? Fin dall’esito del referendum costituzionale ha chiesto che le leggi elettorali di Camera e Senato venissero armonizzate.

Il Presidente della Repubblica fa benissimo a sostenere questa posizione: sono anche io convinto che sarebbe la scelta migliore. Tuttavia, spetta alle forze politiche raggiungere un’intesa in un tempo ragionevole. Certo non ci possiamo permettere un dibattito a oltranza sulla legge elettorale senza poi arrivare neppure a questa omogeneizzazione. Con il risultato, dunque, di ritardare inutilmente la data del voto.

Quindi sì a un eventuale correzione, ma in tempi rapidi?

Da Sergio Mattarella è arrivato un chiaro e condivisibile impulso a effettuare questa operazione. Trascorso un certo periodo di tempo, però – qualora fosse impossibile trovare un accordo politico – anche il Capo dello Stato prenderebbe atto che la sua richiesta non è stata ottemperata. Fa bene a chiedere alle forze politiche di trovare una sintesi, ma non può imporla con la bacchetta magica.

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