I Graffi di Damato

Nonostante fosse scontata per le regole che la Corte Costituzionale si è data da tempo in questa materia, la certificazione dell’immediata applicabilità di quel che è rimasto della legge elettorale della Camera dopo i tagli apportati nella sartoria del Palazzo della Consulta deve avere infastidito il presidente del Senato Pietro Grasso. Che si è affrettato a rivendicare il diritto e insieme il dovere del Parlamento di intervenire sia perché comunque le spetta l’ultima parola in materia legislativa, sia perché c’è un problema di “omogeneizzazione” o “armonizzazione” fra le norme elettorali della Camera e quelle del Senato che è stato tempestivamente e ripetutamente posto dal presidente della Repubblica già prima del verdetto della Corte Costituzionale sul cosiddetto Italicum. E che probabilmente si ritroverà, col solito linguaggio destinato prevalentemente agli addetti ai lavori, nella sentenza della stessa Corte una volta che sarà depositata, fra una ventina di giorni. Si troveranno lì le cosiddette “motivazioni” dei tagli apportati alla legge per l’elezione della Camera.
Sul piano istituzionale non ci sarebbe nulla da eccepire sulla difesa che Grasso fa del diritto e dovere del Parlamento di intervenire sulle leggi elettorali. Ci mancherebbe altro, specie dopo che ha dato la sua benedizione a questo diritto e dovere il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, il notisssimo e verboso Nunzio Galantino. Che con il suo accento inconfondibilmente pugliese, come il mio d’altronde, ed anche quello del direttore di Formiche.net Michele Arnese, ha severamente bacchettato la politica per le troppe volte in cui ha delegato i suoi compiti alla magistratura, ordinaria o speciale che sia, o se li è addirittura lasciati sottrarre. Ben venga, per carità, il ritorno al primato della politica, del resto rivendicato puntualmente ad ogni inizio di mandato da tutti, o quasi, i presidenti del Consiglio succedutisi negli ultimi vent’anni e più, da quando cioè è cominciato l’andazzo del governo per mezzo di sentenze della magistratura.
Grazie, quindi, signor presidente del Senato. Grazie, monsignor Galantino. Grazie anche a Matteo Renzi, che s’insediò a Palazzo Chigi giurando sul primato della politica, salvo circondarsi pure lui di magistrati, come gli rimproverò amichevolmente, e inascoltato, l’ex presidente della Camera ed ex magistrato Luciano Violante, nella illusione di garantirsi le spalle. E finendo anche per mettere in imbarazzo, ad un certo punto, e più volte, il più illustre di questi, chiamiamoli così, assicuratori. Che è naturalmente il buon Raffaele Cantone, presidente della cosiddetta Autorità Anticorruzione.

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Sul piano politico, tuttavia, le sortite ormai frequentissime del presidente del Senato si prestano a sospetti d’interferenza. Che magari saranno ingiusti e finiranno prima e poi per trovare qualche piccata reazione della seconda carica dello Stato, magnificamente sopravvissuta al referendum del 4 dicembre con la clamorosa, netta sconfitta della riforma costituzionale che ne avrebbe fatto l’ultimo presidente del Senato elettivo e supplente del presidente della Repubblica.
Proprio per la sua autorevolezza istituzionale, e per il rispetto guadagnatosi con la sua lunga carriera di magistrato, conclusasi poco prima che cominciasse la sua avventura politica nelle liste del Pd, il presidente Grasso merita una spiegazione del sospetto di interferenza che le sue sortite hanno alimentato e alimentano. Esso nasce, in particolare, dalla sua dichiarata convinzione che non vi debbano essere elezioni anticipate e che la legislatura debba concludersi alla scadenza ordinaria dell’anno prossimo: una convinzione espressa, in particolare, in una recente intervista al Corriere della Sera. Con la quale Grasso, aiutato dalle domande dell’interlocutore, ha voluto togliersi un po’ di sassolini dalle scarpe, dove erano finiti per talune intemperanze – lo ammetto – dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Se il presidente del Senato prima elenca e spiega le ragioni per le quali la legislatura dovrebbe durare sino alla scadenza ordinaria ricordando tutte le leggi che potrebbe produrre – e sono rimaste bloccate dal tempo che avrebbe fatto perdere alle Camere il precedente governo con la riforma costituzionale bocciata dagli elettori o l’Italicum tagliato dalla Corte Costituzionale – e poi rivendica il pur sacrosanto diritto e dovere delle Camere di conservare l’ultima parola in materia di legge elettorale, non può non esporsi al sospetto, appunto, ch’egli partecipi pur dall’alto della sua posizione ad una campagna politica. Che è quella contraria alle elezioni anticipate.

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A questo punto Pietro Grasso finisce, volente o nolente, di essere il presidente del Senato, tenuto in quanto tale a rappresentare anche chi non la pensa come lui, ma che pure ha contribuito alla sua elezione al vertice di Palazzo Madama, come qualche senatore grillino, di una parte cioè schieratissima per le elezioni al più presto, e diventa il protagonista di una lotta politica tendente ad allungare il più possibile i tempi della legislatura.
In questa posizione non più istituzionale ma politica il presidente del Senato si ritrova un po’ curiosamente sulla stessa linea di una personalità e di un gruppo con cui ha avuto durante il proprio mandato occasioni di scontro durissimo. Mi riferisco, in particolare, a Silvio Berlusconi, decaduto da senatore nell’autunno del 2013 con una votazione palese fortemente voluta proprio da Grasso, contro la richiesta di quasi mezzo Senato di votare più liberamente a scrutinio segreto, e al partito e gruppo di Forza Italia.
Ora Grasso si ritrova con Berlusconi non più nell’aula del Senato ma, per esempio, sul Foglio del fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Claudio Cerasa, dove l’ex presidente del Consiglio è appena tornato a chiedere pure lui di lasciare al Parlamento tutto il tempo che si rivelerà necessario per omogeneizzare o armonizzare, come si dice in gergo tecnico, le norme elettorali di Camera e Senato e andare quindi alle urne con calma. Cioè quando sarà ben chiaro e garantito che si potrà votare – per tradurre in linguaggio più chiaramente comprensibile il ragionamento dell’ex Cavaliere – con una legge così strutturalmente proporzionale da rendere obbligato dopo le elezioni, in funzione antigrillina, ma anche antileghista, un governo di larghissime intese incentrato sull’accordo fra il Pd e Forza Italia.

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