Fu Federico Caffè stesso nella prefazione al suo ultimo libro, considerato un testamento morale, a delineare il suo carattere di economista riformista: “L’insistere su una politica economica che non escluda, tra gli strumenti da essa utilizzabili, i controlli condizionatori delle scelte individuali; che consideri irrinunciabili gli obiettivi di egualitarismo e di assistenza che si riassumono abitualmente nell’espressione dello Stato garante del benessere sociale; che affidi all’intervento pubblico una funzione fondamentale nella condotta economica; può dare l’impressione di qualcosa di datato e di una inclinazione al ripetitivo e al predicatorio, tollerabile per sopportazione più che per convincimento”.

Erano questi i “punti fermi” di una visione dell’economia politica e della politica economica riformista e progressista; i modelli d’analisi e i modelli di strategia, appunto i modelli di intervento della politica nella sfera sociale, come amava definirli e ricordali a lezione – senza mai stancarsi di ripetere – devono essere al servizio della persona.

Oggi queste idee, che echeggiavano nelle aule affollate e silenziose di via del Castro Laurenziano e sembrano essere un eco flebile di un pensiero in ritardo sui tempi che cambiano a velocità vorticosa, si ripresentano in forme diverse: come critica a un profitto sempre più lontano da priorità di ordine sociale se non come esigenza di marketing; come rifiuto ad ogni forma di individualismo e di nichilismo spinto fino al limite tanto da smarrire ogni riferimento con un’economia “al servizio della persona”.

Ma quali erano i suoi riferimenti ideali in un periodo – quello della sua formazione – difficile, complesso e anche contraddittorio come quello del ventennio? Anche qui è sempre lui a raccontare, in prima persona, quasi fosse mosso da un dovere morale e da un rigore, a cui non venne mai meno, verso le generazioni che lui contribuì a formare, in modo particolare, lungo tutta la parabola delle brigate rosse. In una Pescara, piccola provincia conformista, lontana dalle grandi città e dai circoli culturali più importanti, Federico Caffè trovò in Benedetto Croce uno dei suoi principali riferimenti ideali, soprattutto in un campo quale quello della filosofia della storia costante scenario in tutta la sua attività scientifica e pubblicistica.

Ciò che più lo affascinò in Croce è il suo idealismo come storicismo assoluto. Specificando che «la filosofia non può essere altro che “filosofia dello spirito” e la filosofia dello spirito non può essere altro che “pensiero storico”, ossia “pensiero che ha come contenuto la storia”, che rifugge ogni metafisica, la quale è “filosofia di una realtà immutabile trascendente lo spirito”. Questa lezione piena di concretezza e realismo la ritroviamo in Caffè quale trama costante del suo pensiero e del suo modo di leggere e interpretare i fatti e i fenomeni dell’economia. A metà degli anni ’70 sulle colonne del Messaggero a proposito del convegno “Uscire dalla crisi o dal capitalismo in crisi?” Caffè provò a rispondere come gli era proprio, senza troppi giri di parole, alla domanda affermando: “La risposta al dilemma – scriveva – potrebbe essere che, in ogni caso, non è possibile uscire dalla storia”, aggiungendo: “La filosofia crociana è […] eminentemente una pedagogia politica, il tentativo di educare una classe dirigente italiana all’altezza dei suoi compiti, di farle assumere un respiro europeo. Il suo invito alla sobrietà, all’operosità, alla serietà è politicamente l’invito ad abbandonare i velleitari sogni di gloria nazionalistici e colonialistici, a sacrificare gli aspetti bolsamente retorici e il trasformismo spicciolo che questa borghesia si trascina da secoli, a eliminare le scorie coscienzialistiche deteriori, le chiacchiere e le chiusure locali per immergersi attivamente nel fiume degli eventi mondiali”. Questa lezione resta ancora valida e limpida oggi davanti ad una crisi del capitalismo per certi versi senza precedenti, una lezione che Federico Caffè fece propria e che tentò di trasmettere fino agli ultimi giorni.

Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale Assopopolari

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