Come si muove l’Italia in Libia tra Serraj e Haftar

Come si muove l’Italia in Libia tra Serraj e Haftar
L'approfondimento di Emanuele Rossi

Nel primo pomeriggio di giovedì 12 gennaio hanno iniziato a circolare le notizie a proposito di un tentativo di colpo di Stato in Libia, dove nella capitale Tripoli alcune milizie fedeli all’ex autoproclamato primo ministro Khalifa Ghwell hanno cercato di prendere il controllo di tre ministeri. È la seconda volta che i ghwellisti cercano un’azione del genere, è la seconda volta che più che un golpe si può definire un atto simbolico e dimostrativo. In mezzo alle notizie dal posto, la voce che ha messo in chiaro le cose è stata quella dell’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone, che ha spiegato all’Ansa che la situazione era completamente sotto controllo, non c’erano combattimenti per le strade, le milizie di Ghwell erano entrate in un edificio (il ministero della Difesa) che in realtà non era operativo, e il governo lavorava regolarmente. Il fatto che sia stato un diplomatico di Roma a fare chiarezza è indicativo del coinvolgimento italiano nella crisi libica.

IL SOSTEGNO A SERRAJ 

Quando Perrone parla di “governo” in Libia si riferisce a quello creato dall’Onu e guidato da Fayez Serraj. La struttura governativa di Serraj, sebbene sia operativa da circa dieci mesi per volontà diretta della Nazioni Unite, e di Stati Uniti, Italia e Unione Europea, manca ancora della completa legittimazione politica. Deve infatti ricevere il voto di fiducia dall’ultimo Parlamento eletto, che si trova a Tobruk e che invece risponde alla linea politico-militare rappresentata dal generale Khalifa Haftar. Haftar e Ghwell sono le due grosse opposizioni al governo Serraj, e al progetto su cui Onu, e Occidente hanno scommesso per porre fine alla crisi politica che da anni spacca il paese; con il primo che rappresenta una minaccia di stabilità molto più reale.

GLI ACCORDI ROMA-TRIPOLI

L’ambasciatore italiano è l’unico diplomatico occidentale a trovarsi in Libia con sede operativa: l’ambasciata di Roma ha riaperto martedì 10 gennaio (la prima occidentale a riaprire, dopo essere stata l’ultima a chiudere a febbraio 2015), il giorno successivo alla visita del ministro dell’Interno Marco Minniti, che era atterrato a Tripoli con l’intento di cercare in Serraj una sponda utile per costruire un programma per il controllo dell’immigrazione. Per quel che è noto il programma è unidirezionale, verrà gestito quasi completamente dall’Italia, che si occuperà di trovare fondi e mezzi pratici, e la Libia di Serraj darà soltanto il beneplacito alle operazioni italiane contro gli scafisti, e sarà comprensivo di un “aiuto” a chiudere il confine col Niger, che è quello da cui transita la maggior parte dei profughi. Tecnicamente si ricalcherà un memorandum del 2008, sottoscritto dal governo italiano con quello poi deposto di Muammar Gheddafi, ma la cosa importante è che l’accordo a due Roma-Tripoli significa che l’Italia crede in Serraj, fino in fondo, fino alle intese bilaterali.

HAFTAR IL RUSSO

Con il disimpegno americano nella fase finale dell’amministrazione Obama, e nonostante un saggio su Foreign Affairs consideri il presidente eletto Donald Trump come un game changer che potrebbe promuovere una pacificazione (in collaborazione con la Russia, e perché popolare tra i ribelli a cui potrebbe interessare una suo ruolo da mediatore), attualmente il governo italiano è il principale partner internazionale del primo ministro designato dalle Nazioni Unite: lo dimostra l’operatività dell’ambasciata, gli incontri bilaterali indipendenti, o il fatto che sia stata quella di Perrone la voce più autorevole nel fare chiarezza su quel che stava succedendo a Tripoli giovedì. Anche perché in quelle stesse ore Serraj era seduto in un’ampollosa sala regale al Cairo insieme a Abdel Fatah al Sisi, il presidente egiziano che è il più grosso sponsor scoperto di Haftar: insieme agli Emirati Arabi (e in misura minore la Giordania). Poi c’è la Russia, che per il momento ha mantenuto una posizione più discreta al fianco dell’uomo forte della Cirenaica. Salvo scoprirsi proprio in questi giorni: mercoledì 11 gennaio Haftar è salito a bordo della portaerei “Admiral Kuznetsov” che si trovava a largo della Libia in rientro dalla Siria. La nave era lì formalmente per un’esercitazione, ma in effetti era una dimostrazione di forza di Mosca, che ha piazzato il sostegno al proprio cavallo libico muovendo il gruppo da battaglia che fino pochi giorni era al largo della coste siriane per dare spinta al regime di Damasco. Sulla Kuznetsov ci sarebbe da aprire un saggio, qui ci si limita a dire che come il golpe di Ghwell la mossa di Mosca ha un significato simbolico. Esempio: dalla cabina di comando della portaerei Haftar ha parlato in video conferenza con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu. Successivamente il generale russo Valery Gerasimov, capo di stato maggiore della Difesa, ha incontrato Haftar e i suoi a Tobruk. Questi meeting fatti sotto i riflettori, dopo gli incontri riservati di quest’estate, hanno definitivamente sdoganato l’appoggio russo all’Est libico e allo stesso tempo rappresentano un timer innescato per Serraj – anche a questo si riferisce Foreign Affairs, se Trump dovesse iniziare a collaborare di più con Mosca.

LE MINACCE DI HAFTAR A ROMA

Ma non solo per Serraj. Il giorno successivo della visita di Minniti, un comunicato molto duro è stato diffuso dall’HoR, ossia la Camera dei rappresentati di Tobruk: “Siamo rimasti sorpresi ieri sera per l’ingresso di fregate da guerra cariche di armi e di soldati dell’esercito italiano; un fatto che nasconde mire colonialiste grazie alla complicità di alcune parti che vogliono solo assecondare i loro interessi e restano aggrappati al potere per governare la Libia”. Nel comunicato si dava “mandato all’Assemblea di prendere tutte le misure di ritorsione contro lo Stato italiano affinché rispetti la sovranità nazionale” della Libia e si chiedeva al governo italiano “di ritirare immediatamente le sue forze”. Non c’erano battelli italiani pieni di armi, però il braccio politico di Haftar ha paragonato la presenza civile (l’ambasciata) e militare (il contingente medico/militare schierato a Misurata) al passato colonialista fascista. Non è una segno positivo.

ROMA TRA DUE FUOCHI 

Nella prima intervista concessa, Perrone ha parlato al Libyan Herald e tra le altre cose ha difeso l’impegno dell’Italia in Libia, che però in Cirenaica viene dipinto come un appoggio assoluto a Serraj legato agli interessi economici dell’Eni (che ha i terminal nella zona occidentale del Paese) e raccontato come una sorta di opposizione armata all’Est. “Vogliamo avere rapporti con tutte le regioni” ha detto l’ambasciatore, ricordando che l’Italia ha stabilito “una cooperazione con l’Est e ha l’intenzione di migliorarla”. Questo, aggiunge Perrone, “include la possibilità di trattare con alcuni combattenti della regione orientale”. In un’altra intervista uscita qualche giorno fa sul Corriere della Sera, Haftar aveva detto di aver rapporti con un vicedirettore dell’intelligence italiana, e questo era un accenno al fatto che effettivamente Roma nel suo lavoro di supporto al processo politico che sostiene Serraj, non sta perdendo il dialogo con la Cirenaica. Sebbene però adesso c’è da tener conto dei toni minacciosi assunti dall’Est libico, magari anche spinti dal sostegno russo, che significano aumento delle ambizioni. (Nota: denunce sul colonialismo e messaggi decisi a lasciare il paese arrivano anche dagli uomini di Ghwell, che sono contrari sia alla soluzione onusiana sia alla possibilità di aprire ad Haftar, solo che Ghwell è apparentemente isolato e lancia più che altro segnali simbolici armati, a differenza del generale cirenaico che ha spalle copertissime e punta all’all-in anche avviando canali diplomatici aperti, come l’incontro di Serraj in Egitto, o meno, come potrebbe essere qualche meeting con l’intell italiana).

ultima modifica: 2017-01-14T12:06:48+00:00 da Emanuele Rossi

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