L'analisi di Massimo Balducci, docente alla Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze e alla Verwaltungshochschule di Kehl

La telenovela dell’abolizione delle province in Italia prende l’avvio con la famosa lettera inviata nell’estate 2010 dall’allora presidente della Bce Trichet e dal presidente in pectore Draghi al governo italiano. Tra i compiti che vengono dati all’Italia figura l’abolizione delle province. Il difficoltoso processo messo in opera si è bloccato con il risultato del referendum del 4 dicembre che, non confermando la riforma costituzionale, manda in tilt un processo già avanzato. Di fatto l’abolizione delle province resta a metà del guado. Bisogna quindi porsi il problema di cosa fare per uscire da una situazione dove le funzioni delle province sono state trasferite ad altri enti, il personale è sospeso tra un ente ed un altro ma l’ente provincia continua ad esistere, seppur in forma modificata rispetto alla situazione di partenza (oggi il Consiglio provinciale non è più eletto dagli elettori ma è formato dai sindaci che afferiscono alla Provincia e la Provincia viene fatta corrispondere, in maniera inopinata, con la Città Metropolitana).

Qualcosa va dunque fatto, anche con una certa urgenza. L’invito della Bce di abolire le province, per ridurre i costi della macchina pubblica, si sta trasformando in un incremento dello spreco di risorse pubbliche.
Quando si è messo mano allo sforzo di abolire le province si è sottovalutato il fatto che, contemporaneamente, si stava procedendo (a partire dalla legge 210 del 2010) a “forzare” i comuni di piccoli dimensioni (il 75 per cento dei comuni italiani ha meno di 3.000 abitanti) a unirsi e, magari, fondersi per raggiungere dimensioni adeguate per gestire i servizi che i comuni attuali devono erogare. Il dettame della legge 210/2010 è restato, peraltro, largamente disatteso, non tanto per la resistenza dei campanilismi, quanto per errori tecnici nell’impostazione della legge (errori che ho evidenziato nella Guida Normativa degli Enti Locali del 2011 dell’Anci). Per non parlare del fatto che la legge 210/2010 si pone l’obiettivo di arrivare ad una soglia di 5.000 abitanti per erogare in maniera congiunta i servizi, soglia comunque assolutamente insufficiente.

Il fatto è che il livello di governo provinciale è entrato in crisi nel secondo dopoguerra sostanzialmente in Italia e Francia perché in questi due paesi il livello di deconcentrazione dell’amministrazione centrale dello Stato (per intendersi le Prefetture) coincide con un livello di decentramento democratico (la provincia, con i suoi organi di autogoverno democratico). Nell’area di cultura tedesca (Germania. Austria, Paesi Scandinavi e Mitteleuropei) i Regierungspräsidien (Prefetture) non coincidono con i Kreise (livello di autogoverno intermedio tra il comune e la Regione). In questi paesi i Comuni si dividono in due categorie: (i) da una parte i comuni di piccole dimensioni (in Germania quelli che si trovano al di sotto dei 400.000 abitanti) che non possono gestire direttamente i servizi di tipo industriale (gestione del ciclo delle acque, trasporti, energia, raccolta e trattamento rifiuti etc.), servizi che vengono gestiti dal Kreis e (ii) e comuni detti “liberi da Kreis” (Kreislose Städte), di grandi dimensioni che hanno la titolarità diretta della gestione dei servizi di natura industriale. I Kreise sono governati da un Consiglio formato dai Sindaci dei Comuni afferenti.

Vale qui ricordare che in Italia e in Francia, nel secondo dopoguerra, i comuni si sono trovati obbligati dall’evolversi della situazione socio-economica ad erogare servizi tecnicamente complessi. I comuni di piccole dimensioni hanno quindi dato vita ad una giungla di associazioni, enti, consorzi, società municipalizzate e S.p.A. proprio per superare i limiti delle loro dimensioni. In Francia si sono contati ca. 1.000 enti di questo tipo. In Italia Cottarelli sembra ne abbia censiti 11.000. In Germania non si arriva ad un centinaio di questi enti intermedi!
I due sforzi fin qui privi di successo (quello di portare i piccoli comuni ad unirsi per gestire i servizi complessi e quello di abolire le Province, come organi di autogoverno e non necessariamente come organi di deconcentramento, cioè a dire Prefetture) andrebbero riunificati e andrebbe imposto alle varie Regioni un modello simile a quello dei Paesi dell’area germanica. Con la costituzione vigente, l’ambito territoriale degli enti locali è competenza esclusiva delle Regioni (anche per questo motivo la legge 210/2010 resta lettera morta). Come si può realizzare questo? Con una mini riforma costituzionale che generalizzi a tutto il territorio nazionale il modello “comuni piccoli obbligati a conferire la gestione dei servizi industriali ai Circondari” e comuni grandi “liberi da Circondario”. Una miniriforma che non dovrebbe suscitare il vespaio sollevato da quella appena bocciata. Qui vale forse ricordare che nel 2009 è stato modificato l’art. 81 della Costituzione per poter uniformare in tutte le Regioni un unico sistema di contabilità pubblica. Riforma costituzionale che, riguardando un problema tecnico molto importante, è passata del tutto inosservata.

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